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♥♥ Vagina anima ♥♥ Vagina anima. Capitolo I – Un libro travolgente. Gratis

di Maurizio Bernardelli Curuz

♥♥ Vagina anima ♥♥

 L’intreccio

Un foglio anonimo, nel quale appare una croce formata da un rudimentale accostamento di cinque capolavori, tra Giotto e il Rinascimento, concatenati da un profondo vincolo di senso, viene inviato, alla fine d’ottobre del 2011 a cento cardinali, in tutto il mondo.

La busta reca, alla sommità sinistra, uno stemma privo scudo, ma recante il motto “Estote parati”, siate pronti.
Il foglio, tenuto riservato o distrutto da ogni prelato che non ha dato alcuna alcuna comunicazione di ricezione alla Santa Sede, viene immediatamente recuperato da Mazarine de Floréal, una giovane storica dell’arte che è stata fatta infiltrare, ad Avignone, in un gruppo di preghiera femminile, estremista, anarcoide e terribilmente moderno nell’approccio alla religione. L’incarico di intelligence, nella città francese, ex sede pontificia, era stato affidato, nel dicembre 2010, a Mazarine da don Marco Rupe, responsabile di un’agenzia giornalistica romana, che svolge, a un livello segreto, un’attività di informazione e di controinformazione, nel convulso tentativo di contribuire a creare un argine, durante uno dei più terribili attacchi nichilisti al Cristianesimo.

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Ma qual è il significato di ogni singolo quadro e quale concetto viene composto dal loro accostamento? A quali verità conduce? Un avvertimento mafioso nel momento di riforma dello Ior? L’azione di lobby americane che ritengono dannosa l’immagine di Cristo nell’ambito dello sviluppo della democrazia consumista e capitalista? Il messaggio di un mitomane che si inserisce nel momento in cui la Chiesa è colpita da attacchi, profezie infauste, pubbliche denunce?  Le indicazioni di un francescano volte a ritrovare la strada nascosta della gloria dopo il “commissariamento” dell’Ordine da parte di Benedetto XVI? Il richiamo a straordinari valori sconosciuti, da parte di un vecchio prete dissidente, giunto alla fine dei suoi giorni? E qual è il ruolo giocato dal gruppo di preghiera, femminile e anarcoide, fondato ad Avignone, il quale converte giovani arabe attraverso la forza travolgente di Cristo-rivoluzionario e che sostiene che solo la Donna salverà la Chiesa e il mondo?  

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Mazarine de Floréal chiede che l’ex compagno della propria madre, direttore artistico di un museo italiano, al centro di un devastante attacco dei mass media per le sue opere eretiche nella storia dell’arte e per la sua figura di anarchico-liberale e anticomunista, sia convinto da don Marco Rupe, del quale è carissimo amico, a lasciare l’incarico per occuparsi con lei nella decriptazione della misteriosa lettera.

 

Ma l’ex compagno della madre è anche suo padre? Mazarine ha chiesto il suo intervento anche perchè vuole conoscerlo e far luce sul mistero della sua nascita? E Mazarine come può fuggire da un progressivo, ineluttabile scivolamento verso quell’uomo sconosciuto che sente così profondamente e magneticamente vicino?

 

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In Italia, nei luoghi citati dai dipinti, i due studiosi, seguendo la razionalità assoluta dei riscontri filologici, trasportati dalla natura provvidenziale di quelle immagini-agenti e dopo incontri straordinari con un’umanità che conosce il mondo e che si vergogna del Bene, entrano in contatto con verità nascoste, fonti di gioia, conservate dalla Chiesa invisibile che assiste la Chiesa di San Pietro nei periodi flagellati dalla persecuzione. E’ così giunto il momento di rivelare ciò che viene conservato. Un thriller-verità, nel quale non scorre sangue, ma gioia . Il rapporto gioioso tra anima e corpo, l’uomo e la donna chiamati da un Dio, creatore e creativo, a rinnovare la Creazione sul segmento della quotidianità. E la felicità e l’orgoglio di essere occidentali, nati in un ambiente permeato dal cristianesimo, che ancora ci viene imputato come colpa dalle forze veramente oscure che impediscono la ribellione dell’amore.

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Tutte le informazioni, i dati, i libri citati, gli avvenimenti storici o di cronaca presenti in questo libro, avendo una perfetta aderenza alla realtà, possono essere immediatamente verificati dal lettore, attraverso ogni fonte, sia libraria che sul web. Proprio per favorire una possibile – ma non necessaria – liberissima verifica individuale, che può permettere al lettore di partecipare attivamente alla ricerca e – se intendesse farlo –  giungere individualmente all’approfondimento -, non sono stati inseriti ipertesti o note. Il libro comunque offre, nella narrazione, ogni elemento di informazione o di analisi necessario alla comprensione di testo e contesto.

I capitoli di “Vagina anima” sono pubblicati on line, ogni sabato e domenica, dal quotidiano di cultura Stile arte. Oltre ai giorni del fine settimana, alcune puntate potranno essere edite, in aggiunta, nel corso della settimana stessa. Ogni capitolo è stato programmato, sul web, con una vita limitata, conteggiata a partire dal giorno di uscita. Dopo un determinato periodo, il capitolo si auto-cancella. Il primo capitolo viene presentato per più giorni di seguito a partire da oggi.
Domenica 28 giugno, la seconda puntata.  Le altre seguiranno settimanalmente: sabato e domenica. Nel frattempo, i capitoli precedenti saranno reperibili, sempre gratuitamente, nell’archivio di Stile Arte, per un periodo predeterminato, fino alla citata, progressiva auto-cancellazione. L’autore non sarà più reperibile dal giorno dell’uscita dell’ultimo capitolo.

 

 

 

 

Maurizio Bernardelli Curuz

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♥♥ Vagina anima ♥♥

2015

A Maria e a Camilla, creature angeliche.
A Elisa Bernardelli Curuz Guerrieri:
devo ancora consegnarti il regalo
della festa della mamma del 1964.
A voi, che mi avete insegnato ad amare

 

 

 

CAPITOLO I

Non avevo mai baciato Mazarine, se non nei sogni primordiali in cui non si chiamava ancora Mazarine, ma non avevo dubbi che baciasse nel modo grazioso e succulento delle vergini mentali, come se l’anima, la bocca e i fianchi fossero posti tutti sulla stessa linea angelica e io ne reggessi delicatamente le estremità e lei si facesse sollevare in eterno per accogliere le mie labbra in un nucleo di fragole e gelsomino accaldato.

Mazarine è seduta al posto anteriore del passeggero, io alla guida; fa notte e lei, muovendosi appena, provoca l’oscillazione di tutti i gelsomini del corpo che tintinnano, con il braccialetto d’argento; il vento sui vetri è scuro e stellato. A tratti oppressivo.

Lei passa le mani sui ginocchi di jeans, si guarda indietro per vedere che non ci sia nessuno che ci segua, cerca di pescare nella borsa qualcosa di impossibile. Muove scatolette di liquirizia, boccettine. Il suono perlaceo è certamente quello di uno smalto per unghie. Qualche spicciolo. Decide di ripassare la matita degli occhi, credo, tenendo nella stessa mano un sigaretta sottile, che vibra tra mignolo e anulare. La vibrazione contenuta, eppure evidente, misura, con amplificazione periferica, lo stato d’alterazione del suo sistema nervoso, dopo la fuga da Avignone e l’aggressione da parte del tunisino. Mazarine non si colora le unghie. Sarà allora smalto trasparente quello che tiene nella borsetta.

– Posso aprire il vetro? Un dito per far uscire il fumo. – chiede lei.

Vortica nell’aria una piccola e rumorosa crudeltà salata, di mare e, al tempo stesso, un ricordo di sabbia umida. Il fumo, che ristagna nell’auto viene filato in un’unica linea e risucchiato all’esterno. Poi lei si gira e mi sorride. Non so che cazzo di potere abbia il sorriso di una donna su di me; anche sull’orlo di una scoscesa, infera ripa o al centro delle fiamme o nella più profonda devastazione del nulla. Lei sorride e io, che tra i flutti, coperto dalle onde stigie, sono ormai perduto nel mare che mugghia e ribolle di nero per trascinarmi nell’oscurità di un tappeto di alghe eterno, tormentoso, proprio sotto la nave d’ulisse, be’, ecco, m’appendo al sorriso di femmina e, dopo un attimo, sono tratto in salvo. Le donne stanno sempre su una riva, sulla riva del labbro, anche se hanno appena nuotato al largo, compiuto imprese epiche, scritto libri, sistemato la casa, pensato a qualcosa per sfamare il mondo.

Le raffiche suonano ai vetri e non sappiamo se qualcuno ci stia seguendo.

Ora viaggiamo verso un punto sicuro. Un autogrill poco frequentato, quasi nascosto, a un’ora da qui. Cambieremo l’automobile e riceveremo istruzioni da due funzionari dell’agenzia informativa vaticana di stanza a Milano. Ci consegneranno due telefoni satellitari costantemente collegati alla centrale romana, denaro in contante e fotografie, stampate ad alta risoluzione, della busta, del foglio originale della croce e di quello ricostruito con gli stessi dipinti, ma a colori. Mazarine è bella, anche se è in fuga. Adesso sistema le ciglia, arrotolando mascara. Ha un profilo grazioso, contro il vetro, al di là del quale la luna viene frantumata dal golfo ligure. La lampadina direzionale, sopra il cruscotto, la illumina perfettamente. Le ciglia diventano lunghe lunghe e lo spazzolino trascina con sé anche la palpebra. E’ dolicocefala e ciò favorisce la perfezione dell’ovale del volto. Il vento percuote le cime degli oleandri turistici e rimescola sull’autostrada stelle sempre più linde e appuntite,  stelle e sacchetti di snack sfondati che spariscono con la velocità di roditori atterriti, accanto a fogli doppi di giornale.

Ancor prima di sgarbugliarla dalla rete del tunisino che gridava per ricevere soldi da lei, a Ventimiglia, mi sono reso conto che quel granchietto rosa, così pieno di guizzi vibranti di vita, somiglia in modo inquietante a sua madre Claire; e ciò mi stordisce. Mazarine è una specie di vendetta di Claire. E’ la serialità della riproduzione dell’opera d’arte nell’era industriale. Prendi Warhol con le infinite Marilyn. Fotocopia Mazarine – il suo nome si pronuncia Masa-rìn -e avrai Claire, e viceversa. Semmai è una questione di differenza di tono. Nelle movenze e nello sguardo, la sua replica. Claire autofecondata, Claire clonata con la formula della pecora Dolly e delle divinità che non hanno bisogno del seme maschile per procreare e per vedere il proprio ombelico vuoto lievitare in forma di bottone sulla pancia, fino all’estroflessione della pasta-madre. Claire è un organismo di anima, mente, culo tornito, dolcezza, vaghezza, fianchi, capelli , labbra, denti, piedi composti, mani, palpebre e peli come muschio. Anche Mazarine dice: “aspetta, aspetta”, quand’è concentrata e vuole prendere il problema dal lembo giusto, per depositarlo, in modo confacente a una perizia scientifica, sul tavolo in cui si sezionano le idee. Poi hanno lo stesso identico modo d’uscire dai golf di lana bianca e morbida, alla cima della nube, con un concerto di uccelli che si risvegliano all’aurora.  In qualche istante mi sembra d’avere accanto Claire e devo concentrarmi per non sbagliare nome. Per sapere come bacia Mazarine, basterebbe sapere come bacia sua madre, Claire. Ah, devo chiederle, al momento opportuno, perché si chiama Mazarine. Il suo nome è certamente un coacervo semantico, un fondamento polistrato posto alla base della sua esistenza. Claire non lascia mai nulla al caso. Figuriamoci col nome di una figlia, partorita senza dichiarare il nome del padre.

Vediamo davanti a noi luci lontane, magari Genova è più vicina di quanto immaginassimo, magari è qualcos’altro di cui non sappiamo il nome. E’ certo un alveare piuttosto attivo di punti luminosi che, dopo aver sciamato, s’abbrancano alla costa, innalzano il codazzo, sbattono le ali per non essere trascinati via dall’aria. Luci di case, di palazzi, di strade si levano e s’abbassano, secondo il moto alterno del vento. Si dilatano e si comprimono, sotto la lente d’aria, più secca o più umida, così da produrre uno scintillio incessante.

Mazarine si guarda nello specchietto, prima da sinistra a destra, poi da destra a sinistra, poi dall’alto in basso, e si compiace che la cosmesi sia una cosa buona e giusta. Non che stesse male, prima, sotto il profilo estetico, intendo. Ma adesso, appena appena truccata, si sente pronta ad affrontare ogni scontro con il mondo. E’ il concetto sovrano di presentabilità che, attraverso la donna, ha salvato il genere umano dall’abbrutimento animale; quindi: poco poco rossetto, che espande, comprimendo le labbra. Solo allora può guardare dietro di sè e occuparsi di possibili inseguitori. Io ho ampio campo visivo nel retrovisore e l’atmosfera tersa mi permette di vedere a chilometri di distanza. Poche auto, lontane; una, sulla corsia di sorpasso, viaggia forsennatamente.

 

L’ordine del rientro di Mazarine in Italia – dopo l’arruffata operazione d’intelligence avignonese – era stato perentorio, nonostante lei avesse cercato di porre qualche resistenza a don Marco, il direttore dell’agenzia romana, tentando di guadagnare qualche ora, nella certezza che avrebbe potuto recuperare qualche altra informazione preziosa. Ma don Marco stravede per lei e teme per la sua incolumità. Così si è incazzato per bene, le ha dato una strigliata da sergente dei marines e l’ha obbligata a tornare.  Lei che ha fatto? Siccome aveva la busta preziosa con tutto il resto e temeva d’essere seguita da qualcuno della comunità di preghiera, non ha preso il treno, l’autobus o una macchina – lei, peraltro, non sa guidare – ma si è affidata a un caravanserraglio di tunisini, cioè a pulmino di irregolari, quello con il disegno delle banane che suonano la chitarra, sulla fiancata. Ha trovato il gruppo su Facebook, quello pieno di note martellanti che si diffondono nel cielo blu e che si mettono a ridere. Don Marco le ha detto che doveva essere a Genova alle 19 perchè io l’avrei aspettata lì. Di tornare e non far storie, che era stata già brava così e ora c’era da mettersi al lavoro su quel cazzo di foglio. Io avevo avuto modo di vedere il file, rapidamente, in auto, mentre mi dirigevo a Ventimiglia, con la paura che sgozzassero la figlia di Claire. Non è che si vedesse in granché perché la qualità delle immagini originali, come possiamo osservare, è pessima.

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Sono fotocopie in bianco e nero-bluastro di dipinti – cinque per l’esattezza – ritagliate da mano incerta da riviste anni Sessanta o da vecchi sussidiari e successivamente incollate su un foglio di supporto, di vecchia grana,  così da formare una croce o una figura umana stilizzata. I margini delle immagini sono frastagliati; in alcuni punti l’operazione di ritaglio ha portato a piccoli strappi; in altri il lavoro è stato svolto con minuscole forbici per manicure, arrotondate, in un delirio di rapidità o da mani artritiche o lievemente impedite, che non hanno permesso all’autore del collage di seguire la linea retta dei margini. C’è qualcosa di misticamente infantile, in quei pezzi di foglio. Ritengo che l’estensore non solo avesse avuto fretta, durante il recupero dell’apparato iconografico, ma fosse più interessato al contenuto del messaggio che alla marginalità della cura grafica degli originali e all’ordine d’impaginazione in sé. Ciò che i quadri antichi compongono è una croce latina o una figura umana stilizzata, con le braccia aperte. Senza didascalie o altre indicazioni scritte.

 

– Quei fogli sono stati ritagliati certamente da un vecchio – dice Mazarine – Hai riconosciuto tutte le immagini?

– Mi pare di sì, sotto il profilo stilistico

– Comunque don Marco e gli altri ci hanno preparato una ricostruzione a colori della stessa croce, andando a riprendere ogni immagine. Ogni quadro sarà dotato di una scheda. Così lavoreremo con minori difficoltà.

 

Don Marco Rupe m’aveva chiesto di lasciare la fondazione museale che io dirigevo – ancora per poco – e aveva deciso che io e la ragazza avremmo dovuto vederci al più presto e che io contribuissi a leggere quelle carte che lei aveva portato alla luce, cercando di smontarne il meccanismo semantico a orologeria, per diradare la presenza di vari anticristi che orinavano sulla cristianità.  Don Marco lascia intendere che il tifone si sta abbattendo su tutto, preceduto da un intenso odore di fogna che sale da ogni pertugio. Ratti e gatti malati camminano allora con baldanza in attesa di carcasse e cadaveri. C’era un tale tale odore di piscio di gatto e di merda di topo, nella stanza del papa, che ne morivi, ma mica per incontinenza sua, ma per migliaia di figli di puttana di gatti silvestri che gli orinavano addosso e che avevano preso a pisciare un’orina rognosa; già che c’erano, pisciando su di lui, mitragliavano lo scroscio sull’immagine di gesù, mentre i ratti cercavano di rodere la guancia alla statua cerea di maria bambina, quella sdraiata soavemente nel lettino; sono i gatti merdosi dei talk show, funesti d’invidia e di saliva acida, gli opinionisti disumani e inumani, che ronfano, pancia all’aria, tra una pubblicità e l’altra e buttano palettine di gelato piene di merda contro gli altri. Già da mesi orinavano e cagavano in ogni angolo tv, dalle colonne dei giornali; cazzo, tu dici, gatti rognosi assetati di sangue. Tra poco succederà un disastro perchè sono tronfi e agitati. Gli opinionisti forcaioli portano sfiga, tempeste, terremoti, odio, guerre civili. Gatti disumani e inumani provocavano il ciclone, gonfiando la coda da qualche mese. Divorano croccantini spediti con regolarità dalle lobby americane, dai tedeschi e dalle banche e, saltando su se stessi, sventravano i divani, al centro della Tv.

Per fortuna riusciamo ancora ad opporre l’odore mistico di gelsomino di Mazarine al puzzo di merda di topo che invade l’Italia. Mazarine, spia co.co.co con contratto giornalistico di un anno, avrebbe dovuto giungere a Genova alle 19, proprio il 12 novembre 2011, ma stasera ci sono stati alcuni eccitanti fuoriprogramma. Berlusconi è stato costretto a salire al Campidoglio per rassegnare le dimissioni; le giunte sbandano e gli emoderivati liberticidi sono già in azione nelle operazioni di rastrellamento e Mazarine, più o meno alla stessa ora, si era incuneata in uno dei tipici casini che faceva Claire per pura magnanimità.
Avendo scelto di viaggiare, per motivi di sicurezza, su un furgone di magrebini, che copriva abusivamente la tratta tra Avignone e il capoluogo ligure, tra bonghi e marjuana della fratellanza universale, s’era trovata all’improvviso senza portafogli, più o meno all’altezza di Antibes che non sapeva più dove le fosse scivolato perchè fino a poco prima era dentro la borsa e anche la borsa era scomparsa, come ai miei tempi faceva il mago Silvan; Mazarine guardava accanto a sè, dietro di sè, sotto i sedili e diceva ragazzi non fate scherzi, rivolta ai magrebini che le urlavano che era una farabutta bugiarda cristiana del cazzo perchè quando era salita sul furgone avevauna borsa sola; insomma: era partita frettolosamente da Avignone, con due borse – lasciando la valigia nella casa dell’anziana signora della quale era ospite – e adesso ne aveva soltanto una, a tracolla, quella in cui ci sono i fogli da analizzare, ma non quella del portafogli e della carta di credito. Lei questa spericolatezza di mettere il culo su un mezzo di fortuna per lavoratori pericolanti e clandestini la chiama fiducia nei confronti del prossimo, ma non è altro che un fermo, insanabile pregiudizio nei confronti di se stessa, come occidentale e cristiana abusiva. Non ha nemmeno il coraggio di ammettere che il tunisino era pieno di fumo e avvelenato dalla propria supremazia razziale. Lui s’era fermato una prima volta sulla corsia d’emergenza dell’autostrada, nei pressi di Montecarlo; aveva fatto scendere tutti i suoi connazionali, dicendo che erano arrivati, anche se non era vero, perché erano in piena montagna, sui colli, insomma, lontano da luoghi abitati; tutti giù, meno la ragazza – aveva gridato. Il furgone con lui e Mazarine e una palma con banane chitarriste dipinte sulla fiancata aveva proseguito per trenta minuti buoni, infilandosi, poi, nell’area di servizio dopo Ventimiglia, in un angolo poco illuminato del parcheggio: niente nafta, niente soldi per il biglietto, niente uscita, urlava lui, battendo i pugni ritmicamente sul volante. Diceva che Mazarine non aveva pagato il viaggio e il furgone non aveva più carburante, e lei non aveva pagato il viaggio; lui doveva pagare il ticket d’uscita dall’autostrada, a Genova, ma non avrebbe avuto i soldi per farlo.
Ma io te l’avevo pagato in anticipo e in contanti, urlava lei, e come cazzo faccio a pagarti ancora se m’avete fregato l’altra borsetta, dove c’erano il portafogli e la carta di credito; il magrebino aveva tirato fuori il coltellaccio con il quale tagliava la barbisa agli agnelle, arrotandolo sulla leva del cambio.
Don Marco m’aveva dirottato su Ventimiglia. Cioè, più che dirottato m’aveva detto di schiacciare l’acceleratore e di spingermi più avanti. Che cazzo vuoi spiegare, Mazarine, a un magrebino pieno di cous-cous al tamarindo, quando sei piena di colpe perché sei cattolica e le tue antenate hanno pisciato per dispetto colonialista alla base delle piante dei datteri. Mazarine è identica a sua madre Claire anche in questo. Progressista conservatrice, piena di sensi di colpa per le colonie. Modernista, ma talmente tradizionalista e cattolica, nel profondo, da scegliersi un direttore spirituale, che è sempre un caro amico, una persona diversa dal confessore, il quale, normalmente, è un secondo sacerdote, orribile ed estraneo, coi nevi pelosi che non decespuglia dai tempi del seminario,  che non si lava i denti per ascesi mistica ed è sempre in preda a un eretismo psichico anti-demoniaco, da flagello tridentino. Don Marco Rupe è invece il direttore spirituale di Mazarine e il suo datore di lavoro temporaneo. Una delle poche creature angeliche che io abbia mai conosciuto. E’ una sopraffina entità. Bontà-intelligenza, bellezza discreta ed eleganza. Si è fatto prete ampiamente dopo i trent’anni, così non ha la minima postura da seminario né la voce da capra sofferente dei vecchi dicitori del Vangelo. Uno con le palle e con l’anima che gioca a tennis con satana senza tremare minimamente e contendendogli la battuta fino all’ultimo. Mazarine e don Marco Rupe sono cugini di secondo grado. Claire, la madre di Mazarine, è cugina dritta di don Marco, in quanto Don Marco e Claire sono figli di splendide sorelle.

“Un po’ meglio?- le domando
Sentite qui, come parla Mazarine.
“Molto meglio, ti ringrazio. Mi scuso davvero. Non puoi sapere quanto sono lieta d’averti conosciuto, seppur in queste circostanze tumultuose” dice lei in un italiano perfetto, con parole che denotano una pratica sugli scritti letterari.
– Pensi che qualcuno ci stia seguendo? – le chiedo.
Mazarine fa oscillare lievemente la testa negando ogni preoccupazione, con un movimento che deve aver conservato dall’infanzia. Lo fa per un atto di cortesia, anche se le buone demoiselles limitano la gestualità. Non vuole gettarmi addosso ciò che le aggroviglia l’interno.
Quello che vedo, dietro di noi, sono lontanissimi fari di un camion, poi quattro cerchi gialli e piatti piatti di auto che affrontano l’autostrada con cordiale remissività, mentre, più a sinistra, arrivano graffianti, allo specchietto, le ellissi delle luci di un’auto sportiva, che guadagna rapidamente terreno sulla corsia di sorpasso, con vibrazioni di raggi blu, ultra-bianchi, che cazzo so, ultravioletti, freddi, anzi algidi come un limoncino nel culo. L’auto salta, ghermisce metri, si protende, galoppa, s’allunga, lancia i femori dei pistoni, oscilla, trema e rallenta a fatica a qualche centinaia di metri da noi. L’uomo alla guida, nel momento in cui i nostri finestrini e i suoi sono perfettamente allineati, lancia uno sguardo rapido di rapina verso di noi, volendo frugare nelle nostre intenzioni attraverso fottutissimi e grotteschi occhiali neri alla Ray Charles, per alitarci addosso uno stereotipo intimidatorio di sicurezza e malavita. Non rallento. Fingo di non vederlo, ma è un nero antillano, il Pianista, chissà. Dopo averci frugato nelle intenzioni, riprende velocità. In pochi istanti si trasforma in qualcosa di divino come due rubini rossi rossi, dei fari posteriori, piccolissimi, là in fondo, già incollati a un promontorio.
Era una Porsche rosa confetto, con targa francese.
“Non prenderà nessuna multa – dice Mazarine, cercando di farmi cogliere soltanto la superficie di quanto ho visto – I sistemi elettronici non leggono targhe straniere.

– Ma chi è quello?
– Giuro che non l’ho mai visto –
– Devi fidarti di me.-
– Mi fido; ho chiesto io a don Marco che ti interpellasse per il foglio. Tu e la mamma vi siete conosciuti da don Marco, prima che diventasse prete”.
“Sì, don Marco e tua mamma sono persone speciali”.

Poi Mazarine piega il volto, mi guarda intensamente e dice:

– Se pensi che qualcuno ci possa seguire e se vuoi uscire dall’autostrada, a me va benissismo.
– Devi farmi una richiesta precisa, Mazarine. E dirmi: sarebbe meglio, per motivi di sicurezza o perchè ti va così, uscire adesso dall’autostrada.  Anche tua mamma poneva lunghi, educati quesiti

che non si capiva se fossero domande, risposte, inviti, desideri, opzioni, ipotesi o necessità.
– Dicono che noi donne portiamo il maschio a dire un no anche se noi vorremmo che fosse sì – dice Mazarine, ridendo.
– Se pensi che si debba uscire, lo facciamo e rientriamo prima dell’area di servizio dove ci aspettano per il cambio dell’auto.

– Dove ci aspettano per il cambio d’auto?

– Alla stazione di servizio Total di Piani d’Invrea. Se ti va, aspettiamo ad uscire dall’autostrada. Facciamo il cambio dell’auto, recuperiamo la valigetta con nuovi telefoni e la ricostruzione ingrandita e a colori dell’immagine contenuta nella busta…
– E dove dormiamo, stasera?
– Ce lo diranno i due che incontreremo dopo

 

 

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– Ci divertiremo – dice Mazarine.
– Come hai messo le mani su quella roba?

 

Mazarine inizia allora a cinguettare tutta la storia che lei non aveva lavoro, allora don Marco le ha detto collabora un po’ con noi. Non sapevo, fa lei, che l’agenzia contenesse una sotto-agenzia d’intelligence, ma mi sono divertita con il corso e tutto il resto, anche se il mio contratto sta scadendo. Allora don Marco mi ha detto: se vuoi vai ad Avignone. Sono scomparsi alcuni quadri dalle sacrestie delle parrocchie, ma non è una sottrazione semplice. I quadri sono stati donati dai parroci a un particolare gruppo di preghiera di Avignone, ma non potevano, perchè erano beni della parrocchia.

– Una cosa un po’ strana, in effetti. E’ un gruppo di preghiera vicino ai tradizionalisti, ai lefevriani o giù di li?

– No, al contrario, ma poi ti racconto nel dettaglio perchè ho trovato tante cose molto interessanti, compresa la fine dei quadri. Ti faccio la sintesi del modo in cui recuperato il foglio. La responsabile del gruppo di preghiera è Ginevra, una ragazza molto bella, occhi neri, capelli neri, pelle olivastra, d’origine siciliana. E’ figlia del barone che si dice sia stato vicino ai corleonesi e che stia condividendo il percorso religioso di Bernardo Provenzano.

– Il capo-mafia, Bibbia e pizzini

– Il mistero di Provenzano è quello di una profonda conversione, avvenuta negli anni. Il barone vuole dedicare un libro a tutto questo, che per lui è una delle forme più alte di miracolo. Il barone è uno dei protagonisti della sommersione della mafia corleonese. Sommersione significa, per certi aspetti, imborghesimento.

– E il barone come ha avuto la lettera mandata ai cardinali? E’ lui a dirigere il gruppo di preghiera d’Avignone?

– No, è la figlia, in totale autonomia. Ginevra conta un po’ , per le cose pratiche, sul fratello Jacques, detto Santiago Matamoros, una testa di cazzo assoluta, piuttosto violento e pericoloso, ma sottomesso al padre e alla sorella. Il barone, da quanto sembra, è una persona buona. Ha però il difetto d’essere un instancabile, gentilissimo, noiosissimo corteggiatore siculo. Voleva mostrarmi come conoscesse i segreti del mondo. Così ha preso la lettera e me l’ha fatta vedere. Poi ha aggiunto altri particolari. Mi ha riferito di alcune voci che sono state fatte giungere all’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, un uomo assolutamente pulito, su un attentato a Benedetto XVI o comunque sulla morte del papa che dovrebbe avvenire entro un anno. Don Marco ha confermato che quelle dicerie stanno circolando davvero e che non riusciranno a bloccarle.

– Potevi fotografarla, la lettera, senza prenderla.

– Chiunque avrebbe potuto dire che era una lettera immaginaria, costruita al computer. Invece qui abbiamo la busta, con timbro postale. E lui come può sapere che gliel’ho fregata io? E’ molto disordinato e poi l’ha fatta vedere ad altre persone.
– Perché all’improvviso sono scomparse, inspiegabilmente, Mazarine e la busta che contiene la lettera.
– La mia scelta di fuga è giustificata ai suoi occhi come un atto d’onore. Ti spiegherò… Nonostante siano stati diramati ai cardinali, dal Vaticano, inviti di massima attenzione, in questo periodo, nessuno di loro ha segnalato l’arrivo della lettera. Ecco com’è la storia in breve.

 

Poi mi fa un segno di guardare più avanti, a un chilometro, un chilometro e mezzo. Ha visto un’auto ferma sotto un ponte, sulla corsia di emergenza e forse pensa che ci sia di mezzo quella testa di cazzo vendicativa di Jacques Matamoros. Non è la Porsche, ma un’auto larga e chiara. Ritengo che sia meglio fermarmi subito, a destra, in una piazzola, aspettando che arrivi il camion, da dietro.

Seguo l’autoarticolato, mi attacco alla sua targa spagnola.  Sento le preghiere dei poveri bovini destinati al macello, l’odore d’orina risentita e quello della paglia sminuzzata che vola all’esterno. Prima di arrivare nei pressi del ponte, sotto il quale è ferma l’auto con i lampeggianti accesi, inizio una lentissima manovra di sorpasso del camion, che ci permetterà di arrivare a metà dell’autoarticolato, affinché la sua forma enorme ci protegga.
Poveri vitelli, che guardano dalle fessure.
– Quel vitello ha gli occhi del Papa – dice Mazarine. Mi rendo conto che lei ha ragione. Tutti i vitelli spagnoli che portano al macello hanno gli occhi di Benedetto XVI.
L’auto non ha cattive intenzioni, è una Mercedes sfiancata, piena di ragazzi e ragazze che ballano con il culo sui sedili.

Mazarine è più tranquilla. Le dico che tutto è posto e che non deve preoccuparsi.

– Allora iniziamo a lavorare – dice lei

– Da dove partiamo?

– Ti va di partire dalla busta?

– Benissimo

Estrae dalla borsa una busta rettangolare di dimensioni ordinarie. La busta è porosa, di una buona carta, simile a quella, uso mano, che si utilizza per gli inviti alle cerimonie. Nella parte superiore sinistra ha uno stemma cardinalizio, privo di scudo, ma con un motto. Al centro, un indirizzo con il nome del destinatario, un cardinale francese. L’indirizzo è stato steso da una stampante, direttamente sulla busta, che è stata aperta con un tagliacarte nella parte superiore. Le lettere sono state inviate dall’ufficio postale della stazione di Brescia, tutte nello stesso giorno. Venti giorni prima che si diffondesse a Palermo la notizia che Benedetto XVI avrebbe soltanto un anno di vita.

 

Il secondo capitolo su Stile Arte, quotidiano di cultura on line, a partire da domenica 28 giugno

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Marco Manzoni primo premio assoluto al Nocivelli 2016. L’intervista