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Quel duraturo fuoco di Paglia

intervista di Chiara Seghezzi

Stilebrescia intervista Luciano Anelli.

mendicanteNato a Brescia nel 1680, Antonio Paglia subì l’influsso del padre Francesco, che portò in città il filone guercinesco. Può approfondire questo aspetto, delineando le componenti della sua formazione?
Il Seicento a Brescia è condizionato dalla presenza quasi ossessionante di Francesco Paglia, allievo nel 1666 a Bologna del Guercino: l’adesione alla scuola bolognese lo distingue dagli altri bresciani della sua epoca. Personalità incombente, famoso scrittore d’arte e pittore intraprendente, ebbe una vasta bottega in cui lavorarono i figli Angelo, Antonio ed Eufrasia. Solo dopo la morte del padre (1714) Antonio sviluppa un linguaggio personale, libero dal chiaroscuro e dalle torniture bolognesi. Sia Antonio che Angelo continuano ad operare in bottega, pur con stili diversi: scattante e nervoso il primo, caratterizzato da maggiore dolcezza dei volti il secondo. Dopo il 1714 Antonio si trova a Venezia presso Sebastiano Ricci; egli è riuscito insomma, sottolinea Stradiotti, “ad emanciparsi dall’ambiente familiare e cittadino per andare, ormai quasi quarantenne, in quella fucina di idee innovatrici”. Secondo Fenaroli, “tornando in patria, portò seco alcuni modelli del Ricci, per avere sempre sotto gli occhi la sua maniera”.
Un altro bresciano, anni prima, aveva acquisito a Venezia il colorismo di Sebastiano: Zanetti da Ghedi, al quale si deve l’arrivo, in quel paese, dell’Annunciazione del Ricci, oggi alla Parrocchiale. Antonio imparò da Santo Caligari “a modellare le figure in creta, che vestiva in panni di lino, e formava il soggetto intero che doveva dipingere; copiandolo poi a chiaro di lume, dava alle sue opere grande effetto di chiaroscuro” (Fenaroli). Fece numerose copie di pitture antiche, soprattutto della maniera dei Bassano, che amò a tal punto da contraffarli. Nel 1747 morì tragicamente per un colpo alla tempia da parte di un domestico che “mosso da prava ingordigia, desiderava avidamente di appropriarsi la sua roba” (Fenaroli).

Dal 1740, Antonio tende a mostrare anche nei soggetti sacri la quotidianità del reale, tradizione cara a Brescia, da Romanino e Moretto sino a Ceruti e Cifrondi. Può dirci qualcosa del rapporto con questi ultimi e del problema delle false attribuzioni?
Negli anni della formazione di Antonio è evidente una congiuntura di personalità che influenzano l’artista: importante è la presenza a Brescia di Ceruti dal 1722 al 1734 e oltre, con incursioni successive; bresciano era il maggiore realista del Seicento, Pietro Bellotti, che visse sul lago di Garda dal 1681 al 1700; prima del 1720 da Bergamo si era trasferito a Brescia Cifrondi, il cui stile, nei dipinti di San Faustino e San Giuseppe e nei quadri di genere, è ripreso nelle pennellate allungate e filamentose di Paglia. Credo che, in Veneto, Antonio abbia subito l’influenza di Nicola Grassi: ci sono opere (Presepe di Novale, già raccolta Morandotti di Roma, oggi in una collezione privata di Udine) che non è chiaro se appartengano a Grassi o a Paglia.
La dipendenza di Antonio, soprattutto nella maturità, dalla ritrattistica di Ceruti innestata sul linguaggio veneto, è così forte che spesso si sono verificate false attribuzioni: il Ritratto di gentiluomo (Inv. 1530) acquistato nel 1984 dai Civici Musei di Brescia come Ceruti è invece di Paglia, così come è di Antonio la Maddalena, finora pubblicata come Ceruti. Altri dipinti sono erroneamente attribuiti a Cifrondi, come un Mendicante di una collezione privata bresciana.
Oggi si conosce questo artista soprattutto per le opere sacre, sia pale d’altare che sequenze narrative ad affresco, o in svariate tele della vita di un santo: come la vasta serie di tele rettangolari e ovali della chiesa di San Giovanni Battista in San Francesco di Paola a Brescia, narranti miracoli ed episodi della vita del santo taumaturgo, per ora solo in parte pubblicate. E’ nelle pale sacre che, fra edite, inedite e poco note, si spiega una vera galleria di dipinti barocchetti spesso caratterizzati da un colorismo di marca veneta che risente di Ricci e di Grassi. Molte le opere da indagare, tra cui: l’Immacolata di Santa Maria degli Angeli di Brescia, già Tortelli, ma certamente Paglia; il San Filippo in preghiera davanti all’altare in Santa Maria degli Angeli a Pralboino; il Miracolo di san Francesco di Paola della Parrocchiale di Magno di Gardone Val Trompia, pubblicato anonimo, che credo invece essere Paglia; la Sacra Famiglia in un ovale finemente intagliato della Casa di Dio; i due Santi delle Ancelle della Carità pubblicati solo da Panazza nel 1996; la Madonna e Santi della chiesa di San Francesco di Paola a Sorbara di Asola; un poco noto ciclo cristologico ad affresco della sacrestia della Parrocchiale di Ospitaletto.
A queste si affianca la produzione barocchetta di impronta veneta, che raggiunge vertici altissimi in opere ben note come il Martirio di san Giacomo nella Parrocchiale di Ospitaletto (tempio dei Paglia).
Il San Giacomo tratto al giudizio davanti ad Erode Agrippa è il capolavoro che segna il vero sganciamento di Antonio dai modi del padre; l’accostamento di colori beige e bruno-dorati è omaggio a Cifrondi, così come è un richiamo ai veneti l’ambientazione in ricche architetture. Il legame coi veneti è dimostrato dal Cristo schernito dagli sgherri a Borgo Sotto di Montichiari, in cui si coglie la completa adesione al dipinto di Bassano che ancora nel Settecento si trovava nella chiesa di Sant’Antonio dei Gesuiti a Brescia. L’opera, pubblicata in passato come Bassano, è in realtà una riedizione settecentesca del tema bassanesco.

Quali sono i principali committenti dell’artista?
La committenza è prevalentemente chiesastica, ma non è da sottovalutare il collezionismo privato. Antonio Paglia, infatti, spesso inserì figurine in dipinti di generisti bresciani del Settecento che non erano portati ad eseguire le figure, come nelle incisioni di Gaudenzio Botti. Il versante del collezionismo privato necessita però ancora di uno studio approfondito.

Pittore di pale sacre e di quadri di genere, quali tecniche predilige?
Dal punto di vista delle tecniche è un artista versatile, usa l’olio con la velocità del barocchetto veneziano, ma talvolta le sue pennellate si fanno corpose e ricche. Ha destrezza anche con l’affresco, come è dimostrato nel ciclo di Ospitaletto. La fortuna di Antonio Paglia è avvalorata dalla notevole quantità di immagini tradotte in incisioni, che ebbero grande diffusione a Brescia e in Lombardia. Disegnatore rimarchevole – lo si nota nei quadri -, prepara le tavole per le incisioni di Francesco Zucchi e Carlo Orsolini.

Caduto nell’oblio nell’Ottocento, Antonio Paglia è stato più di recente rivalutato. Può ricostruirne la fortuna critica e dare qualche indicazione sul mercato delle sue opere?
Fu apprezzato dai contemporanei per la destrezza e la scioltezza del pennello. La rinascita di un certo interesse per quest’autore risale al 1964, anno di redazione del terzo volume della Storia di Brescia. Ancora nel 1934 Calabi, in occasione della grande mostra di pittura del Sei-Settecento bresciano, considera unitamente Antonio e Angelo “artisti modesti l’uno e l’altro”. Fino al 1964 è stato presentato come figura minore: è solo grazie alle recenti mostre in Val Trompia e Val Sabbia che emerge l’autonomia di Antonio dalla bottega del padre e l’originalità di questo pittore, che oggi vediamo giganteggiare nel panorama locale del XVIII secolo, e tener testa ai grandi come Cifrondi, Ceruti, Tortelli e Celesti.
E’ un autore difficile da imitare, non esistono falsi ma false attribuzioni. I quadri di genere, rarissimi, possono essere confusi con quelli di Ceruti e come tali messi in vendita.

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