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Abbaiando al peccato. Il cane nell’iconografia cristiana


Le Symbolisme de la nature (1864) di Monsignor de la Bouillerie – arcivescovo di Berga e coadiutore della diocesi di Bordeaux – è un raro dizionario ragionato dei simboli della natura, animata e inanimata, che coglie, attraverso i testi evangelici, biblici e patristici, la stretta connessione tra la Parola divina e gli elementi naturali, al punto d’essere in grado di indicare precisi percorsi interpretativi a chi si accinga alla lettura di opere di matrice religiosa. 
di Monsignor De la Bouillerie
tobiolo lippiLa Chiesa dispone ancora oggi e non cesserà mai di disporre di quei cani che vigilano, che la custodiscono e sanno dare l’allarme: “Guardiano, che cosa accade nella notte?”. Si aggirano coraggiosamente, abbaiano senza paura contro l’uomo che cammina nelle tenebre per sorprendere la Casa del Signore e per devastarla.
In cambio dei servizi che offre al suo padrone, il cane divide il suo tetto, la sua tavola, le sue gioie e soprattutto le sue pene. Questo destino non è lo stesso dei ministri del Signore?
E’ a loro che è stato detto: “Io non vi chiamerò servitori, ma amici”. Sono i frequentatori della sua casa e di loro è scritto che hanno la loro parte del dolce cibo della sua tavola. Quando Gesù Cristo trionfa essi gioiscono e cantano l’Osanna, e quando le iniquità dei popoli crocifiggono di nuovo il Salvatore essi gridano: “Andiamo e moriamo con Lui”.

Il cane custodisce il padrone quando è in casa e se quest’ultimo viaggia, lo accompagna. Corre, precede i suoi passi; come volesse illuminargli il cammino; ma non lo perde mai di vista. Va, ritorna, lo precede e lo segue, partecipa alle fatiche della strada e le addolcisce. Poi, quando il padrone assente per molto tempo ritorna felice al focolare domestico, è il cane che porta la buona notizia. Così, quando Tobiolo stava tornando alla casa paterna, il piccolo cane, suo compagno, lo precedeva dal vecchio Tobia e con le sue moine sembrava testimoniargli la propria gioia.
Il cane è l’immagine dei missionari e degli apostoli che precedono il Signore come nei giorni della vita mortale, che vanno fino alle estremità del mondo, ma che si preoccupano di non allontanarsi mai dalla presenza del loro divino Maestro. Lo precedono con la parola, lo seguono con fedeltà e quando hanno la fortuna di riportare sotto il tetto paterno un figliol prodigo, sembrano precederlo con cantiche di gioia e lo annunciano al Padre celeste affinché lo riceva nelle sue braccia dicendo: “Mio figlio si era perduto ed io l’ho ritrovato, era morto ed è risuscitato”.
Abbiamo visto che il cane ama partecipare alle fatiche ed alle gioie del cacciatore. Ammirabile e generoso è l’istinto del cane che si ferma, che sembra cacciare per il suo padrone e non per se stesso! Fiuta da lontano la selvaggina e quando le è vicino, temendo che essa approfitti delle sue ali e dei suoi piedi veloci per sfuggire ai colpi del cacciatore, si ferma prudentemente, spia, affascina con l’occhio l’animale tremante, lo trattiene sotto il suo alito e quando il cacciatore avanza sotto la guida del cane si trova così vicino alla selvaggina che gli risulta facile raggiungerla. Subito il cane si precipita e porta fedelmente al suo padrone una preda che non intende spartire.
Tutto nella natura, perfino nelle nostre distrazioni e nei nostri divertimenti, può elevarci verso Dio. Il simbolo che ho appena descritto ci ricorda quegli uomini apostolici, quei preti zelanti per la salvezza delle anime, che le cercano, le osservano, aspirano a conquistarle, non per se stessi o per la loro gloria, ma – dice l’Apostolo – “per guadagnarle a Gesù Cristo”.
Si riferisce di San Filippo Neri, ammirabile cacciatore di anime, che avesse l’odorato del cane da caccia per distinguere la virtù dal vizio, che fiutasse da lontano il profumo dell’anima pura come il fetido odore dell’impurità.
Questi uomini di Dio uniscono la prudenza allo zelo. Corrono se è necessario, si fermano quando occorre. Con le loro preghiere, le loro conversazioni, i loro esempi sanno circuire le anime e le preparano a ricevere i dolci colpi della grazia di Dio. Poi, quando questa grazia li ha vinti, la rimettono come dei trofei nelle mani del loro divino maestro.
Se il cane spartisce i piaceri del padrone, abbiamo già detto che sembra compatirne i dolori, cercando anche di calmare le sue sofferenze. È in questo atteggiamento che lo vediamo sovente, quando il padrone è ammalato, leccarne le piaghe per guarirlo.
E ancora, quale anima cristiana che medita sulle piaghe del Salvatore non brama depositare il balsamo delle sue lacrime e delle sue preghiere? Quale è la persona che attraverso la testimonianza della sua fede e del suo amore non si sforza di consolare Gesù Cristo e di guarire le ferite del suo cuore?
Ah, Signore, non è soltanto sulle vostre piaghe dolorose che mi piacerebbe versare il balsamo!… Avete elogiato i cani pietosi che leccavano le piaghe del povero Lazzaro. La carità è umile, dice San Paolo; deve accondiscendere a tutte le miserie. Voglio che la mia si abbassi al livello dei poveri fino a rendere loro i servizi più spregevoli. È preferibile per me essere simile ai cani che leccano le piaghe di Lazzaro, che ai cattivi ricchi che gli rifiutano le briciole della loro tavola. (…)
Poiché il dovere del cane è di difendere il proprio padrone e di abbaiare quando lo si attacca, è biasimevole quando rimane muto. Così i pastori infedeli sono citati nei nostri libri sacri come sentinelle cieche che dimorano nell’ignoranza, cani che non sanno abbaiare e che si addormentano. “Tali erano, riprende San Gerolamo, gli scribi ed i farisei, ciechi che conducevano altri ciechi nell’abisso; cani muti che invece di custodire il gregge del Signore e di abbaiare per difenderlo non pronunciavano che menzogne”.


Ohimè! Ogni volta che l’eresia e lo scisma hanno separato dalla Chiesa intere contrade, non si può ritenere che tra i pastori parecchi avessero imitato la condotta degli scribi e dei farisei? Le truppe si sono disperse!… Perché? È accaduto che i cani sono rimasti muti. Di tutti i mali che possono desolare su questa terra la Chiesa di Gesù Cristo, niente è più temibile del mutismo dei pastori. Solo la loro parola mantiene la sana dottrina; ma soprattutto è l’unica forza che resiste alle potenze del secolo quando esse si alzano fremendo contro il Signore. Finché i pastori alzano la voce, finché ripetono con gli Apostoli: “Noi non possiamo non parlare”, il gregge è al sicuro; perché la Chiesa non abbia niente da temere io non chiedo che i lupi cessino di ululare, ma che i cani abbaino.
Il profeta Isaia non si limita a nominare i pastori colpevoli di Israele come dei cani muti, li chiama anche cani che hanno perso ogni vergogna, che non si saziano mai, che non comprendono più la verità. “Non amano che le menzogne, continua San Gerolamo, e le menzogne non li saziano mai”. Non è proprio qui uno dei caratteri dell’eresia e dello scisma? L’errore non li soddisfa, cercano ovunque l’alimento della verità e non lo trovano mai.
E non si potrebbe applicare a tutti coloro che si separano dalla Chiesa questa affermazione del Re profeta: “Soffrono la fame come i cani e gironzolano attorno alla città?”. Questa città è la Chiesa, ed è lì che il divin Maestro distribuisce a tutti i fedeli il pane della sua parola e della sua grazia. Chi erra attorno alla Chiesa non ha più né asilo né padrone, gironzola nei pressi della città e non vi entra mai, soffre la fame come i cani: Famen patientur, ut canes. Essi sono muti per la verità, ma non cessano di spingere contro di essa interminabili latrati. Sono come dei cani vagabondi, che abbaiano quando li si incontra, che si irritano quando li si allontana, che mordono quando ci si avvicina.
Tuttavia quei cani impudenti di cui parla il profeta Isaia sono l’immagine dei peccatori quando si abbandonano senza vergogna alle loro brutali passioni. “Lontano dalla Chiesa, grida l’Apostolo San Giovanni, lontano dalla chiesa i cani e gli inverecondi!”. Quelli non si saziano mai, o se la sazietà ed il disgusto li allontanano per un istante dai loro piaceri criminali, ben presto ci ricadono di nuovo, tanto da meritare che si applichi loro il proverbio “Il cane ritorna a ciò che ha vomitato”.
Più l’istinto naturale del cane lo porta ad essere l’amico ed il fedele servitore dell’uomo, più diviene colpevole quando, dimenticando la bontà del suo padrone, si getta su di lui con rabbia.
(traduzione dal francese di paolo pietta)

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