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Acquisti d’arte, la Cina supera l’America ma galleggia tra milioni di falsi

 

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Mentre la Cina esplode in ogni settore, rilevando nel gusto un allineamento al gusto occidentale, in arte resta fortemente tradizionalista e nazionalista. Gli acquisti maggiori riguardano veri o falsi oggetti archeologici cinesi, dipinti di pittori cinesi, oggetti di giada proposti come antichi, ma prodotti da aziende specializzate nella realizzazione di copie. Non c’è ancora un’apertura vera alla pittura occidentale, mentre per gli arredamenti, gli abiti e persino le fisionomia – la chirurgia plastica che porta uomini e donne ad essere fisicamente europei – si allineano al modello europeo e americano. L’attenzione per i valori tradizionali connsente di comprendere che questi oggetti della tradizione favoriscono il mantenimento di un’identità culturale e spirituale che risulta cemento della nazione. Si ha persino l’impressione che certi acquisti stratosferici compiuti alle aste di maestri cinesi contemporanei siano mossi da un intento nazionalista, che voglia imporre a livello economico una linea alla via cinese all’arte. Del resto la vecchia partita a ping pong con gli Stati Uniti sta proseguendo. E ora con i dipinti. Mentre gli Stati Uniti hanno già vinto la partita con l’Europa -imponendo, attraverso la mitizzazione sorretta da record d’sta continui l’espressionismo astratto, la pop art e il graffitismo -, cancellando, di fatto, i mercati locali e le espressioni provinciali europee, il colosso resiste e risponde alla battuta di un Warhol con un pittore calligrafo del XVIII secolo o con l’Ultima cena del contemporaneo Zeng. Americani e cinesi hanno la consapevolezza – che manca del tutto all’Europa – che la cultura veicolata dall’arte figurativa è un linguaggio che può essere diffuso soltanto dai vincitori. Sicchè gi spazi un tempo occupati dall’Europa, vengono oggi detenuti dai due colossi. E forse in modo irreversibile perchè gli imprenditori europei non hanno compreso che l’economia passa attraverso la cessione di beni e di immagini della civiltà che li ha prodotti da uno stato culturalmente e politicamente forte a realtà che, in quel momento, vengono colonizzate. Risulta allora ancor più incomprensibile il fatto che gli imprenditori italiani, ad esempio, non svolgano un’ampia azione di mecenatismo e di promozione delle arti e che ci si affidi, in questo settore, soltanto all’involucro della moda, senza passare attraverso le rappresentazioni del mondo garantite dall’arte.


Ma torniamo alla Cina che vive in modo turbolento e caotico il passaggio al collezionismo, inteso anche come investimento capace di trasformarsi in identità culturale e in una supervaluta, alternativa agli investimenti immobiliari. I cinesi hanno superato, a livello di giri d’affari, nelle aste, gli americani. La domanda è così grande che l’anno scorso, in un paese che a malapena ha un mercato dell’arte che ha solo due decenni, i ricavi d’asta riportati sono stati fino a 900 per cento rispetto al 2003: 8,9 miliardi dollari, mentre il mercato delle aste degli Stati Uniti per il 2012 è stato 8,1 miliardi dollari.Il problema gravissimo per le organizzazioni di vendita è quello degli insoluti, che hanno livelli elevatissimi. In molti casi gli acquirenti non pensano che alzare una paletta nel corso di un’asta non sia un’opzione di acquisto, ma l’acquisto stesso. Molti acquirenti non concludono l’iter commerciale anche perchè, essendosi fatti trascinare dalla gara e dovendo compiere esborsi notevoli, sono dilaniati dal dubbio del falso, In Cina proliferano le repliche.
“Il sentiero della produzione antiquaria”-scrive il New York Times -alimenta la vendita di falsi dipinti e falsi bronzi – A Jingdezhen, città tra le montagne aspre della Cina sud-orientale, piccoli laboratori realizzano squisite riproduzioni di Ming e Qing porcellana. Gli artigiani costruiscono forni a legna che aiutano a creare trame sottili e smalti. A Yanjian, un polveroso villaggio nella provincia centrale di Henan, usano l’ammoniaca in bronzo per indurre corrosione e produrre quella stesso verdastro, quella patina ossidata che deriva dall’esposizione dell’oggetto all’acqua o all’umidità delle terra consentendo a una coppa a campana, per antiche libagioni rituali, prodotta pochi giorni prima di passare per un manufatto rinvenuto da una tomba.
E a Pechino, Tianjin, Suzhou e Nanjing, pittori altamente qualificati e calligrafi replicano le pennellate dei maestri venerati. I cosiddetti dipinti tradizionali cinesi di solito raffigurano la bellezza naturale delle montagne, fiumi e foreste in stile antico, e, insieme con la calligrafia, sono i cavalli di lavoro del mercato dell’arte in Cina, pari a quasi la metà del denaro preso in all’asta l’anno scorso. Così, in tutto il paese, i pittori lavorano per copiare maestri come Qi Baishi e Fu Baoshi, anche il laboratori dove operano ottocento copisti”.

 

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