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Agostino Carracci – Cosa fa il satiro scandagliatore con il piombo sul pube di una ragazza

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 Agostino Carracci (1557/ 1602), Il satiro scandagliatore, 1590 circa-1595 circa, bulino, mm 202x135


Agostino Carracci (1557/ 1602), Il satiro scandagliatore, 1590 circa-1595 circa, bulino, mm 202×135

 

Cosa fa un satiro eccitato – il suo pene è teso, sotto la gonnella-perizoma – con un piombo legato al filo? Cosa sonda o cerca di sondare con quello strumento sopra il pube di una giovane e bella donna, disponibilissima al gioco erotico? Struscerà il piombino sul suo inguine? lo farà avventurare nelle profondità della sua “natura” fino a raggiungere il fondo, la fine del pozzo?

Osserviamo bene la scena. Al di là dei volti e dei corpi dei protagonisti non possiamo dimenticare ciò da cui sono circondati poichè, normalmente è su piani visivi non immediatamente evidenti, che si delineano importanti porte semantiche. Non v’è dubbio che l’opera sia giocosamente erotica e che, a prima vista  – ma poi vedremo qual è esattamente la sua matrice – non riveli alcun principio moraleggiante. Al contrario essa risveglia i sensi e, lavorando sulla specularità percettiva e sulla complicità degli spettatori, evoca i prodromi di assolute delizie erotiche.

 da Agostino Carracci (1557/ 1602), Il satiro scandagliatore


da Agostino Carracci (1557/ 1602), Il satiro scandagliatore

 

 

Il Satiro “scandagliatore” è una nota incisione di Agostino Carracci (Bologna, 1557 – Parma, 1602) che, per dimensioni, non può rientrare nella serie delle cosiddette Lascivie, incisioni con pretesti mitologici o citazioni bibliche, traslate in una dimensione sessuale ed erotica, pubblicate nella seconda metà degli anni Ottanta del Cinquecento, cioè qualche anno prima rispetto a questa singola stampa, dalla quale furono ricavati alcuni dipinti, uno dei quali viene ritenuto opera dello stesso maestro. Un’incisione unica che il pittore bolognese avrebbe rielaborato da suggestioni d’area franco fiamminga, poi mutate e adattate al pubblico italiano, mutandone il valore semantico.

 

Ma torniamo ad esame attento dell’incisione. Un piccolo eroto assiste estasiato alla scena, mentre la donna immota, sembra attendere d’essere penetrata. Muove solo il braccio destro per aprire uno spazio, tanto simile all’organo sessuale femminile,  nel lembo inferiore della coperta dal quale si affaccia una gatta, che sembra strisciarsi e fare le fusa. La gatta (chatte) è la denominazione popolare della vagina, in lingua francese. C’è poi il dato del vello e dello strusciamento che l’animale compie contro la coperta. Lei è eccitata e ferma, lui sorride, luciferino.

Importante risulta l’individuazione di una fonte iconografica a cui Carracci si ispirò: l’incisione Vanitas Vanitatum et Omnia Vanitas, incisione realizzata nel 1578.Questo lavoro moraleggiante fornisce un’idea a Carracci. Un’idea che stravolge,  mutandola di segno, sotto il profilo morale.

 

H. WIERIX, Vanitas Vanitatum et Omnia Vanitas, 1578, incisione

H. WIERIX, Vanitas Vanitatum et Omnia Vanitas, 1578, incisione

“Solo recentemente infatti – scrive Gloria Liberati nel Gloria de Liberali Bollettino Telematico dell’Arte, 13 Maggio 2013, n. 677 – è stato possibile rintracciare la principale fonte iconografica di Agostino, che derivò l’oscuro soggetto da un’incisione moraleggiante stampata nel 1578 dall’olandese Hieronymus Wierix (Antwerpen, 1553 – 1619) su invenzione di Willem van Haecht (Antwerpen, 1525 circa – 1583) e disegno di Ambrosius Francken (Herenthals, 1544 – Antwerpen, 1618), intitolata “Vanitas Vanitatvm et Omnia Vanitas”, conservata presso la Herzog August Bibliothek , il cui tema è appunto la vanità intesa come caducità dei piaceri terreni. Al centro sta infatti Vanitas, una donna nuda distesa su un letto a baldacchino, mentre su di lei si sporge un satiro, identificato da un’iscrizione come Impudicitia, che con la mano sinistra solleva il lenzuolo per scoprirla, e con la destra dirige un piombino (o scandaglio) sopra il pube della giovane impassibile, come a misurare la profondità della sua lussuria (….) Il titolo dell’illustrazione è una citazione dall’Ecclesiaste del Vecchio Testamento, ed in particolare dal libro di Qohélet che più volte nel testo ribadisce il celebre motto “Vanità delle Vanità, Tutto è Vanità”, demolendo nelle sue riflessioni le pretese di eternità degli uomini e riaffermando la fede in Dio come unica via di salvezza. Un’altra citazione biblica, quasi un sottotitolo, compare al centro della composizione al di sopra del baldacchino e recita “Meritrix Abissus Imus. / Pro. 23.”, riferendosi al Proverbio 23:27 (“Una fossa profonda è la meretrice, e un pozzo stretto la straniera”), rafforzando così il significato moraleggiante della scena, non privo di una certa ironia ed evidentemente rivolto ad una ristretta cerchia di pubblico di fede protestante. In proposito mi sembra utile citare un passo dall’Antico Testamento, che abbiamo già visto essere il testo fondamentale per la comprensione della scena allegorica ideata da van Haecht, ed in particolare dal profeta Amos che così descrive una delle sue visioni: «Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: il Signore stava sopra un muro tirato a piombo e con un piombino in mano. Il Signore mi disse: “Che cosa vedi Amos?”. Io risposi: “Un piombino”. Il Signore mi disse: “Io pongo un piombino in mezzo al mio popolo, Israele; non gli perdonerò più. Saranno demolite le alture di Isacco e i santuari d’Israele saranno ridotti in rovine, quando io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboàmo”» (Amos 7, 7-9). Dunque il piombino, strumento impiegato fin dall’antichità per verificare la verticalità di una costruzione, diventa qui simbolo di un giudizio irrevocabile che valuta la rettitudine del popolo d’Israele”.

 

Agostino Carracci, Il satiro e la ninfa, collezione privata

Agostino Carracci, Il satiro e la ninfa, collezione privata

 

 

 Agostino Carracci (1557/ 1602), Il satiro scandagliatore, 1590 circa-1595 circa, bulino, mm 202x135


Agostino Carracci (1557/ 1602), Il satiro scandagliatore, 1590 circa-1595 circa, bulino, mm 202×135

 

Ma Agostino Carracci stravolge la scena, elimina personaggi, peccati e prediche per concentrarsi esclusivamente sulla funzione erotica dell’immagine. Che lo scandaglio serva per misurare la profondità del peccato o che il piombo sia solo uno strumento da muratore per “tirar su bene il muro e far bene l’opera” non importa; forse entrambe le accezioni si sommano nella necessità di cantare la bellezza costruttiva del sesso. Gli attributi del desiderio dell’eros non mancano. L’uccello chiuso da solo in una gabbietta potrebbe alludere al membro maschile  che ha desiderio di sfuggire alla costrizione, mentre la gatta al sesso femminile, come l’apertura delle falde inferiori della coperta del letto che sia nell’incisione che nel quadro attribuito a Carracci, assumono la forma dei genitali femminili. L’opera del bolognese sfugge da qualsiasi plumbea condanna per divenire canto e stimolo alla prassi erotica.

 

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