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Agostino Mantovani – L’Iraq e l’iconoclastia della vita nella Guerra continua

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Poeta sensibile e saggista acuto, Agostino Mantovani ricostruisce in un libro, che unisce i due registri espressivi, il conflitto in Iraq, gli abomini, il silenzio degli innocenti, la degenerazione etica e la sordità del mondo di fronte a “La guerra continua”, che dà anche il titolo al volume, edito Marco Serra Tarantola. Costruito come un diario senza date, sincopato dall’ansia di fissare il frammento,  scandito dal tempo discontinuo e orribile delle atrocità lontane e dalla ribellione dell’uomo-che-pensa,  il libro offre una visione di segmenti bellici che poi si compongono nell’assoluta linearità degli avvenimenti militari e politici, offrendo un quadro di senso al non-senso di un’informazione frantumata. L’opera assume il punto di vista dell’autore che osserva ed estrapola efficacemente dal brusio di sottofondo – quello che poteva apparire come un gigantesco filmato di finzione, un basso-continuo di morte che i mass media rendevano in una dimensione di incomprensibile surrealtà – per riportarlo, attraverso una sensibilità umanistica e cristiana al centro della scena.

Lo scrittore e poeta Agostino Mantovani

Lo scrittore e poeta Agostino Mantovani

 

Mantovani accoglie ogni bagliore, da lontano, e lo trasforma in un guizzo elettrico di informazione, indignazione, analisi politica e poesia. Come non cogliere questo cortocircuito tra i prati che stanno fiorendo, attorno, – e che paiono riempirsi di quei ronzii d’ape che in Niente di nuovo sul fronte occidentale, erano in grado di coprire, nelle retrovie, il tambureggiare delle artiglierie – e la deflagrazione del conflitto come un gioco del teatro dell’assurdo, come iconoclastia della vita, smembramento, omicidio di massa ritualizzato dalle nuove religioni dell’efficienza?

“Un giorno anche se adesso non c’è dato di saperlo, la guerra finirà – scrive Agostino Mantovani – Ogni cosa umana, infatti, bella come la pace o brutta come la guerra, ha un inizio e una fine. Finirà e resteranno a ricordarla, per un po’ di tempo, le rovine delle esplosioni, le amputazioni dei feriti, i cumuli dei morti, i filmati dal vivo. Poi pian piano il ricordo sbiadirà. Vivere in pace fa sfumare gli orrori e può esserci, può subentrare la noia della pace. Per questo scrivo, quasi quotidianamente, della guerra che si combatte oggi in Iraq. Una guerra a caso, tra le tante che ci sono nel mondo, forse nemmeno la più terribile. Scrivo per chi vorrà leggere, per non dimenticare mai anche quando passerà del tempo, quanto sia terribile, brutta, ingannevole, assassina, la guerra”.

Nell’opera, Agostino Mantovani – che fu europarlamentare – affronta la questione anche sotto il profilo politico ed evidenzia quelli elementi mutageni dell’informazione in grado di convogliare il consenso e di creare, in ogni caso, l’idea della guerra giusta, motivata da orribili sovrastrutture finalizzate alla convergenza ideologica e sottolinea, scolpendola in un monumento, l’incapacità dell’uomo di guardare alla propria storia e alle mistificazioni del passato per uscire da antiche trappole mortali.

 

 

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Ogni generazione, argomenta Mantovani, pare affacciarsi al mondo e crescere e occupare funzioni attive senza essere conscia che i pretesti bellici mutano come modalità tecnica di rappresentazione, ma non cambiano nella sostanza.  Seppur – avverte  Mantovani – il sistema dell’informazione e della disinformazione sia divenuto, ora, una scienza comunicativa implacabile, un pulviscolo nucleare che semina morte, ben prima che entrino in campo gli eserciti. (maurizio bernardelli curuz) 

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