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Alessandro BUlgarini, Dèi-cide (Autodafè) – olio su tela preparata – cm 100 x 80 – 2013  (opera esposta alla 55a Biennale di Venezia, nell’evento collaterale Overplay  a Palazzo Albrizzi)
Alessandro BUlgarini, Dèi-cide (Autodafè) – olio su tela preparata – cm 100 x 80 – 2013 (opera esposta alla 55a Biennale di Venezia, nell’evento collaterale Overplay a Palazzo Albrizzi)

Alessandro Bulgarini, le verità immor(t)ali

Iniziamo con una breve scheda anagrafica, come se leggessimo una carta d’identità. Nell’ambito dell’espressione artistica può immediatamente specificare il suo orientamento stilistico ed espressivo? Sono nato a Brescia più o meno 29 anni fa, ed ai fini che qui ci interessano, sono un pittore. Credo che l’impronta data al mio lavoro si possa collocare con una certa precisione nella lunga eredità post-surrealista culminata oggi in quella che potremmo definire una poetica dell’eccesso dell’immagine. Nel mio caso, tale orientamento, è volto soprattutto all’indagine del simbolo, nell’ottica di una necessità icastica di perseguire immagini che si facciano nuovamente veicolo del significato e della conoscenza.

Alessandro Bulgarini posa con una sua opera, American Liberty (Born in the USA) – olio su tela preparata – cm 90 x 110 - 2012

Alessandro Bulgarini posa con una sua opera, American Liberty (Born in the USA) – olio su tela preparata – cm 90 x 110 – 2012

 Ci può raccontare imprinting visivi, immagini artisticamente ossessive, che hanno preceduto e assecondato la scelta di intraprendere la strada formativa per diventare artista? Certamente all’origine di tutto c’è stato un profondo senso di inadeguatezza e di insofferenza per tutta una serie di aspetti deliranti della nostra società e del sistema in cui viviamo, unita ad un’ammirazione innata per tutti quegli artisti che sono riusciti a coniugare l’autenticità della loro ispirazione con le insidie di quegli aspetti, senza scendere a compromessi e senza chinare la testa innanzi a niente e nessuno.Poi, senza dubbio, il privilegio di poter guardare il mondo con occhi sempre nuovi, con senso critico e libero arbitrio, nel tentativo costante di riuscire a rinnovare quotidianamente la capacità di meravigliarsi. E poi cercare, interrogarsi, esplorare, darsi risposte e poi cercare ancora.  La formazione vera e propria. Dove e su cosa ha particolarmente lavorato? Sono esistite, in quel periodo, infatuazioni espressive poi abbandonate? Come si sviluppa e si conclude – nel senso stretto dell’acquisizione dei mezzi espressivi – il periodo formativo? Sono essenzialmente autodidatta, in conformità con quel principio esatto enunciato da Wilde secondo il quale “nulla di ciò che merita d’essere imparato, può essere insegnato”. In ogni caso, la mia formazione inizia inconsapevolmente a 3 anni quando, mi dicono, trascorrevo lunghe ore seduto accanto a mio nonno (il pittore bresciano Serafino Zanella) ad osservare in silenzio quei meravigliosi procedimenti che portavano un uomo allora cinquantenne, ad occuparsi con dedizione a quell’attività che da subito mi parve avere in sé un qualcosa di magico e misterioso. La frequentazione di quei profumi che saturavano lo studio (tuttora indelebilmente fissati nella mia memoria) fu assidua, soprattutto nei periodi estivi, ma il tutto avveniva senza una volontà precisa di indirizzarmi verso quella Via.Ed infatti poi, la scintilla è rimasta latente fino agli anni universitari, quando il dàimon ha iniziato a far sentire la sua voce, dapprima come richiamo irresistibile verso istanze prettamente letterarie (i poeti ed autori ottocenteschi in primis) per poi giungere ad un approfondimento autonomo della storia dell’arte e della filosofia contemporanea.Detto questo, il periodo formativo di un artista non può e non deve mai concludersi, e l’opera si deve evolvere parallelamente all’evoluzione dell’uomo.

Alessandro Bulgarini, Redemption song (emancipate yourself from mental slavery) – olio su tela preparata – trittico, cm 160 x 120 - 2013

Alessandro Bulgarini, Redemption song (emancipate yourself from mental slavery) – olio su tela preparata – trittico, cm 160 x 120 – 2013

Nell’ambito dell’arte, della filosofia, della politica, del cinema o della letteratura chi e quali opere hanno successivamente inciso, in modo più intenso, sulla sua produzione? Perché? Escludendo un primo anno di esercizio e sperimentazione prettamente tecnici, la mia scelta stilistica è venuta subito plasmandosi in una direzione di antitesi rispetto alla vacuità e banalità di immagini che assillano la nostra quotidianità. Parallelamente al lavoro “pratico” ho sempre ricercato ed approfondito quegli artisti ed autori che mostravano una certa affinità rispetto al mio modo di sentire e di vedere le cose. Fondamentali sono state inizialmente le letture di autori come P. Virilio e J. Baudrillard, poi l’incontro con il pensiero surreale, luminoso e curativo di A. Jodorowsky, fino all’approfondimento un po’ più recente dell’opera complessa di C.G.Jung ed J.Hillman, da cui ritengo sia possibile trarre grandissimi spunti (stanti i problemi psico-sociali di oggi) per le soluzioni di dopodomani. Cito di seguito un passaggio fondamentale tratto da “Politica della Bellezza” di Hillman, che rappresenta per me un vero e proprio trattato di estetica contemporanea: “..quando le immagini sono state ridotte in qualità, catturate dal commercialismo collettivo, utilizzate fino allo sfruttamento, svuotate dal razionalismo, allora l’emozione dilaga incontrollata e dobbiamo curarla con i farmaci, o esorcizzarla con terapie della liberazione o dell’espressione. Io invece sostengo che la cura fondamentale per l’emozione disturbata è il recupero dell’immaginazione, e soprattutto di quell’immaginazione [..] che accoglie e dà spazio alle potenze che un tempo erano chiamate Dèi.”Un artista non può prescindere dallo studio e dalla comprensione dei fenomeni e soprattutto dei problemi che caratterizzano la società in cui vive, e lo deve poi testimoniare al mondo; quelli che non lo fanno, facendo le cose “a caso” non fanno che creare rilevanti danni inconsci e sociali, soprattutto se raggiungono una certa notorietà ed influenza; Poiché è certo che il degrado di una civiltà inizia dal declino dell’autenticità delle sue arti.

Alessandro Bulgarini, Grande Madre 2 – olio su tavola – cm 50 x 70 - 2012

Alessandro Bulgarini, Grande Madre 2 – olio su tavola – cm 50 x 70 – 2012

Gli esordi come e dove sono avvenuti? Ci può descrivere le opere di quei giorni e far capire quanto e come le stesse – anche per opposizione – abbiano inciso sull’attuale produzione? L’esordio è avvenuto essenzialmente nell’ambito di un’infatuazione Dadaista, Simbolista e Surrealista, laddove ritrovai una piena rispondenza tra il mio ed il loro modo di pensare ma soprattutto di sentire, tributando all’immaginazione il ruolo che tutto l’impianto di edu-castrazione occidentale ha cercato di sottrarle. Ritengo che non sia stato un percorso contrastato con scelte o tentativi divergenti, ma bensì un’evoluzione uniforme, per certi aspetti quasi predeterminata, che mi ha portato in qualche anno alla comprensione effettiva di ciò che stavo facendo e della direzione verso cui procedere. Le influenze sono e continuano ad essere le più disparate, con un unico ed efficacissimo criterio di selezione dettato dall’intuizione. Quali sono stati gli elementi di svolta più importanti dall’esordio ad oggi. Possiamo suddividere e analizzare tecnicamente, espressivamente e stilisticamente ogni suo periodo? Come accennato, non credo che ci siano dei “periodi” nel mio lavoro, ma un unico percorso evolutivo parallelo alla mia maturazione umana. Forse l’unico cambiamento di una certa rilevanza, è quello avvenuto a livello tecnico laddove ho sostituito eccessi materici e “colature” (di impatto abbastanza “negativo”, vista la già non leggerissima scelta tematica) con le dissolvenze, che rimandano invece con maggior enfasi al mondo dello spirito.     Venendo agli aspetti più strettamente stilistici, rimando a due interessanti testi di due giovani curatori e amici che hanno ben compreso e delineato i miei intenti: “[…] Bulgarini realizza […] una sorta di intravisione noetica dell’immagine, attraverso una visione derealizzante. Riproponendo, forse senza saperlo, quella fatale attrazione fra l’apporto fenomenologico e l’apporto poetico al reale, recondite armonie che Edmund Husserl confidò una volta all’amico poeta Hugo von Hoffmasthal. Il Bulgarini supera l’atrofizzazione retinica indotta dal “bombardamento mediatico, universale e quotidiano” – che determina quella sorta d’assuefazione all’accecamento cui Virilio si riferisce con il concetto di “Fatale distrazione” – non attraverso la creazione dell’immagine “bella”, fonte di una semplice piacevolezza retinica, bensì occasionando nell’osservatore quella sorta di vibrazione della retina il cui effetto è lo stesso di quello scaturiente dai connubii cromatici che secondo Isabella Far bastavano a fare di un quadro un’opera d’arte: bella materia colorata. Recuperando la capacità di Vedere con l’ostensione del concetto emblematicamente racchiuso in un’immagine provocatoria e inquietante, unitamente a una costante ricerca della tecnica della pittura.” (Emanuele Beluffi) Ed inoltre: “ […] Essere Anti-Pop significa allora lavorare al ripristino dell’originaria funzione dell’opera d’arte, offrire cioè uno scorcio sulla verità attraverso lo stratagemma rappresentativo e favorirne la ricezione ricorrendo ad immagini ambivalenti. L’opera è concepita come una scena parzialmente svelata in cui realtà e illusione coesistono mostrando ciascuna il proprio rovescio nello specchio dell’altra e la cui chiave interpretativa viene fornita dal titolo che ne è parte integrante. Alla comprensione intellettuale prevale l’attivazione della facoltà intuitiva, della libera associazione e dello shock, meccanismi psichici e linguistici indotti dall’artista. Il rapporto con le arti fantastica e surrealista è stretto e sottoscritto, l’immagine funziona come fattore perturbante, scardinando le certezze semiologiche dell’osservatore. […] Ristabilendo la sua funzione principale, la prassi artistica torna dunque ad allinearsi con la sua missione fondante, con la volontà di tramandare, nascosti tra le pieghe della ricerca formale e dei pretesti pittorici, contenuti e metodi di una scienza originaria,creata per veicolare messaggi profondi. Una tradizione che si snoda come un filo rosso da un’epoca all’altra attraverso le arti, le scienze e le discipline spirituali, ma che a stento sopravvive al positivismo occidentale. […] L’artista raccoglie questo testimone utilizzando figure e linguaggi appartenenti alle tradizioni esoteriche e alchemiche, potenti strumenti evocativi che agiscono nella memoria inconscia e invitano all’investigazione delle scienze più antiche della civiltà. […] La citazione e la riqualificazione artistica di questi concetti nascono dal concepire l’alchimia, o qualunque altra tradizione esoterica, come descrizioni metaforiche dell’essere umano e del percorso che lo conduce alla scoperta del sé, un processo individuale di rimozione del velo e di apertura dell’occhio interiore. L’invito è rivolto con particolare urgenza all’uomo contemporaneo, inconsapevole faber della propria disgraziata vicenda, e assume la portata di un monito contro l’incoscienza collettiva. Solo la volontà e il lavoro personali infatti, volti alla costituzione di una nuova e ben centrata identità, possono combattere l’inerzia sociale e determinare un reale progresso della storia occidentale.” (Giulia Airoldi) 102   Ci sono persone, colleghi, collezionisti, galleristi o critici ai quali riconosce un ruolo fondamentale nella sua vita artistica? Perché? Il ruolo fondamentale lo hanno gli incontri e le interazioni con artisti e persone che hanno un’affine visione del mondo e della realtà, e soprattutto con chi, essendo più avanti di noi nel proprio percorso, ha qualcosa da insegnarci. Personalmente sono soddisfatto dei rapporti instaurati, soprattutto negli ultimi tempi, con alcuni colleghi artisti, curatori ed intellettuali magari non strettamente connessi col mondo delle arti visive, ma pur sempre in grado di apportare continui spunti al confronto. Certamente molto importanti sono i collezionisti, spesso anche amici, ed è bene che si sottolinei che, specialmente all’inizio, l’acquisto di un’opera d’arte permette all’artista di avere le risorse per compiere un passo sul gradino successivo. Perciò oltre all’aspetto dell’investimento, acquistare arte, per chi ne ha la possibilità, significa finanziare il procedere di un percorso umano e, cosa ancora più importante, di un relativo messaggio e ricerca.   Materiali e tecniche. Ci può descrivere, analiticamente, come nasce una sua opera del periodo attuale, analizzandone ogni fase realizzativa, dall’idea alla conclusione? Lavoro esclusivamente ad olio, su tela o su tavola, entrambe preparate con una “ricetta” a base di gesso di Bologna, tramandatami da mio nonno. La tecnica poi è essenzialmente quella tradizionale a velature, con qualche piccola reinterpretazione. Le opere nascono essenzialmente come immagini mentali, improvvise, inaspettate. Talvolta arrivano da sole, altre volte partendo da una frase, un aforisma, un concetto. Poi cerco di dare loro un senso, riordinarle per attribuire loro il giusto significato. A volte prima dell’immagine dell’opera ne arriva il titolo, e l’intera ispirazione è racchiusa in quello. Una volta consolidata l’immagine mentale, il passo successivo è quello di ricrearla nella realtà, sistemando oggetti, posizionando i modelli e poi fotografandoli con la luce più idonea a dare poi sostanza al quadro; se poi devo raffigurare qualcosa che non ho a disposizione, come un animale esotico, un oggetto bizzarro, vado in cerca di alcune fotografie dello stesso, attingendo poi da quella più idonea. Infine, partendo dalla classica “griglia” tracciata sulla tela, vado manualmente ad eseguire il disegno, su cui si succedono i vari strati di colore. Progetti nell’ambito espressivo e tecnico? Il lavoro procede nella direzione oramai consolidata di cui s’è detto. Prosegue la serie delle “Tabulae Philosophicae”, mie personali rielaborazioni di tutta una serie di simboli tratti dagli antichi trattati alchemici o di altre antiche tradizioni di conoscenza. Accanto a queste, ed in parallelo, proseguono poi le opere di maggior contenuto ironico e dissacrante, che potremmo far confluire nella serie delle “Songs of Revolution”. Il tutto terminerà certamente in una mostra, probabilmente già l’anno prossimo, dal riassuntivo titolo: “Songs of Faith and Revolution”.

Alessandro BUlgarini, Dèi-cide (Autodafè) – olio su tela preparata – cm 100 x 80 – 2013  (opera esposta alla 55a Biennale di Venezia, nell’evento collaterale Overplay  a Palazzo Albrizzi)

Alessandro BUlgarini, Dèi-cide (Autodafè) – olio su tela preparata – cm 100 x 80 – 2013 (opera esposta alla 55a Biennale di Venezia, nell’evento collaterale Overplay a Palazzo Albrizzi)

Ha gallerie di riferimento? Dove possono essere acquistate le sue opere? Attualmente collaboro con la Galleria Marchina di Brescia e la galleria Phidias Contemporary di Reggio Emilia. Per il resto si possono acquistare da me o direttamente sul mio sito, dalla sezione shop. Orientativamente, quali sono le quotazioni o comunque i prezzi delle sue opere, indicando le commisurazioni? La quotazione attuale si aggira attorno ad un coefficiente pari ad 1,5. Perciò i prezzi si aggirano attorno ad € 1.500,00 per un cm 50×50, € 3.000,00 per un cm 100×100 e così via…. A parte lei – che diamo come autore da acquisire – può indicarci il nome di colleghi di cui acquisterebbe le opere nel caso fosse un collezionista? Sono numerosi gli amici e colleghi di cui ammiro il lavoro. Se fossi un collezionista, e dunque nell’ottica di coniugare l’investimeno al piacere del possesso, acquisterei certamente opere di Nicola Samorì, Agostino Arrivabene e Nicola Verlato per quanto riguarda la pittura; mentre per quanto riguarda la scultura non disdegnerei di avere un’opera di Aron Demetz. Ma la lista dovrebbe essere ben più lunga.  

Eventuali indirizzi o numeri di contatto: via Trento 39 25030 Trenzano (BS) www.alessandrobulgarini.it, info@alessandrobulgarini.it cell. 3383015186 skype: alessandrobulgarini
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