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Angelica Sticca, fotografa. Ordine e grazia nella “drammaturgia interna” dell’essere donna

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«La realtà è un frastuono che l’arte deve trasformare in armonia»
(Arturo Graf)

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di Stefano Maria Baratti

Dopo un’attenta osservazione, ciò che, a mio avviso, rende Angelica Sticca un’artista di rilievo – al di là della sua ineccepibile capacità di immobilizzare movimenti fugaci con fotografie intrise di vivi simbolismi, riferimenti spirituali, da cui emergono, parimenti, dolcezza e grande forza di carattere – è lo studio e l’elaborazione di particolari effetti , la ricerca continua di nuovi movimenti, ombre e sensualità, attraverso la perfezione formale e compositiva del suo lavoro, nella quale domina spesso indiscussa la figura femminile e la sua emancipazione da codici circoscritti nei rigidi confini di ruoli prestabiliti, e a cui l’artista contrappone la «drammaturgia intima» della propria esistenza.
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L’opera della fotografa si caratterizza soprattutto sia per la ricerca ed esplorazione del ritratto, sia per lo studio del corpo umano: corpo come oggetto illuminato dalla luce eterna dell’arte, della sensualità e dell’angoscia, come dimostrano le varie sessioni fotografiche con una delle sue modelle predilette, la pittrice cosentina Adele Lo Feudo, con la quale Sticca riesce a cogliere la fugacità di dettagli ed espressioni, elaborando immagini ricche di pathos, quasi rappresentazioni teatrali, o «tableaux vivants» che trascendono il senso della realtà del quotidiano e lo appendono a una soglia incerta, instabile, di valenze e registri altamente poetici.
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La formazione di Angelica Sticca (Campobasso, 1978) fotografa freelance dotata di rara sensibilità, è principalmente da autodidatta. Frequenta l’Istituto Tecnico per Geometri, e dopo il diploma si trasferisce a Perugia dove consegue la laurea in Scienze Naturali. Il suo incontro con la fotografia avviene all’età di 10 anni con un’analogica del padre presa in prestito per la sua prima gita scolastica. Da allora non ha mai smesso di fotografare. Ha sperimentato e spesso sbagliato. Ma sbagliando, ha imparato che comporre non è soltanto «mettere insieme», ma soprattutto consonanza con il concetto di armonia, geometria, musicalità e grazia, tutti fattori che determinano l’unità compositiva in base a leggi di equilibrio e di forza dinamica.
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Nell 2013 Sticca partecipa alla collettiva «Un Petalo Rosa…per non Dimenticare » (sessantacinque artiste in memoria di Roberta Lanzino contro la violenza sulle donne ) con l’opera «InDifesa». Da questa esperienza l’artista attinge la propria ricchezza espressiva da eterogenee esperienze umane e artistiche che ne delineano il suo percorso originale e in continua evoluzione. Ne nasce la ricerca di una propria identità fotografica come espressione delle proprie sensazioni attraverso elementi compositivi. La sua ricerca di un costante stato di equilibrio risulta in un complesso di emozioni spesso contrastanti, silenzi inquietanti, un viaggio attraverso le metafore dell’arte. L’uso del mezzo fotografico assume pertanto un ruolo introspettivo di comunicazione che, più di una volta e più che in un’immagine, si delinea a tinte forti e spesso angoscianti.
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E’ forse innato nella natura umana il bisogno di ordine e regolarità, una esigenza che si esprime in una grande varietà di modi. Rudolph Arnheim sosteneva che la visione di un complesso non bilanciato comporta, per una specie di spontanea analogia, una sensazione di squilibrio entro il proprio stesso organismo. In tale maniera, avvalendosi dell’uso di un bianco e nero – ora morbido e raffinato ora ad alto contrasto – che si concentra sul soggetto e lo studia nella sua fisicità e plasticità, Sticca miscela sapientemente l’illuminazione artificiale alla naturale, riuscendo a cogliere rappresentazioni fatte di artificiosità, perfezione formale e valorizzazione del dato estetico.

 

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Non si tratta quindi di cogliere il «momento decisivo» di Cartier-Bresson, ma di giungere ad un canone estetico dopo una lunga serie di prove e avvalendosi degli elementi della grammatica visiva (da ripetizione di moduli decorativi, segni e forme crescenti o decrescenti, all’obliquità delle linee che concorrono ai punti di fuga per aumentare l’effetto dinamico della prospettiva).
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Paul Cezanne sosteneva che «In natura c’è disordine, occorre mettervi ordine». E l’ordine al quale egli si riferiva viene concepito da Sticca in ordine compositivo come parte essenziale e significante delle sue immagini, attraverso la costante ricerca di una «nascosta architettura» nello schema compositivo delle inquadrature dei suoi ritratti, dove sorgono quasi delle invisibili impalcature.
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Nelle immagini riportate in questo articolo, nonostante la modella (Adele Lo Feudo) sia l’indiscussa protagonista di un palcoscenico fotografico sotto l’attenta regia della fotografa molisana, ulteriori ritratti fotografici di musicisti ripresi dal vivo- eseguiti durante la manifestazione musicale di Umbria Jazz – dimostrano che siamo difronte ad un linguaggio fotografico strettamente legato all’estetica, scritto con la luce, da ammirare in silenzio, ma soprattutto un linguaggio che si divorzia dal fotogiornalismo del genere «street photography» – in cui l’immediatezza degli scatti estemporanei «catturano» immagini – e che propone invece un insieme di valori plastici (l’obliquità, lo scorcio, l’asimmetria, la tensione determinata dalle forme appuntite e allungate, la ripetizione in sequenza della figura, particolari tipi di sfocatura, ecc) che contraddistingue i soggetti dei musicisti in un contesto privo di tecniche documentaristiche, che rinuncia a qualsiasi sensazione di «sbilanciamento» o di «incompiutezza» per terminare invariabilmente in un’armonica ed equilibrata compostezza.
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È da questo armonioso equilibrio visivo sospeso tra arte e vita, un complesso unitario omogeneo e solidale, che nasce l’incanto dei ritratti fotografici di Angelica Sticca: attente fisionomie di composizioni , matrici di ordine estetico e contenuti di equilbrio formale da cui si dipana una ricerca artistica a ridosso di uno spazio in cui invenzione artistica e vita reale si intersecano fino a confondersi. Ogni immagine si perde in atmosfere suggestive, un’estetica che muove i suoi passi tra suggestioni spaziali e momenti di riflessione psicologica.

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