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Angelo Landi – Il pronipote del doge che dipinse il Garda. Biografia, periodi e tecniche

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Angelo Landi nasce a Salò il 17 giugno 1879 da una nobile famiglia insignita del titolo comitale. E’ discendente diretto del doge Pietro Lando, che resse le sorti della Serenissima dal 1539 al 1545. Un antenato di Angelo, Giovanni Antonio, si era infatti trasferito da Venezia a Campoverde, presso Salò, verso la fine del Seicento. Ed è così che pone radici sul territorio gardesano la schiatta dei Landi della Riviera.


Il padre dell’artista, Domenico, e la madre, Eugenia Rini, anch’essa con radici aristocratiche – aveva origini greche -, vorrebbero avviare Angelo alla carriera diplomatica, nonostante il ragazzo mostri forte predisposizione al disegno. Egli viene iscritto, a diciassette anni, a Ca’ Foscari, ma trascorsi pochi mesi, non trovando confacenti quegli studi alla propria personalità, abbandona Venezia e si rifugia a Milano dove, senza l’assistenza economica del padre – che intende pressarlo, per obbligarlo al rientro – esegue decorazioni per un mercante di mobili e di letti. Frequenta i corsi serali a Brera e, allievo di Filippo Carcano e di Cesare Tallone, vi respira profondamente le atmosfere della Scapigliatura.

 

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Nel 1897, Landi interrompe gli studi per dedicarsi alla professione di pittore. Nel 1901 lascia Milano per trasferirsi, per un breve periodo, a Venezia, dove è assiduo nello studio di Augusto Cézanne. Torna quindi sulla riviera gardesana, occupandosi anche di affreschi. Nel 1903 dipinge un Angelo pregante per la chiesa di Padenghe; seguono altri affreschi per l’hotel Victoria, per villa Simonini (hotel Laurin) e per il municipio di Salò (1906).

In questo periodo l’artista comincia a trasferire nelle opere il proprio amor patrio. Nel 1908, all’Esposizione di Brera, il quadro Prime armi è acquistato dal re Vittorio Emanuele III e, conseguentemente a tale successo, Landi viene nominato accademico di Brera. Partecipa al primo conflitto mondiale con il grado di sergente di artiglieria, addetto all’Ufficio stampa e propaganda del Comando supremo e dipinge, anche in prima linea, narrando la guerra con un realismo epico, che pone in luce le sofferenze dei militari italiani.

Nel 1918 vince il concorso per il quadro di guerra con La battaglia della Sernaglia. Quello è l’anno del rientro al Garda. Nel 1920 l’artista partecipa alla prima esposizione dedicata al paesaggio italiano, quindi, mosso da un’incessante ricerca di novità e di nuovi orizzonti, si reca in America latina e soggiorna per un paio d’anni a Buenos Aires, dove si sposa. Dopo un viaggio in Africa, si stabilisce a Roma, città nella quale resta fino al 1929.

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La residenza romana non gli impedisce di tornare spesso sul Benaco. Nel 1923-24 realizza per Gabriele d’Annunzio, al Vittoriale, le lunette di San Francesco e di Santa Chiara, mentre nel 1925 affresca il soffitto del salone delle feste dell’hotel Savoy di Gardone. E’ questo il periodo durante il quale espone alla Biennale di Venezia (1924) e moltiplica la presenza a mostre. Nel 1934 partecipa al Concorso della Regina con un premiato quadro di guerra (L’azione della Sernaglia). Nel 1936 si trasferisce a Parigi e frequenta i luoghi che erano stati di Toulouse-Lautrec e degli impressionisti.

Nel 1940, vinto il relativo concorso, affronta l’impresa titanica della decorazione della cupola del santuario di Pompei, all’interno della quale dipinge 327 figure. Torna sulla riviera bresciana nel 1943. Muore l’anno successivo, improvvisamente.

 

 

1898-1903

Gli esordi scapigliati

 

I quadri degli esordi hanno una limitata circolazione sul mercato. Risentono della lezione della Scapigliatura milanese, sia nelle atmosfere che nelle tecniche. La pennellata, che nel Landi maturo è solida e corposa, è qui più leggera e morbida, contraddistinta da un effetto di pulviscolo luminoso. La ricerca dell’artista riguarda in prevalenza la figura e i ritratti, in linea con il linguaggio meneghino dell’epoca. Anche sotto questo profilo, i dipinti rimandano a una visione postromantica e sentimentale della realtà, come avvolta da un sognante alone di luce, tipica dell’ambiente pittorico che fu dominato da Tranquillo Cremona.

Con il passare del tempo, il segno si fa più marcato. A ciò contribuiscono l’esperienza condotta lontano da Milano (importante è il periodo veneziano, che permette a Landi di stabilire una definitiva autonomia rispetto ai maestri) e l’avanzata delle atmosfere liberty, che egli interpreta soprattutto negli affreschi, e che portano, a livello segnico, a un’attenzione sempre maggiore alla nettezza dell’esito grafico. Il distacco dalle modalità pittoriche degli anni di formazione è invece meno intenso nel genere del ritratto.

 

 

1903-1915

Figure nel paesaggio

o negli interni

 

Per un lungo periodo, la figura è centrale nell’opera di Angelo Landi. Accanto ai temi sentimentali, molto amati dal pubblico dell’epoca, l’artista esplora altre realtà: prosegue sulla strada del ritratto, descrive gli interni borghesi o aristocratici, esamina anche la pittura di storia. Negli anni Dieci il paesaggio inizia ad assumere consistenza nei suoi quadri, prima come fondale di ambientazione di racconti permeati da un socialismo umanitario alla Pascoli (con la presenza di lavoratori e popolani, che il romanzo verista aveva indicato quali nuovi protagonisti della modernità), poi come genere autonomo al quale egli giunge attraverso personali impressioni, comunque distanti dal dettato francese.

 

 

1916-1924

I dipinti di guerra

 

E’ qui concentrato, per motivi storici, il maggior numero dei quadri di guerra, ai quali però Landi si dedica anche successivamente. Come dicevamo, l’artista viene chiamato all’Ufficio stampa e propaganda del Comando supremo. Lavora sul fronte con matita e blocchi di carta e, in qualche caso, abbozza persino il dipinto, talvolta in situazioni di grave pericolo. Rappresenta battaglie, soldati in riposo, trincee, movimenti di truppe, figure con paesaggi retrostanti, ma si sofferma pure su quinte naturali grandiose, teatro degli eventi bellici.

Il segno è sempre più netto e illustrativo, la necessità di giungere a una documentazione mitica porta Angelo Landi ad assumere una dimensione narrativa preponderante, contemperata da un uso straordinario del colore, su tele che si rivelano prive di qualsiasi vezzo pittorico e fortemente orientate al realismo. Di questa esperienza restano almeno quattrocento quadri, numerosi dei quali sono conservati nei musei. Parte del corpus è andata invece perduta durante la ritirata di Caporetto.

 

 

Anni Venti

Sempre più ritratti

su commissione

 

Si fa più intensa, attorno agli anni Venti, la richiesta di ritratti per le famiglie dell’alta borghesia cittadina e gardesana. Le prime opere di questo periodo sono leggermente rigide, condizionate dalla ricerca di una perfetta aderenza alla fisionomia del soggetto, poi la pennellata (1930-1940) diviene più sciolta ed elegante. Pare che l’artista abbia dipinto nella sua carriera più di trecento ritratti.

 

 

Seconda metà

degli Anni Venti

Figure e umanitaria

esplorazione sociale

 

Tra il 1924 e il 1928, il pittore torna ad esplorare i temi prediletti in gioventù, quei paesaggi con figure attraverso i quali, con uno spirito ancora ottocentesco, si intendeva rappresentare lo spirito della natura attraverso l’anima umana. Non ininfluente, in questo periodo, sull’opera di Landi è il mondo dannunziano (per il poeta, come abbiamo detto, aveva lavorato al Vittoriale). Egli dipinge infatti – ispirandosi alle atmosfere rusticane di una parte della produzione del Vate – un omaggio all’Abruzzo, racconta, nell’ambito dell’Italia delle Regioni, il nucleo arcaico della Gente e costumi del Garda, si sofferma pittoricamente nelle pinete che paiono rinviare ad atmosfere alcyonie.

 

 

Parigi 1936

L’omaggio all’Impressionismo

 

Rispetto ad una certa linearità stilistica, il momento di rottura maggiore è provocato dal soggiorno a Parigi. Siamo nel 1936: Landi si trasferisce nella capitale francese per un anno e frequenta i sacri luoghi della pittura di fine Ottocento. Non può che rimanere colpito dal confronto con quei maestri che, mezzo secolo prima, avevano rivoluzionato il mondo artistico: dipinge, con un linguaggio più vicino alla fonte impressionista, la vita notturna nei tabarin, gli angoli della città, le chiese gotiche. Ma è come se l’autore bresciano, dovendo assumere la lingua del luogo, avvertisse la dimensione di un gioco limitato nel tempo. Rientrato in Italia, torna all’“italiano” della sua pittura di origine.

 

 

1937-1944

L’ultimo periodo

 

Se come frescante viene chiamato a grandi imprese, sotto il profilo tematico, nella pittura da cavalletto, egli riprende ciò che aveva più amato. Produce ed espone ritratti, vedute, paesaggi gardesani e romani, marine, senza mai dimenticare l’esplorazione sentimentale della figura.

 

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Le tecniche

 

Angelo Landi, che era dotato di salde basi accademiche, seguiva un procedimento pittorico tradizionale. Realizzava disegni, a matita o a carboncino, e pastelli preparatori, soprattutto quando doveva dipingere paesaggi con figure. Studiava pertanto in modo accurato la composizione. Più diretto risultava invece l’approccio a scorci naturali. Molto spesso il tema dal vero veniva poi ripreso in studio.

Un’osservazione ravvicinata dei suoi quadri consente di rilevare una pennellata larga, materica, di elevato spessore. Landi è stato anche un abile pastellista. La destrezza nel disegno lo ha portato poi a creare un numero considerevole di caricature, a matita o a penna, alcune delle quali furono pubblicate nel 1925-1926 sul Giornale del Garda.

 

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[PDF] Angelo Landi



STILE Brescia 2010

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