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Animula vagula

di Silvia Pegoraro

In questi anni, mentre il concetto di “anima” sembra allontanarsi sempre di più dalla cultura dominante, stanno emergendo alcune interessanti indagini sul problema della psicologia dell’uomo moderno e contemporaneo, nel campo delle arti visive. Dopo la grande mostra di Flavio Caroli al Palazzo Reale di Milano, “L’anima e il volto” (1998-1999), ora è Vittorio Sgarbi a cimentarsi con il tema. Dal 21 giugno è infatti aperta, nel Castello di San Michele a Cagliari, la mostra “Da Tiziano a De Chirico. La ricerca dell’identità”, ideata e curata da Sgarbi. Un evento espositivo che raccoglie 135 opere, dal primo Cinquecento ad oggi: Giorgione, Lotto, Tiziano, Bronzino, Parmigianino, Bernini, Tintoretto, fino ad arrivare a Boccioni, Morandi, Savinio, De Chirico, Sironi, Guttuso, Pirandello; e ancora, a giovani artisti contemporanei come Demetz o Papetti. Il progetto “avvicina” Sardegna e Sicilia: dopo San Michele a Cagliari, dove resterà fino al 21 settembre, la mostra sarà a Palermo – dall’11 ottobre all’11 gennaio 2004 – nella struttura secentesca, recentemente restaurata, dell’Albergo delle Povere. In occasione dell’evento, “Stile” ha intervistato Vittorio Sgarbi.

Com’è nata l’idea di questa mostra, professor Sgarbi?
Nel 1974, a Milano, vidi una bellissima mostra curata da un critico bravo e dimenticato (dimenticato perché bravo, molto più dei tanti incapaci di turno): il suo nome è Gianfranco Bruno. Anche quella mostra s’intitolava “La ricerca dell’identità”. Là vidi opere straordinarie, realizzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: opere di Van Gogh, Munch, Ensor, che esprimono con straordinaria efficacia la sensibilità moderna, “freudiana”. Vidi anche due sculture di incredibile potenza, firmate da quello che giudico il più grande scultore vivente: Antonio López García… Quella mostra mi rimase impressa con una tale forza che nacque in me l’idea di realizzarne, prima o poi, una sullo stesso tema. La richiesta degli amici sardi di portare da loro una mia mostra me ne ha fornito l’occasione. Ma siccome sono un ladro onesto, ho riconosciuto il mio debito a Gianfranco Bruno, e gli ho chiesto di partecipare al mio progetto scrivendo un testo per il catalogo, dove racconta, a distanza di trent’anni, le ragioni della sua mostra e le differenze rispetto alla mia.

Quali sono, queste differenze?
La mia “Ricerca dell’identità” comprende solo artisti italiani, ma abbraccia un periodo molto più vasto, che va dal primo Cinquecento sino ad oggi, a giovani artisti attualmente operativi, come il sorprendente Demetz, o Crocicchi, Bottoni, Papetti…

Perché ha fissato ai primi anni del Cinquecento l’inizio del periodo preso in considerazione dal suo progetto espositivo?
Il Cinquecento prende l’avvio con dipinti di straordinaria profondità psicologica. Il celebre “Doppio ritratto” di Giorgione, in apertura di mostra, può essere considerato un po’ l’emblema dell’inizio di questa ricerca d’identità nell’uomo occidentale, dei movimenti segreti della sua anima… E’ il primo quadro moderno. Ma un altro grande pittore, per così dire, “da psicanalisi”, è Lorenzo Lotto, con i suoi lavori del 1506-1507. Bernard Berenson scoprì il Lotto alla fine dell’Ottocento e scrisse la sua monografia sul pittore nei primi del Novecento: proprio gli anni in cui Freud inventava la psicanalisi. E’ una coincidenza storica carica di significato, che non può essere ignorata. Una delle novità della mostra è proprio un dipinto totalmente inedito di Lorenzo Lotto, appena ricomparso: è lo straordinario ritratto di un giovane che ci guarda, penetrando dentro di noi e facendoci penetrare dentro di lui… Questa è la pittura dell’anima. E questo è il senso della mostra.

Prima di Lotto e Giorgione non c’è dunque “pittura dell’anima”, nel senso che lei ha spiegato?
Nell’uomo del Trecento e del Quattrocento, nell’uomo di Giotto, di Masaccio, di Piero della Francesca, non è ancora radicato il dubbio sulla propria identità. L’uomo di quest’epoca ancora si specchia in un sistema epistemologico e filosofico in cui il microcosmo corrisponde al macrocosmo: l’individuo s’inquadra perfettamente in un ordine universale, la sua identità non è ancora in discussione. All’inizio del Cinquecento, invece, si comincia già ad avvertire nei volti una muta interrogazione, una profonda malinconia che in letteratura aveva trovato un antesignano nel “Secretum” di Petrarca, e che qualche secolo dopo si dispiegherà nelle opere di Leopardi. Con questa mostra ho voluto restituire il ritratto interiore dell’uomo moderno, dell’uomo in crisi d’identità. Ho voluto catturare i moti della sua anima prigioniera della solitudine.


Ci sono dei contrassegni visivi, gestuali, di questa “forma mentis et animae”malinconica?
Ci sono, certo, atteggiamenti e gesti dei personaggi ritratti che ci rinviano immediatamente a questa malinconia pensosa. Verrà esposto, ad esempio, un eccezionale ritratto di Pietro Aretino del Tiziano, precedentemente attribuito al Moretto. E’ il primo ritratto che immortala l’Aretino quando nel 1511 arriva a Venezia: un giovane intellettuale in cerca di aiuto e di successo. Viene colto in una tipica posa che potrebbe essere definita “romantica” e pre-leopardiana: di profilo, con la fronte appoggiata sulla mano, ci ignora mentre guarda dentro se stesso. Ma il tema visivo della mano su cui si appoggia la testa, come per inseguire un pensiero lontano, è introdotto proprio dal “Doppio ritratto” di Giorgione, di qualche anno precedente (1506): sullo sfondo un giovane dall’aria “cruda”, quasi pasoliniana; in primo piano un altro, dal volto più femmineo, che esprime la sua “romantica” malinconia appoggiando la testa sulla mano. Forse si tratta di una coppia omosessuale. Poi c’è un capolavoro di Ribera: la figura di un pensatore, di un filosofo, con un’espressione di una tale malinconia che neppure Giacometti è mai riuscito ad esprimere. Questo quadro passò a un’asta di Christie’s, una triste asta: quella delle opere trafugate dai nazisti nelle case degli ebrei. Dopo cinquant’anni passati senza che nessuno le reclamasse, quelle opere sono state messe all’incanto.

Oltre a quello dell’Aretino, ci sono altri ritratti di personaggi celebri?
C’è il ritratto forse più bello dell’Ottocento: quello del grande intellettuale e critico dell’epoca dei macchiaioli, Yorick (il cui vero nome era Pietro Ferrigni), eseguito da un pittore di solito pomposo e celebrativo: Corcos, che invece raggiunge qui il capolavoro, ritraendo Yorick in una strada, sullo sfondo di un muro ricoperto di graffiti, visibili con formidabile nitidezza. Una vera e propria anticipazione – ma di qualità decisamente superiore – dei “graffitisti” contemporanei, come Keith Haring o Basquiat. Poi – già in area novecentesca – il “Primo Carnera” di Savinio: un Savinio grottesco e divertito.

E la presenza femminile?
Non è ampia ma è significativa, sia per quanto riguarda la qualità artistica, sia per quanto riguarda il soggetto. C’è per esempio un quadro di Artemisia Gentileschi, una figura di donna, appunto, in cui l’irruenza carnale del corpo femminile emerge con una forza diretta e disinibita, che mai in pittura si era vista prima: mai un corpo così scomposto, mai un’espressione così priva di pudore, uno sguardo così lascivo…

Per quanto riguarda il Novecento, può menzionare un’opera esposta che sia in grado di sintetizzare la psicologia complessa e tormentata di questo secolo appena concluso?
Forse un autoritratto del più grande pittore siciliano del secolo, che non è Guttuso, ma Fausto Pirandello. Un capolavoro che non ha nulla da invidiare a Bacon. L’artista – figlio di Luigi Pirandello – porta racchiuso nel suo stesso nome il tema della mostra, e tutta la sensibilità novecentesca: la frammentazione e il relativismo dell’identità, che in campo letterario emergono con forza in opere del padre, come “Il fu Mattia Pascal” o “Uno, nessuno e centomila”.

Le opere e gli artisti in mostra sottolineano anche un interesse per i quadri curiosi, insoliti, rari, e per gli artisti “isolati” o dimenticati…
Sì, non solo il previsto e il prevedibile, ma anche una serie di autori “segreti” e peregrini, nascosti, non conformi al panorama dell’arte dominante, al gusto dominante di un’epoca, all’arte delle varie Biennali, per intenderci. La mia vuole essere anche una sorta di “Anti-Biennale”.

Diverse opere esposte fanno parte della sua collezione. Immagino che anche per questo l’impronta della sua personalità risulti molto forte.
C’è sicuramente un profondo e radicale filo conduttore che fa essere questa mostra una mostra di Sgarbi, una mostra d’autore… Noi storici dell’arte, quando diventiamo vecchi, tendiamo a realizzare mostre che rispecchiano gli amori, le scelte, le ossessioni di una vita, mostre che sono una sorta di autobiografia visiva. Sì, questa mostra è anche una storia della mia vita.

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