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Arcani ebraici in pittura


Andrea Mantegna, Trionfo della Virtù (o Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù), 1502, tempera su tela, 160x192 cm, Parigi, Louvre

Andrea Mantegna, Trionfo della Virtù (o Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù), 1502, tempera su tela, 160×192 cm, Parigi, Louvre

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Un enigma parzialmente svelato. Il significato della terza iscrizione contenuta in Pallade che scaccia i vizi dal giardino della virtù (denominato anche il Trionfo della virtù) celebre dipinto realizzato da Andrea Mantegna per lo studiolo mantovano di Isabella d’Este potrebbe essere una trascrizione,in caratteri ebraici, delle prime due , ma con un potenziamento magico-cabalistico. Benché il senso generale dell’opera sia di immediata individuazione – un ammonimento affinché siano allontanate le tentazioni dei vizi dalla mente –  e ciascun personaggio, nella parte destra dell’opera sia accompagnato da una scritta che meglio ne identifica il ruolo, risultava ardua l’interpretazione di una delle frasi riportate sul cartiglio  che avvolge la figura femminile – Dafne – trasformata in un albero. Dafne è virtù allo stato puro. Fugge all’inseguimento di Apollo che vuole giacere con lei e, per preservare la propria integrità, diviene una pianta d’alloro. Una virtù suprema. che coincide con il sacrificio della metamorfosi. Collocata all’estremità del dipinto, quaesta immagine proietta significati sull’intera scena divenendo un monumentum, un monito. Essa agisce come sprone a Minerva all’epurazione dei vizi. Minerva è l’intelligenza in azione. Ciò significa che per eliminare il vizio non basta possedere un senso morale (Dafne) ma è necessario che lo stesso metta in moto, attraverso esortazioni, la volontà dell’intelligenza (Minerva). La donna- albero sembra emettere un grido che si trasforma nelle spire pergamenacee del cartiglio. Sono sue le parole vergate sul foglio antico: “Agite pellite sedibuis nostris / foeda haec vicioru(m) mostra/ virtutum coelitus adnos red(e) u(n)tium divae comites”” (Orsù, compagni della dea della Virtù che ritornano a noi dal cielo, scacciate dalle nostre dimore questi mostri vergognosi dei vizi”). L’esortazione potrebbe essere stata ripetuta altre due volte  in un alfabeto di fantasia, simile al greco ( in realtà è un latino da tratti svolazzanti che simula l’antica grafia – e da una commistione di autentici caratteri ebraici e di lettere d’invenzione. Resta insoluto l’interrogativo se la precisione del Mantegna – che avrebbe potuto contare facilmente su traduttori in entrambe le lingue – sia stata qui abbandonata dalla scelta di scritture puramente evocative o se le stesse assumessero, nel linguaggio cabalistico-magico di elaborazione umanistica,  formule ben precise con funzioni irradianti.

In ogni caso la scritta contenente caratteri ebraici attesta l’interesse coltivato dalla corte mantovana per la cultura mosaica in una forma di esoterismo estetizzante e getta una nuova luce sull’ambigua di Paride da Ceresara, nobile versato in latino e in greco che si cimentò con fervore nello studio della civiltà ebraica. Fu forse lui a suggerire ad Isabella i temi iconografici dello studiolo, tutti attinti alla tradizione classica e reinterpretati in una chiave di criptica allegoria rinascimentale; fu forse lui a dettare a Mantegna, la frase del cartiglio. Non è da escludere un legame del dipinto con la cabala, studiata dalla stessa Isabella, come da Paride: stabilendo una corrispondenza fra lettere e numeri, essa consente di passare dalla composizione in lettere di un testo scritturale a una composizione numeri, e poi da questa a una nuova composizione in lettere nella quale risiederebbe un significato occulto che così si palesa. Il primo umanista a compiere straordinari approfondimenti nell’ambito della scienza cabalistica, nel tentativo di trovare una via cristiana alla pratica ebraica, Pico, credeva infatti che la cabala fosse conforme alla dottrina cristiana, in quanto strumento di penetrazione e comprensione dell’onnipotenza divina. Uno sforzo di unità filosofica e religiosa che – avviato dal filosofo Marsilio Ficino – venne richiesto anche a Raffaello nella Scuola di Atene, dipinto realizzato tra il 1509 e il 1510. La tensione andava in direzione di un’unità di materia e spirito, fisica e metafisica, ordinario mondo sub-lunare e l’Idea, nell’assoluta concordanza dei saperi e nell’unità dei popoli.

La presenza di elementi alfabetici ebraici è fitta nelle illustrazioni di libri ermetici o alchemici, anche perchè si riteneva che Mosè fosse il fondatore della scienza alchemica. L’origine della cabala è attestata dagli stessi autori cristiani delle origini, come Paolo, Origene e Ilario. Si dice infatti che, dopo aver conferito la Legge, che fu trascritta nel Pentateuco. Dio abbia svelato a Mosé tutti i misteri in essa racchiusa, raccomandandogli di non metterli per iscritto, bensì di rivelarli a voce ai propri successori, affinché costoro, a loro volta, facessero lo stesso. E’ dal modo di trasmettere questa scienza come eredità ricevuta da un maestro che deriva il nome di cabala, letteralmente “ricevimento”. Quando Ciro liberò gli ebrei dalla schiavitù di Babilonia, Edras, che presiedeva la Sinagoga, decise di redigere le segrete rivelazioni di Dio, per evitare che la tradizione andasse perduta a causa delle vicissitudini che si sarebbero abbattute sul suo popolo. I misteri della cabala furono trascritti da settanta saggi in altrettanti libri che, in conformità al volere dell’Altissimo. solo pochi eletti avrebbero potuto leggere,  Il carattere ebraico rappresenta pertanto l’accesso al mistero più alto, quello del Dio biblico.

Rembrandt, Il Festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, 167,6x209,2 cm

Rembrandt, Il Festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, 167,6×209,2 cm

Anche Rembrandt utilizzò caratteri ebraici: nell’ambito del dipinto Il festino di Baldassare: le lettere si stagliano perentoriamente, con un tono grafico baritonale, in una nuvola di luce, un fumetto inquietante che esplode letteralmente sul fondale del dipinto. E’ la voce di Dio. Ma come si arrivò a quella deflagrazione di condanna? E avevano un significato preciso le parole vergate dal pittore? Ripercorriamo brevemente la vicenda di Baldassare. Mentre  la sua città cadeva sotto l’assedio dell’esercito persiano, il sovrano di Babilonia, Baldassarre, appunto, aveva invocato i grandi del regno ad un sontuoso banchetto, ordinando ai domestici di disporre sulle mensa le preziose posate che il padre aveva sottratto al tempio di Gerusalemme. L’ilarità dei convitati fu turbata da un evento miracoloso: una mano incise sulla parete parole ebraiche: Mené, Mené, Téchel, U-Parsin Solo il profeta Daniele riuscì a decifrare l’enigma e a dispiegarlo su un più ampio piano semantico. “Dio ha ha fatto il conto del tuo regno e gli ha posto fine. Sei stato pesato e ti ha trovato mancante; il tuo è diviso e dato ai Medi e ai Persiani”. Baldassarre morirà la notte stessa e il suo regno sarà spartito tra gli Stati nemici, come rivelato.

Sembra che per riprodurre l’iscrizione l’artista si sia avvalso del rabbino Menasseh-ben-Israel, suo vicino di casa nonchè autore del libro De Termino vit

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