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Arcimboldo l’antibizzarro


di Enrico Mirani

Il vecchio – decrepito, orribile e grinzoso – è al termine della vita.
Gli occhi sono spenti, le carni putrescenti, gli orecchi un’avvizzita appendice, la bocca un tumore, il naso un’informe escrescenza. E’ lontanissimo perfino il ricordo della giovinezza, quando la voglia di futuro gli disegnava sulle labbra un sorriso aperto di speranza. E’ già dimenticata anche la stagione matura, allora riflessa in una faccia opulenta e nel ghigno soddisfatto impressi da una vita piena e realizzata. Il tempo di un fugace compiacimento e in un sospiro il ritratto s’è mutato nel viso gonfio, marcio e tumefatto dell’altro ieri. Era soltanto l’altro ieri: un passo prima della senescenza, che oggi consuma il corpo, la mente e l’anima.
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L’Inverno è arrivato, bruciando la Primavera, l’Estate e l’Autunno; segna l’implacabilità del tempo che muta, fugge, ritorna, muta e fugge ancora. In un ciclo inarrestabile, secondo la legge di natura che lega il mondo vegetale e quello animale, confonde nello stesso destino gli uomini e le bestie, i pesci e i fiori, i frutti e gli alberi. Una sorte comune di vita e di morte, di gioia e dolore, decadimento e rinascita rappresentata da un grande artista del XVI secolo: Arcimboldo, l’autore delle teste composte, tanto amato ed imitato nel suo tempo quanto ignorato dai posteri, confinato dalla critica nell’angusto recinto degli stravaganti.
Certamente Giuseppe Arcimboldo (1527-1593) negli anni della formazione nella sua Milano subì gli influssi di Leonardo e dei pittori nordici, che avevano ribaltato i concetti classici del bello, introducendo l’interesse per il grottesco e la realtà quotidiana. Ma sarebbe davvero limitante vedere nella sua opera un semplice divertissement per principi e vescovi dell’epoca.
Quella di Arcimboldo è una biografia ricca. Innanzitutto era figlio d’arte. Il padre, Biagio, faceva il pittore, e con lui Giuseppe collaborò alle decorazioni del Duomo a partire già dal 1549. Appartenevano ad un casato nobile e potente, che dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento diede tre arcivescovi a Milano. Per Giuseppe il salto di qualità e la consacrazione coincisero con la chiamata alla corte imperiale degli Asburgo, nel 1562.

L'ortolano o Ortaggi in una ciotola (Natura morta reversibile) Museo Civico "Ala Ponzone" di Cremona

L’ortolano o Ortaggi in una ciotola (Natura morta reversibile) Museo Civico “Ala Ponzone” di Cremona

A Vienna divenne pittore di Massimiliano II: ritratti – soprattutto le teste composte -, ma anche costumi e scenografie di feste, tornei, giostre, mascherate… Fu il regista e l’animatore della vita artistica di corte, consulente per la collezione di quadri del monarca, del resto raffinato intenditore. Servigi molto apprezzati, ripagati con prebende, denaro, titoli onorifici. Nel 1563 Arcimboldo dipinse la prima serie delle Quattro stagioni, nel 1566 i Quattro elementi (l’Aria, il Fuoco, la Terra, l’Acqua), nello stesso anno uno dei due ritratti di Giovanni Calvino (Il Giurista), nel 1570 il Cuoco. Per dire di alcune delle teste composte più famose, incastri di fiori, frutti, verdure, animali, oggetti.
Piacevano moltissimo ai suoi contemporanei. Non rappresentavano un mero per quanto geniale puzzle artistico. Avevano più significati allegorici, ad esempio esaltare l’universalismo e la potenza degli Asburgo. Bellissimo il Vertumno, che ritrae l’imperatore Rodolfo II, dipinto nel 1590. Il pittore si era congedato tre anni prima dalla corte viennese, tornando a Milano, dove comunque continuò a lavorare fino alla morte per gli Asburgo e a suscitare l’interesse di tanti imitatori. Parte delle sue opere, peraltro, sono andate perse.
“Un operaio del linguaggio”: così il grande semiologo francese Roland Barthes ha definito Arcimboldo, istituendo un parallelo fra la sua pittura e la scrittura. Due strumenti comunicativi diversi, che nelle teste composte trovano però elementi in comune. “La sua pittura – scrive Barthes – ha un fondo linguistico, la sua immaginazione è poetica: non crea i segni, li combina, li permuta, li svia (compie, insomma, il lavoro di ogni operaio della lingua)”. La citazione è tratta da un illuminante saggio del 1982 pubblicato da Einaudi nel 1985 e nel 2001 (L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III) e ripreso dalle edizioni Abscondita nel libretto Arcimboldo (collana “Miniature”), con uno scritto di Corinna Ferrari.

L'imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno (1591), Skoklosters slott di Stoccolma

L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno (1591), Skoklosters slott di Stoccolma

Barthes esamina attentamente la grammatica e la sintassi dell’artista, boccia la semplificazione che lo vorrebbe ingabbiare nello schema del pittore stravagante. Tutt’altro. In Arcimboldo ci sono sapienza, magia, intelligenza, raziocinio, buon senso. “Arcimboldo parla una lingua doppia, chiara e imbrogliata insieme”. Utilizza un linguaggio cifrato, per sfidare in un gioco i signori dell’epoca: prima l’osservatore coglie il dettaglio (ciò che compone la testa: animali, fiori, frutti…); poi, allontanandosi dal quadro, viene colpito dal senso vero.
E’ un offrire metafore: i singoli segni hanno un valore compiuto, ma l’insieme determina un secondo significato. Ecco l’Acqua: meravigliosa e inquietante composizione di pesci; ecco l’Aria: impasto di volatili; il Fuoco: incastro di fiamme, braci, fascine, stoppini; la Terra: ricettacolo di animali miti e bestie feroci. Perché l’arte di Arcimboldo ricalca il linguaggio: così come quest’ultimo si articola in suoni e parole, la prima procede per oggetti nominabili (parole) a loro volta scomponibili (i suoni). In precedenza la pittura aveva sempre avuto una sola articolazione, quella delle linee e della forme che vanno combinate.
In una sola immagine, spiega il semiologo francese, Arcimboldo unisce tre sensi: le singole figure, la testa composta, il titolo allegorico che associa le forme ad una stagione, ad un elemento, ad una persona. Composizioni piacevoli, certo, ma pure inquietanti. “Le teste di Arcimboldo
– interpreta Roland Barthes – sono mostruose perché rimandano tutte, quale che sia la grazia del soggetto allegorico (…), a un malessere sostanziale: il brulichio. La mischia di cose viventi (animali, vegetali, bambini) disposte in un disordine stipato (prima di raggiungere l’intelligibilità della figura finale) evoca tutta una vita larvale, un pullulio di esseri vegetativi, vermi, feti, visceri al limite della vita, non ancora nati eppure già putrescibili”. Teste mostruose, perché rivelano l’inarrestabilità della natura in continua metamorfosi.

Inverno (1563), Kunsthistorisches Museum di Vienna

Inverno (1563), Kunsthistorisches Museum di Vienna

Straordinario pittore Arcimboldo, che imprime sulla tela un campionario di figure retoriche. La metafora: una pesca in luogo della guancia (L’Estate); la metonimia: una composizione di pesci per l’Acqua; l’allegoria: una testa fiammeggiante per il Fuoco; l’allusione: la frutta di stagione per rappresentare l’Estate; l’antanaclasi: la ripetizione di un oggetto facendone un elemento diverso; l’annominazione di immagini, cioè la sostituzione di un oggetto con un altro della stessa forma. Una lettura che l’osservatore può cogliere a patto di esercitare un’attenzione mobile: solo spostandosi è possibile capire l’opera nel suo insieme, tanto che lo stesso sguardo del visitatore è un elemento strutturale del quadro.
“Quello che Arcimboldo dipinge – scrive Barthes – non sono propriamente cose, ma piuttosto la descrizione parlata che ne farebbe un narratore meraviglioso. Arcimboldo illustra quello che è già, in fondo, il calco linguistico di una storia sorprendente”.
Come le sue affascinanti teste composte.

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