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Armando

CAPITOLO I

Non avevo mai baciato Mazarine, se non nei sogni primordiali in cui non si chiamava ancora Mazarine, ma non avevo dubbi che baciasse nel modo grazioso e succulento delle vergini mentali, come se l’anima, la bocca e i fianchi fossero posti tutti sulla stessa linea angelica e io ne reggessi delicatamente le estremità e lei si facesse sollevare in eterno per accogliere le mie labbra in un nucleo di fragole e gelsomino accaldato.
Mazarine è seduta al posto anteriore del passeggero, io alla guida; fa notte; il vento è scuro e stellato, i questa tarda sera agitata, ha in sé una piccola crudeltà salata di mare e, al tempo stesso, un ricordo calpestato di vacanze, di sabbia umida, nel punto più discosto degli ombrelloni dell’infanzia.

Ora ci dirigiamo verso un punto sicuro. Là, cambieremo l’automobile e riceveremo istruzioni dai responsabili del mandamento milanese dell’agenzia informativa vaticana. Mazarine è bella, sistema le ciglia arrotolando mascara, ha un profilo grazioso da bambina nonostante una luna a nove decimini si agiti nel mare, i vento semina stelle e sacchetti di patatine sfondati, scontrini sormati, fogli di giornale, sollevati per il dorso, traversano improvvisamente l autostrada, accanto al transito di foglie secche d’oleandro che turbinano in gregge. colpiti dai fari alz abbassa, espande e fa oscillare le luci di Genova, alla distanza.

Guarda, Mazarine, quella là in fondo deve essere Genova. Vediamo davanti a noi luci lontane, magari Genova è ben al di là di quei punti luminosi contentrati, sulla costa,che le raffiche di vento alzano e abbassano, dilatano e comprimono, sotto la lente alternata dell’aria seccao umida, ma non importa. Mi sento di dire il nome di una città, per rassicurarla, perché stasera l’autostrada è semideserta e sinistra.
Ciò che avverto è l’aderenza perfetta delle gomme e la mia strana aderenza alla vita.
L’ordine del rientro di mazarine in italia – dopo l’arruffata ma preziossa operazione d’intelligence avignonese – era stato perentorio, sia a causa dei pericoli ai qualli mazarine si era esposta che per avviare rapidamente le verifiche sulle immagini di cui era entrata in possesso pericolosamente. Per questo mi era stato chiesto di accostarla. Copia della lettera che dovevamo studiare era stata consegnata anche a una commissione vaticana, interna, che aveva incarichi di stabilirne il significato sotto il profilo teologico e religioso. >Il foglio abilmente recuperato da Mazarine ha avuto una tiratura con fotocopiatrice di poco più di cento copie, equivalenti al numero dei cardinali. Erano fotografie in bianco e nero di dipinti –cinque per l’esattezza – ritagliate da mano incerta da riviste anni Sessanta o da vecchi sussidiari e successivamente incollati su un foglio di supporto, così da formare una croce o una figura umana stilizzata. I margini delle immagini erano frastagliati; in alcuni punti l’operazione di ritaglio aveva portato a piccoli strappi e a un lavoro che probabilmente era stato svolto con piccole forbici per manicure, arrotondate, in un delirio di rapidità o da mano artritiche o lievemente impedite, che non avevano permesso all’autore del collage di seguire la linea retta dei margini. C’era qualcosa si misticamente infantile, in quei pezzi di foglio. Ritenevo che l’estensore non solo avesse avuto fretta, durante il recupero di quell’apparato iconografico, ma fosse più interessato al contenuto del messaggio che alla marginalità dell’ordine in sé. Ciò che i quadri antichi componevano era una croce latina. Senza didascalie o altre indicazioni scritte.

Don Marco Rupescissa, responsabile dell’agenzia di informazione romana, m’aveva chiesto di lasciare la fondazione museale che io dirigevo – ancora per poco – e, non avendo personale a disposizione per un recupero un po’ fortunaso, aveva chiesto che io e la ragazza ci vedessimo al più presto e che io contribuissi a leggere quelle carte che lei aveva portato alla luce, cercando di smontarne il meccanismo semantico a orologeria, per diradare presenza di vari anticristi che orinavano sulla cristianità. C’erauin taleodore di piscio di gatto, nella stanza del papa, che ne morivi, ma mica incontinenza sua, ma per migliaia di figi di puttana di gatti silvestri che gli orinavano addosso e che avevano preso a pisciare un’orina rognosa, già che c’erano; i gatti merdosi dei talk show, funesti d’invidia e di pillacchere acide, disumani e inumani, che ronfavano pancia al’aria tra una pubblicità e l’altra e poiche confondevano il marciume e i veri del loro intestino con il marciume moltominore ndel modo.all’aria Orinavano e cagavano in ogni angolo tv, dalle colonne dei giornali spalamcavano gli occhi di biscia gridando al rogo al rogo; gatti disumani e inumani che gonfiavano la coda e mostravano i denti, che saltavano su se stessi sfondando i divani televisivi, pulci e rogna, piscio di gatta mestruata, piscio di gatto in calore, orina ruggine d’inquisitore perché merdosi fusaioli del potere del cazzodivorando i croccantini che qualche banca di merda anche qualche banca di merda neo cattolica e veterotestamentaria, che gli allungava, tagliati con calce o con roba cattiva, perché ; normalmente con gli anticipati dai ratti di origine tedesca che disseminavano l’aria pestilenziale del golpe segreto che si stava svolgendo davanti a tutti.
L’appuntamento con la ragazza, storica dell’arte e informatrice interinale dell’agenzia di stmpa e intelligence, cioè un co.co.co con contratto giornalistico di un anno, diretta dall’angelico Don Marco Roccabruna, era a Genova alle 19, proprio il 12 novembre 2011.Berlusconi era stato costretto a salire al Campidoglio per rassegnare le dimissioni, le giunte sbandavano e gli emoderivati liberticidi erano già in azione nelle azioni di rastrellamento.
Mazarine, avendo scelto di viaggiare, per motivi di sicurezza, su un furgone di magrebini, che copriva abusivamente la tratta tra Avignone e il capoluogo ligure, s’era trovata all’improvviso senza portafogli che non sapeva più dove le fosse scivolato e comunque era introvabile, nonostante i migliori nei confronti del prossimo; insomma: era partita frettolosamente da Avignone con due borse – lasciando la valigia nella casa dell’anziana signora della quale era ospite – e adesso ne aveva soltanto una, lei questa spericolatezza la chiama fiducia nei confronti del prossimo, ma non è altro che un fermo, insanabile pregiudizio nei confronti di se stessa, come occidentale e cristiana. Non aveva nemmeno il coraggio di ammettere che il tunisino era pieno di fumo e tempestosamente avvelenato dalla propria supremazia razziale.S’era fermato in un’are di sosta nei pressi di Montecarlo, aveva fatto scendere tutti i suoi connazionali,dicendo che erano arrivati, anche senon era vero, perché erano in piana montagna, sui colli insomma, lontano da luoghi abitaati.; io non sono arrivata, ha detto invece lei con candore; tu vien davanti, in parte a me, le aveva intimato lo sgozzacarrozze.
Avevano proseguito in silenzio, quaranta minuti senza dire una parola, alla’area di servizio dopo Ventimigliae lui s’era infilato i unangolo pocoilluminato delparccheggio: niente nafta, niente soldiper il biglietto, niente uscita. Lui gridava, battendo i pugni ritmicamente sul volante, che lei non aveva pagato il viaggio e il furgone non aveva più carburante, e lei non aveva pagato il viaggio; lui doveva pagare il ticket d’uscita dall’autostrada, ma lui non aveva soldi.
ma io te l’avevo pagato in anticipo e in contanti, urlava lei, e come cazzo faccio a pagarti ancora se m’avete fottuto l’altra borsetta, dove c’erano il portafogli e la carta di credito; il magrebino, colpitonel propro onore di ladro assolutamente onesto e timorato di Dio, aveva tirato fuori il coltellaccio con il quale tagliava la barbisa agli agnelle, arrotandolo sulla leva del cambio.
che cazzo vuoi spiegare a un magrebino pieno di cous-cous al tamarindo, quando sei piena i colpe perché sei cattolica e le tue antenate hanno pisciato per dispetto colonialista alla base delle piante dei datteri. Mazarinre è identica A sua madre Claire anche in questo. Progressista conservatrice. MOdernista, m talmente cattolica, nel profondo, da scegliersi un direttore spirituale, che è sempre un caro amico, diverso dal confessore, un secondo sacerdote, che è invece un estraneo e un implacabile flagello tridentino. Don Marco Rupescissa è il suo direttore spirituale e il suo datore di lavoro temporaneo, è davvero una delle poche creature angeliche che io abbia mai conosciuto. E’ un nodo di bontàà-intelligenza, di bellezza discreta e d’eleganza. Si è fatto prete ampiamente dopo i trent’anni così non ha la minima postura da seminario. Mazarine e don arco sono cugini di secondo grado, perché Claire, la madre di Mazarine, è cugina dritta di don Marco, in quanto figli di sorelle.

Ancor prima di sgarbugliarla dalla rete a ventimiglia, mi sono accorto che somiglia in modo spaventoso a sua madre; e ciò mi inquieta, mi appaga vedere tanto di Claire, nelle movenze e nello sguardo; e quel modo d’uscre dagli stessi golf di lana bianca e morbida, alla cima della nube più che una voce era uno stormo di uccelli aurorali sulla cima di una grande quercia. In qualche istante è Claire e sono a venticinque anni f Ed ogni suo gesto ha l’eleganza lieve e solenne di um atto liturgico unito alla levità e alla bellezza di un’età che contiene un insulto e un vigore, e un profluvio di vitalità che si agita sulla pelle. Per sapere come bacia Mazarie, basterebbe, per proprietà transitoria, sapere come bacia sua madre, Claire.
“Un po’ meglio?
Sentite qui, come parla Mazarine.
“Molto meglio, ti ringrazio.Mi scuso davvero per il disturbo. Sono molto lieta d’averti conosciuto, seppur in circostanze tumultuose” dice lei in un italiano perfetto, con parole, anche desuete che deotano una pratica nella lettueratura e un lungo scavo lessicografico che le permette anche di parlare con rapidità, senza arenarsi mai. avvita la spazzolina del mascara nel tubetto. Si guarda prima da sinistra a destra, poi dall’alto lato, e si compiace che la cosmesi sia una cosa buona e giusta per portarla dal disastro e dall’ecatombe a quel concetto sovrumano di presentabilità che, attraverso la donna, ha salvato il genere umano dall’abbruttimento animale; poco poco rossetto, che espande, comprimendo le labbra. Poi si gra mi sorride con gratitudine e torna a gua lo specchietto del passeggero, per avere un quadro completo della stradala dietro sé. Io ho campio nel retrovisore. Poche auto, distanti, una sulla corsi di sorpasso viaggia forsennatamente
Il suo viso, anche adesso che inquadra, dietrò di sé, quell’auto d’incerte intenzioni, sembra appena uscito da una concessionaria, non è ammaccato,non ha sfregi d’usura, pelle da un disegno progettuale dell’infanzia e rimasto intatto. Nemmeno un graffio da retromarcia. Sente di gelsomino bianco mosso dal vento e di quaslcosa che ha un’anima buona., nella buona e nella cattiva sorte. +
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“pensi che qualcuno ci stia seguendo?” ho chiesto?
Mazarine fa oscillare lievemente la testa negando ogni preoccupazione, con un movimento che deve aver conservato dall’infanzia. Lo fa per un atto di cortesi, anche se le buone demoiselles, limitano la gestualità. Non vuole gettarmi addosso ciò che le aggroviglia l’interno. Quindi non parla. Si passa le mani sui jeans all’alettza dei ginocchi, strofinandoli un po’.
Ciò che vedo, dietro di noi, sono lontanissimi fari di un camion quattro, poi quattro cerchi gialli e piatti piatti di auto che affrontano con cordiale remissività la strada, mentre più a sinistra, arrivano graffianti, allo specchietto, le ellissi delle luci di un’auto sportiva, cha guadagna rapidamente terreno sulla corsia di sorpasso con vibrazioni di raggi blu, ultrabianchi, che cazzo so, ultravioletti, freddi. L’auto salta, ghermisce, si protende, galoppa e rallenta a cento metri da noi. Aon cambia corsia, procede dritta ma l’uomo alla guida, nel momento in cui i finestrini sono perfettamente allineati, lancia uno sguardo rapido nel nostro abitacolo, attraverso fottutissimi e grotteschi occhiali neri alla Ray Charles, per consegnarci uno stereotipo di sicurezza e malavita. Io non rallento, fingo di non vederlo, un nero antillano, il Pianista, chissà. Riprende velocità, con un colpo sprezzante all’acceleratore. In pochi istanti si trasforma in due puntini rossi,là in fondo, gia incollati a un promontorio
Era una Porsche rosa confetto, con targa francese.
“Non prenderà nessuna multa – dice Mazarine, cercando di farmi cogliere soltanto la superficie di quanto ho visto.
-Perché – dico io
“Perché se la targa fosse fotografata dai dispositivi di rilevamento, sul suolo italiano, la pratica si ferma lì. La polizia non ha ancora i numeri di immatricolazione francesi.

“Mazarine, non ci conosciamo, ma devi fidarti di me.Devo sapere tante cose”
“i fido di te; ho chiesto io a don Marco ti interpellasse.
“Tu e la mamma vi siete conosciuti da Marco, prima che diventasse prete”.
“Sì, don Marco e tua mamma sono persone speciali”.
Se pensi, magari, che qualcuno ci possa seguire e sevuoi uscire dall’autostrada, dice lei, e fare kla statale ameva benisismo.
– Poni una richiesta precisa, Mazarine. Anche Claire faceva lunghe educate domande che non si capiva se erano domande, risposte, inviti, desideri, opzioni, ipotesi o necessità.
– Dicono che noi donne portiamo il maschio a dire un no anche se noi vorremmo che fosse sì – disse Mazarine, ridendo.
– Se pensi che si debba uscire, lo facciamo e rientriamo prima dell’are di servizio dove ci aspettano per il cambio dell’auto.

-dove ci aspettano per il cambio d’auto?

– Alla stazione di servizio di Piani d’Invrea-Varazze, sempre sull’autostrada. Don Marco preferisce che cambiamo auto e che riceviamo qualche istruzione. Se ti va, aspettiamo ad uscire dall’autostrada. Facciamo il cambio dell’auto, recuperiamo la valigetta con nuovi telefoni e la ricostruzione ingrandita e a colori dell’immagine contenuta nella busta.
– E dove dormiamo, stasera?
– Ce lo diranno i due alla stazione di servizio.
– Non devi preoccuparti, don Marco è molto preciso

Mazarine mi chiede se ho visto le foto dei quadri e l’impaginazione della lettera senza parole., del foglio interno. Don arco le ha fatte mandare un paio d’ore prima, al mio indirizzo di posta elettronica, dalla centrale dell’agenzia romana che dirige, ma essendo in auto e dovendo correre in direzione di Ventimiglia, ho potuto soltanto dare un’occhiata. Ho capito però che è materiale di grandissimo interesse
– Ci divertiremo – dice Mazarine – e sono certo che fotteremo l’altra commissione.
– Come ha messole mani su quella roba?
– Ho avuto l’incarico, per lavoro di entrare, in un gruppo di preghiera, ad Avignone, per una questione di quadri che erano stati oggetto di donazioni da parte di alcuni parroci al gruppo di preghiera stesso. Ho recuperato la lettera dalla scrivania di una specie di ex mafioso in crisi mistica. E’ un esibizionista. Voleva dimostrarmi d’esere perfettamente informato di tutto cò d’importante e di segreto accada al mondo
– Potevi fotografarla, la lettera, senza prenderla.
– Chiunque avrebbe potuto dire che era una lettera immaginaria, costruita alk computer. Invece qui abbiamo innanzi tuttola busta, con timbro postale.E lui come può sapere che gliel’ho fregata io?
– Perché all’improvviso sono scomparse, inspiegabilmente, Mazarine e l busta che contiene la lettera.
– La mia sceklta di fuga è giustificata ai suoi occhi come un atto d’onore. Ti spiegherò.Il recupero di una delle lettere ha consentito a Do Marco di avere in mano, pur ancora virtualmente, una prova che una lettera c’era. Ha esteso la ricerca e ha avuto conferma, da un buon numero di segreterie cardinalizie che la lettera era arrivata anche agli altri8 cardinali, forse a tutti. Ma nessuno, prima che io avisassi don Marco, ne aveva fatto menzione.
Le arriva un messagio al telefonino, che legge con disappunto e richiude.
Poi mi fa un segno di guardare più avanti, un chilometro un chilmetro e mezzo. Ha visto un’auto ferma sotto un ponte, sulla corsi di emergenza. Non è ela poesche, ma un’ato larga e, forse bianca. Io penso che sia meglio fermarmi subito, a destra, aspettando che arrivi il camion da dietro. Seguo l’autoarticolato, mi attacco alla sua targa spagnola, sentendo le preghiere dei poveri bovidi destinati al macello, l’odore d’orina rsentita e quello della paglia che vola all’esterno. per un pezzo, standogli incollato e, prima di arrivare sotto il ponte, inizio a superarlo, affinchè la sua forma enorme ci proteganeo confronti dell’auto bianca e al tempo stesso calcolando che se lui sterzassse a sinistra all’improvviso avremo ancora la possibilità di districarci.
Poveri vitelli, che guardano dalle fessure.
Guarda, quel vitello ha gli occhi del Papa, pieni di tristezza e di dolore – dice Mazarine. Mi rendo conto che lei ha ragione.
L’auto non ha cattive intenzioni è una Mercedes sfiancata, piena di biondi e di bionde che sobbalzano sui sedili, danzando. Hanno i fari accesi perché, credo una ragazza, sta pisciando latealmente davanti al proprio pubblico.

Mazarine è più tranquilla. Le dico che tutto è posto e che non deve preoccuparsi.Estrae dalla borsa, con trionfo del sorriso, una busta rettrangolare di dimensioni. Corrispondenza: dimensioni standard. La busta è porosa . nella parte superiore sinistra ha uno stemma cardinalizio, con un motto. Aal centro un indirizzo con il nome del destinatario di un cardinale francese. L’indirizzo è stato steso da una stampante, direttamente sulla busta. E’ stata aperta con un tagliacarte nella parte superiore. Le lettere sono state inviate dall’ufficio postale della stazione di Brescia, tutte nello stesso giorno. Venti giorni prima che si diffondesse da Palermo la notizia che Benedetto XVI avrebbe soltanto un anno di vita.

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