E’ giunto in questi giorni in libreria il volume La vera identità della Gioconda. Un mistero svelato. Stile arte intervista qui l’autore, lo studioso fiorentino Giuseppe Pallanti, ch, dopo lunghe ricerche negli archivi, ha trovato le prove dell’esistenza di Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo, la presunta modella di Leonardo per il quadro che oggi è il più famoso del mondo.
Dopo il caso Dan Brown, una premessa: il suo è un romanzo o una ricerca storica? Non è un romanzo di fantasia, ma neppure un libro per addetti ai lavori: è la vita di una donna fiorentina vissuta fra la fine del Quattrocento e la metà circa del Cinquecento. Fondato interamente su documenti dell’epoca, conservati nei principali archivi pubblici fiorentini, il libro racconta la vita di Lisa Gherardini e del marito Francesco del Giocondo, astuto mercante e spregiudicato banchiere, nonché i loro rapporti con i personaggi più celebri della Firenze rinascimentale, negli anni in cui si trovarono in città i più grandi artisti del tempo: Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Raffaello.
Lei ha dato - documenti alla mano - una biografia al volto più famoso del mondo. Quando ha iniziato?
Ho iniziato per caso circa sette anni fa. Nel corso di una ricerca sui poderi del Chianti, trovai alcuni documenti su Antonmaria Gherardini, il padre di Lisa, e da allora mi sono buttato a capofitto in questo studio, con l’intento di ricostruire la vita quotidiana di una donna realmente esistita, affascinato dall’idea che avesse posato per Leonardo.
Quella che si presume sia la modella di Leonardo, fu battezzata, come usava, con due nomi: Lisa e Camilla. Le chiedo, in sintesi, la carta d’identità di Lisa Camilla.
Lisa Gherardini nacque a Firenze il 15 giugno 1479, in una casa di via Maggio, di là d’Arno, poco distante da Ponte Vecchio. I genitori erano Antonmaria Gherardini (nobile decaduto di un’antica famiglia del Chianti) e Lucrezia del Caccia (anche i del Caccia provenivano dal Chianti ed erano signori della Val di Greve). A sedici anni, nel marzo del 1495, Lisa divenne la seconda moglie di Francesco del Giocondo, un ricco mercante fiorentino, che vendeva tessuti pregiati in Italia e in Europa. Lisa lasciò la casa dei genitori in via de’ Buonfanti, vicino piazza Santa Croce, e si trasferì nel palazzo del Giocondo in via della Stufa, una piccola e angusta via che inizia in piazza San Lorenzo. Fra il 1496 e il 1507, Lisa ebbe cinque figli, tre maschi (Piero, Andrea e Giocondo) e due femmine (Camilla e Marietta, entrambe suore in due noti conventi fiorentini), ma ne crebbe sei, considerando anche Bartolomeo, il figlio che Francesco aveva avuto dalla prima moglie Camilla Rucellai, morta giovanissima di parto.
Quando si perdono le tracce dei coniugi?
Francesco morì nel 1538 e fu sepolto nella cappella di famiglia che egli stesso aveva fatto costruire nella chiesa della Santissima Annunziata di Firenze. Resta un mistero invece la morte di Lisa, avvenuta presumibilmente intorno al 1550, negli stessi anni in cui Giorgio Vasari scriveva Le vite dei più eccellenti pittori (la prima edizione, pubblicata nel 1550; la seconda, nel 1568). Su Lisa, Vasari aveva dunque ragione...
La prova “provata” non c’è, ma è difficile dargli torto: alcuni fatti, collegati fra loro, sembrano in effetti dargli ragione. Vasari era ben informato sugli artisti fiorentini e quando scrisse la celebre frase (“Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto”), la scrisse con cognizione di causa, dimostrando di conoscere bene gli spostamenti di Leonardo.
Come spiega le inesattezze di Vasari nella descrizione del ritratto? Vide la stessa opera o un altro quadro?
Vasari (1511-1574) descrisse il dipinto in maniera dettagliata, accennando anche alle sopracciglia, che nel quadro non ci sono: si tratta di una inesattezza che gli può essere perdonata, in quanto egli non vide mai l’originale, ma solo delle copie, ed avrà pensato che ci fossero. Ma è l’unico punto debole della sua testimonianza.
Venendo a cadere decine di opinioni diverse sarà messa la parola fine a una antica questione?
Penso di no: in mancanza di una prova certa, ci sarà sempre qualcuno che avanzerà nuove ipotesi, mettendo in dubbio le affermazioni di Vasari (accettata per secoli, e messa in discussione solo dopo il furto del quadro dal Louvre, nel 1911).
Consensi e dissensi rispetto alla sua indagine?
Direi entrambi, anche se i risultati della ricerca – basata interamente su documenti d’archivio – non si possono mettere in dubbio e, nel complesso, restituiscono dignità e credibilità alla tesi di Giorgio Vasari, liquidata troppo spesso con leggerezza.
Lei sa che un autore porta argomentazioni diverse?
Sì, ci sono critici che fanno ipotesi diverse, talora anche affascinanti (come chi pensa che la Gioconda sia il ritratto al femminile di Leonardo, per via della sua presunta omosessualità), prive però di riscontri storici.
Chi ordinò il ritratto? Fu Lisa a ispirare Leonardo o messer Francesco a volerlo?
Forse non lo sapremo mai, anche se in proposito mi sono fatto quest’idea: penso sia stato il marito a ordinarlo, ma anche la personalità di Lisa deve aver ispirato Leonardo, per la sua bellezza e per le sue qualità morali. Nel testamento, il marito la definì mulier ingenua, che voleva dire una donna dall’animo nobile, generosa, virtuosa, e Lisa lo fu. Probabilmente era la donna che cercava: bella di fuori e bella dentro.
Il suo libro “La vera identità della Gioconda” è stato tradotto per l’estero?
Sì, Skira ha pubblicato il libro in italiano, in francese e in inglese; c’è anche un’edizione in giapponese e una in cinese. La Fuji Television di Tokyo ha messo in onda un servizio sabato 20 maggio (con sottotitoli in inglese).
Lei scrive: Monna Lisa “siede maestosa a un parapetto con alle spalle un paesaggio fantastico e primordiale”. Ha studiato quel panorama?
Sì, l’ho guardato a lungo, nel tentativo di riconoscervi un luogo familiare. Ma non ci sono riuscito. Credo che Leonardo si sia ispirato ad alcuni luoghi del Valdarno, vicino Arezzo. La balaustra in pietra e i basamenti delle due colonne ai lati della figura ricordano invece il chiostro del convento di Santa Maria Novella, dove Leonardo lavorò a lungo per la preparazione del cartone della Battaglia d’Anghiari, l’affresco che doveva decorare il Salone di Palazzo Vecchio.
Uno sostiene che sia il Ponte a Buriano sull’Arno; un altro vede il Resegone e la valle dell’Adda. La sua opinione?
Sì è vero, il ponte sarebbe quello di Buriano; le rocce, le Balze e la vallata sottostante, la valle dell’Inferno, tutti luoghi che si trovano dalle parti di Arezzo.
Perché Leonardo portò sempre con sé quel tavoletta di pioppo?
Leonardo tenne con sé il quadro per oltre quindici anni, dal 1503, quando lo iniziò, al 1519, quando morì in Francia. Sembra che vi abbia lavorato a più riprese; in ogni caso rimase profondamente legato ad esso e non se ne distaccò mai. Perché questo forte attaccamento? Probabilmente perché sentiva quel dipinto come l’opera più rappresentativa della sua concezione dell’arte e della pittura. Disse un giorno a Milano: “Il buon pittore ha da dipingere due cose principali, l’homo e il concetto della mente sua: il primo è facile, il secondo è difficile perché s’ha a figurare con gesti i movimenti delle membra”. E la Gioconda è simbolo straordinario del corpo e della mente umana, del movimento e del pensiero dell’uomo...
... puoi richiedere il testo completo allo 030/2774231 oppure a redazione@stilearte.it ...