Nell’abbagliante sfavillio pirotecnico di mostre-evento di cui rintrona il Belpaese, opportunità significative, occasioni autentiche, presentandosi con garbo discreto e sotto tono, rischiano di passare inosservate, e di venir eluse.
Una tal disdetta m’auguro non sia capitata all’esposizione, in una sala del Museo regionale di Messina, di una parsimoniosa selezione di prove d’Antonello, incentrata sul celeberrimo San Girolamo nello studio della National Gallery di Londra: un’opera di tal fama e soggetta a tal moltiplicazione di riproduzioni su cui sarebbe stato facile costruire la baraonda e la baldoria di un evento altrettanto rumoroso che insignificante.
Ciò che, grazie all’intelligenza e al senso di responsabilità di chi seppe, con accortezza e abilità - in primo luogo Gioacchino Barbera -, ottenere dai severissimi guardiani del museo londinese il piccolo dipinto e immenso capolavoro, non è accaduto: ed il visitatore è stato posto al cospetto di un confronto, diretto e sconcertante, del San Girolamo, che si vuol realizzato all’indomani dell’approdo di Antonello a Venezia sul finire del 1474, con i suoi immediati precedenti siciliani, il polittico cosiddetto di San Gregorio, firmato e datato 1473 per la chiesa di Santa Maria extra moenia di Messina (e, ora, in quello stesso museo regionale) e l’Annunciazione, allogata il 23 agosto 1474 per la chiesa di Santa Maria Annunziata di Palazzolo Acreide (e oggi in Palazzo Bellomo a Siracusa) e terminata due o tre mesi più tardi.
Orbene, all’evidenza eloquente di quel confronto - davanti, voglio dire, alla centralità, scandita in poco più di un biennio tra Sicilia e Venezia, di quelle pitture entro l’avventura artistica di Antonello - io credo che parecchi topoi storiografici e critici ostinatamente radicati, siano, una buona volta, da rimuovere. A cominciare dal ricorrente, e inossidabile (più o meno energicamente manipolato che sia), coinvolgimento linguistico del messinese nella cultura figurativa fiamminga, ma senza escludere un ripensamento sulla necessità, in vista delle più alte affermazioni del fervido e sublime biennio lagunare, d’una preliminare esperienza, nel corso delle brevi soste, risalendo via mare la penisola, a Pesaro e a Rimini, della lezione del Giambellino.
Se, a tal riguardo, le conclusioni delle indagini tecniche condotte da Villa e da Poldi in occasione della mostra alle Scuderie del Quirinale la scorsa primavera (allegate al relativo catalogo), la dicevan lunga, è il divenire della paziente e spregiudicata costruzione prospettica come processo interno di ricerca che, nei tre dipinti esibiti a Messina, profondamente colpisce (e sarebbe stato perfetto se ad essi fosse stato possibile accompagnare la Crocifissione di Londra); ed è un peccato che, per tentare di spiegare gli stimoli che possano averlo sollecitato, non si sia mai tenuto conto finora seriamente dell’invito di Eugenio Battisti (1985) a guardar exploit locali di un Maestro di piazza Armerina o di un Marco Costanzo, cui il magistero di un Fouquet non sembra ignoto.
Del resto, Antonello, appena giunto a Venezia e quando da poco aveva posto mano alla pala di San Cassiano, già vien da Matteo Colacio annoverato tra i grandi prospettici: con una tempestività che sarebbe forza avvertir rabdomantica, se non ci interrogassimo - almeno - intorno all’eventualità che, una simile fama, preesistesse all’avventura lagunare: che, anzi, essa fosse tra le motivazioni dell’invito, e della commissione, di Pietro Bon, al quale - come a suo tempo ho provato - le occasioni di indugiare a Messina e di guardarsi intorno, non mancavano, ma già, proprio il Colacio, ne sapesse qualcosa. ..........
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