Non può sfuggire lo stretto collegamento tra lo sviluppo del realismo in pittura e la diffusione dell’eresia. L’insorgenza del primo risulta, nell’ambito della storia dell’arte italiana, direttamente connesso con lo sviluppo della seconda. E’ lo strumento attraverso il quale viene fornita una risposta dottrinale.
Perché questa necessità di rappresentare la realtà secondo modalità sempre più aderenti al vero? Non si tratta soltanto del prevalere di una visione aristotelica del mondo (con un sempre più ravvicinato interesse nei confronti della rappresentazione precisa del reale); l’aderenza ottica non viene quindi giustificata soltanto dal pensiero tomista che fonde la linea aristotelica della materia alla metafisica cristiana e neoplatonica come non è nemmeno, soltanto, frutto dell’atteggiamento della società occidentale che tende a privilegiare i dati della fisica e, proprio a partire da quegli anni, sviluppa una battaglia “tecnologica” che condurrà successivamente, attraverso il razionalismo, prima, la scelta illuminista e positivista, poi, alla cancellazione dell’orizzonte metafisico. E il realismo non scaturisce nemmeno, in modo esclusivo, dal recupero degli esempi del mondo classico greco-romano, che furono comunque un’autentica miniera formale da cui cavare modelli nella rappresentazione della realtà.
Il movente principale, fra altre concause, fu di natura teologica. Tra il Duecento e il Trecento, in una dimensione teocratica, si giungeva ad enucleare una necessità fondamentale: rappresentare il corpo di Cristo come figlio dell’uomo. Fu questo il motore principale dello sviluppo del realismo. Questa la causa ideologica primaria che chiedeva di agitare vigorosamente, con le predicazioni e la pittura - intesa a quei tempi come predicazione per immagini -, il dogma cristiano dell’umanità di Cristo contro gli assunti delle teologie eretiche, soprattutto di origine dualista e manichea, trasfuse poi nel catarismo, che negavano la corporeità del Signore.
Il sillogismo sul quale i catari sviluppavano il proprio pensiero nasceva dalla certezza che il mondo fosse sostanzialmente diviso in due parti, assegnate a due diversi enti-agenti. La prima materiale, creata e flagellata dall’azione del demonio. La seconda spirituale, unicamente ascrivibile all’azione divina. La materia, secondo i catari, risultava pertanto segnata da uno stigma satanico e bestiale. Il diavolo continuava ad agire in essa e per essa attraverso infinite tentazioni, la sofferenza del corpo, l’umiliazione dell’anima. Ciò mutava in modo sostanziale, a giudizio dei catari, la considerazione della natura di Cristo: se il mondo materiale è una sfera d’azione esclusiva del demonio, risulta concettualmente impossibile che Dio abbia rivestito il proprio figlio di un corpo materiale, poiché in questo modo avrebbe circondato l’ anima divina - quindi se stesso - di un devastante abito demoniaco. Così i catari ritenevano che Gesù fosse essenzialmente una sostanza spirituale. Rappresentare il corpo di Cristo significava allora gettare idealmente l’anima del figlio di Dio nel fuoco eterno di una materia destinata alla dannazione.
Cimabue e Giotto, che rappresentano una delle più solide linee di ritorno al realismo in pittura - e parliamo di ritorno, giacché i romani e i greci avevano a lungo praticato questa strada -, lavorano per i Francescani, che vengono utilizzati dalla Chiesa come principale avamposto contro le insidie del catarismo.
La stessa predicazione francescana, diretta, anche attraverso i concetti che troveranno collocazione nel Cantico delle creature, a sottolineare la bontà della Creazione e ad esaltarla come frutto dell’azione divina, guida e dirige, sotto il profilo teologico, il realismo giottesco. I francescani avvertono la necessità primaria - in quanto esigenza anti-catara - di ribadire che Cristo, essendo figlio di Dio e dell’Uomo, era dotato di un corpo. E che questo corpo non differiva da quello di tutti gli altri uomini. La Resurrezione, come vittoria sulla morte, non avrebbe avuto significato se Cristo non fosse passato attraverso la materia, se non fosse stato egli stesso - come dimostrano la sofferenza, il timore, l’angoscia, il sangue - figlio di una donna...............
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