L’ammonizione del Levitico (11,10) è lapidaria: “Di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio”. Che ci fanno allora tutti quei crostacei sulla tavola del Signore?
Gli affreschi dell’Ultima Cena con gamberi, ascrivibili ai secoli XIII, XIV e XV, sono diffusi nelle chiese situate sull’arco alpino centro-orientale, lungo una fascia territoriale che ha come punte estreme il Friuli ad Est, la provincia di Novara ad Ovest, il Trentino e le cittadine della Svizzera italofona, a Nord.
C’è una prima, ovvia, spiegazione al fenomeno, quella che potremmo identificare a un livello semantico basico: la tavola è imbandita con quanto si trovava abitualmente nei territori in cui vennero realizzate le pitture parietali. Località come San Polo del Piave o la Valle del Brenta - in cui si riscontrano simili rappresentazioni - erano rinomate per i propri gamberi di fiume, che venivano consumati soprattutto nel periodo quaresimale, come attesta, tra gli altri, Bonvesin de la Riva.
Tuttavia nei dipinti antichi si tendeva a caricare gli elementi naturalistici di valenze simboliche. E ciò apparteneva profondamente a una civiltà in grado di leggere il reale a più livelli, poiché il sovrannaturale e il divino agivano attraverso le cose del mondo, utilizzando uomini e oggetti come un proprio linguaggio. Un geroglifico: una scrittura di Dio. Non può pertanto sfuggire il fatto che, salendo ad un secondo livello, i gamberi sulle tavole delle Ultime Cene dell’Italia settentrionale si presentino attraverso la violenza cromatica del rosso, con la forza del sangue appena sgorgato da un’arteria...
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