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Malevich, il Quadrato e l'Icona |
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Enrico Giustacchini |
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Nel 1913, Casimir Malevich si è ormai lasciato alle spalle le iniziali esperienze pittoriche. Si è abbeverato al Pointillisme, all’Impressionismo, al Simbolismo. Ha offerto prove superbe riconducibili all’ambito del Neoprimitivismo. Ha fiancheggiato per un po’ il movimento raggista. E sta cavalcando, da par suo, lo scalpitante destriero cubo-futurista, condotto sin quasi alle soglie dell’astrazione.
E’ in questo contesto che il trentacinquenne Casimir partecipa all’allestimento del melodramma Vittoria sul sole, di cui cura costumi e scenografie. Scenografie che, ricorda Licia Michelangeli, “sono in bianco e nero, o, più correttamente, in nero su bianco. Sono sequenze di quadrati entro quadrati, di scatole prospettiche fondate e costituite da quadrati. Il quadrato è la forma statica per eccellenza, entro la quale molteplici altre forme geometriche possono essere inscritte, e che per rotazione può trasformarsi in un cerchio, per traslazione in una croce”.
E’ qui, nei semplici apparati teatrali ideati per un’opera come tante, un’opera che per il suo debutto non trova altra ospitalità se non quella di un luna-park, che ha le proprie radici il Suprematismo. Il celeberrimo dipinto Quadrato nero su fondo bianco, nel 1915, ne sarà la naturale conseguenza, sancendo la nascita di una delle più grandi rivoluzioni dell’arte del Ventesimo secolo.
Qual è l’idea rivoluzionaria di Malevich, l’idea che lo rende così originale, così “unico” tra i maestri dell’astrattismo? Egli crede che le forme pittoriche non vadano fatte derivare da modelli preesistenti, da modelli della realtà, e neppure dalla distillazione degli stessi secondo la nostra percezione o entro gli argini precari del sogno e dell’epifania. Egli è fermamente convinto, piuttosto, che la creazione debba fondare il proprio edificio sulla riflessione attorno agli elementi stessi della pittura, e in particolare attorno al colore, privato però di ogni contenuto estetico o simbolico. Come osserva Jean-Claude Marcadé, insomma, “l’opera non rappresenta gli oggetti del mondo sensibile, ma ha un’esistenza artistica autonoma”.
“Mi sono trasfigurato nello zero delle forme e sono andato al di là dello zero, cioè verso la creazione non-oggettiva”: così Malevich raccontava la propria geniale intuizione, nel 1916, in un saggio significativamente intitolato Dal Cubismo e dal Futurismo al Suprematismo. Quel Suprematismo che, ha sottolineato Michel Seuphor, “fu un atto di fede e doveva avere dei seguiti imprevedibili; era una fine e un inizio”.
E, correndo “al di là dello zero”, a velocità vertiginosa, in direzione opposta rispetto al viaggio senza requie dell’altra pittura - la pittura che ambisce alla chimerica meta della mimesi totale -, l’artista russo raggiunge, di lì a breve, il proprio traguardo, la soglia che non è da superarsi. E’ il 1918 quando dipinge il Quadrato bianco su fondo bianco...
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di Enrico Giustacchini
“Mi sono trasfigurato nello zero delle forme e sono andato al di là dello zero”. Così negli anni Dieci
l’artista descriveva l’idea suprematista. Poi un lungo silenzio, interrotto dall’inattesa riscoperta dell’immagine, nel rimando ai maestri del Rinascimento e alla pittura sacra della tradizione russa |
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