Fu al culmine di una lite seguita ad una partita di tennis che il 28 maggio 1606 il terribile Caravaggio ammazzò Ranuccio Tomassoni, suo rivale in amore oltre che avversario sul campo di gioco. La strada di Roma teatro dell’assassinio si chiamava (e si chiama) via di Pallacorda. Nulla di più facile supporre che al misfatto fosse presente Francesco Boneri, l’allievo-modello-amante prediletto di Michelangelo Merisi, colui che avrebbe raggiunto in seguito ampia notorietà tra i seguaci del maestro con l’appellativo di Cecco del Caravaggio. Gianni Papi, uno dei più accreditati studiosi di Cecco, ha di recente attribuito a lui La morte di Giacinto, un quadro prima genericamente assegnato ad un non meglio precisato pittore di ambito caravaggesco. Giacinto vi è effigiato agonizzante tra le braccia di Apollo: entrambi i personaggi hanno con sé una racchetta.
L’insolita iconografia è solo all’apparenza un enigma. La spiegazione è tutta in un nome, quello di Giovanni Andrea dell’Anguillara. Poeta e traduttore, l’Anguillara era stato un celebrato autore di best seller. La sua disinvolta versione delle Metamorfosi, edita a Venezia nel 1561, aveva ottenuto da subito un successo clamoroso, che si sarebbe protratto fino al XVIII secolo. Al pubblico era piaciuta l’idea di attualizzare il capolavoro ovidiano, inserendo senza troppi scrupoli elementi di contemporaneità nelle architetture ineffabili del mito. Cosicché, ad esempio, la famosa sequenza della gara di lancio del disco tra Apollo e Giacinto si era trasformata - metamorfosi nelle Metamorfosi - in un’improbabile partita a tennis, e a colpire fatalmente il principe spartano non era stato il disco ma una più prosaica pallina, scagliata con forza dalla racchetta del nume.
E’ su tale base che Cecco realizza il suo dipinto. Sovrapponendovi limpidi rimandi biografici e simbolici. Affidandovi un messaggio accorato, per conto dell’amato maestro (come rileva anche Cees de Bondt nel saggio The Death of Hyacinth, contenuto nel volume Royal tennis in Renaissance Italy, edito da Brepols).
Se Giacinto è Ranuccio Tomassoni, allora Apollo è Caravaggio. Se il figlio di Zeus e dio della bellezza e delle arti ha accidentalmente provocato la morte di un uomo durante un incontro tennistico, è troppo implorare un briciolo di comprensione per un artista - ossia per un seguace di quel dio - che ha fatto altrettanto? pare chiedere Merisi per mano del fedele allievo. E guardate - sembra aggiungere - quale disperata tenerezza nello sguardo del feritore, mentre sorregge la sua vittima, in una sorta di laica Deposizione. Non merita, questo disgraziato sconvolto dai rimorsi, un po’ di pietà, un po’ di pace?...
... puoi richiedere l'articolo completo allo 030/2774231 oppure a redazione@stilearte.it ...