Quali enigmi nasconde la Tempesta (1507-1508) di Giorgione, quello che può essere considerato uno dei primi quadri di paesaggio italiani e che cela in realtà un mistero attorno al quale si sono arrovellati tanti studiosi? All’opera vennero fornite più chiavi d’interpretazione, e ciò che è stato trovato al di là della porta del significante varia da un messaggio alchemico suggerito dalla presenza dei quattro elementi (Gustav Fredrich Hartlaub) all’unione tra cielo e terra sotto il profilo neoplatonico (Maurizio Calvesi), dalla rappresentazione di Adamo ed Eva dopo la cacciata dal paradiso (Salvatore Settis) alla raffigurazione della Fortezza, della Carità e della Fortuna (Edward Wind). E ciò per delineare un quadrivio di strade maggiori, giacché tanti altri sono stati i tratturi e le piste interpretative degli ultimi cinquant’anni.
Da tempo, all’interno del gruppo di ricerca di Stile, abbiamo avviato un’indagine, sotto il profilo iconologico, relativa a questo splendido dipinto nel quale il silenzio elettrico che precede l’arrivo del temporale - e lo sbandare delle frasche mosse dal vento - sembra porre un interrogativo all’osservatore, invitandolo ad una diretta partecipazione alla scena, favorito da un magnetico campo lungo che lo risucchia al centro dell’opera.
Nel corso del lavoro non abbiamo proceduto a ritroso, evitando di considerare le conclusioni d’altri studiosi, ma abbiamo sottoposto il quadro ad una lettura ex novo, basandoci soprattutto sul materiale iconografico del Quattrocento e del Cinquecento che si palesasse per forti analogie con i personaggi o con la scena rappresentata da Giorgione, lungo un percorso che ci ha portato - oltre alla menzionata esplorazione di dipinti e disegni - all’analisi sistematica dei mazzi di tarocchi quattrocenteschi, che hanno offerto interessanti sorprese. La conclusione a cui siamo giunti è molto vicina all’ipotesi che venne formulata da Wind e che non è stata opportunamente considerata come la soluzione definitiva di un enigma che si vuole a tutti i costi tenere saldamente serrato, nonostante l’evidenza e la semplicità del messaggio.
La Tempesta appare infatti come la rappresentazione allegorica della necessaria interazione tra Fortezza e Carità, alla luce dei rovesci della Fortuna. L’elaborazione di Giorgione attorno al concetto di Carità non offre comunque un’icona puramente teorica della virtù teologale, come appare nello studio di Wind. Non siamo cioè di fronte ad un’allegoria intellettualistica, quanto all’invito ad una sorta di Imitatio Christi. La donna che in panica solitudine allatta il bambino ai piedi di un albero, all’esterno della città turrita - figura iconograficamente vicina alla rappresentazione della zingara nella cultura tardoquattrocentesca e cinquecentesca - adombra, come gruppo di Carità, la presenza della Madonna e di Gesù Bambino; spetta quindi all’uomo forte, al soldato, alla sua intelligenza illuminata dalla Grazia individuare, sotto spoglie all’apparenza fuorvianti, la nuda veritas della presenza del divino, che si manifesta assumendo le caratteristiche di chi vive in assoluta marginalità rispetto al consesso sociale, simboleggiato dall’invalicabile nucleo urbano.
La Fortezza, come virtù cardinale, deve allora orientare l’uomo in direzione della fermezza del Bene, a un vigoroso esercizio caritativo nei confronti di coloro i quali sono esposti ai pericoli. La scena giorgionesca sollecita pertanto un’agnizione come improvviso e inaspettato riconoscimento dell'identità di un personaggio che determina una svolta decisiva nella vicenda. La svolta è quella che permetterà al giovane soldato di intravedere Gesù e la Madonna nelle due figure che occupano la proda romita. La presenza della madre e del bambino invita chi transita tra erbe e capelvenere - o lo spettatore che accede al cuore del quadro - ad essere protagonista del riconoscimento del divino che alberga nell’uomo.
Giorgione parte dalla necessità teologica che Cristo debba essere ravvisato nel pellegrino e nel povero, come avviene nella leggenda di san Martino, il quale, in una giornata fredda - come fredda sarà la pioggia che si abbatterà sulla campagna della Tempesta -, dona metà del proprio mantello ad un povero. Durante la notte, Martino sognerà Gesù che, mostrandogli la stoffa generosa, renderà prodigiosamente palese la propria divina essenza. Il Cristianesimo indica infatti in ogni essere straziato nel corpo o nello spirito, in ogni persona privata dei propri diritti fondamentali, l’immagine vivente di Gesù. Sicché “nei poveri e nei sofferenti, la Chiesa riconosce l’immagine del suo Fondatore povero e sofferente” (Lumen gentium, 8); ne consegue la necessità di un atto caritativo poiché, come dirà Cristo nell’ultimo giorno, “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25, 40).
E la donna sola, con il suo piccolo in braccio, mentre gli alberi stormiscono sinistramente e la lama infuocata di un lampo sbreccia le nubi, è oggetto e soggetto di Carità poiché allatta il neonato ed ha, al tempo stesso, la necessità d’essere aiutata e difesa. Non ha un tetto, si ripara sotto una frasca, non dispone di protezione, mentre il fortunale galoppa. Una figura dolce - forse una zingara - che dona caritativamente se stessa al bimbo, nello stesso modo in cui il pellicano della tradizione cristologica toglie brandelli di carne da sé per nutrire i propri pulcini...
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