Leonardo da Vinci ebbe un figlio? Ci fu una donna-amante nella vita del genio del Rinascimento? Questo saggio di Stile si pone come ampia riflessione organica sul tema e presenta ciò che nel tempo è stato individuato a livello archivistico e che appare, in studi ormai introvabili, come una nota a pie’ di pagina. Tutto parte da una lettera che venne inviata da Bologna a Lorenzo il Magnifico. Un certo “Paulo de Leonardo de Vinci da Fiorenze”, dopo essersi messo nei guai nella città natale, era stato distolto dalle cattive compagnie e mandato a Bologna. Qui era iniziata la sua rieducazione che poteva considerarsi conclusa…
Ma perché tanta attenzione dei capi di Stato a quel giovanotto riottoso?
4 febbraio 1479: Giovanni Bentivoglio (1443-1508), signore di Bologna, in una lettera indirizzata a Lorenzo de’ Medici (1449-1482), chiede di riammettere nella città del giglio “Paulo de Leonardo de Vinci da Fiorenze”. Quel Paulo “mala vita teneva là ad Fiorenza”. Perciò “fu mandato in qua [a Bologna] ad cagione ch’el se havesse ad emendare e levarsi da le male conversatione”. Dopo il forzato esilio e la galera “dove stete sei mesi” è uscito “per haver purgati li peccati suoi”. Lezione salutare: “el fu cavato fori et se ridusse a lavorare de tarsia”. Di buona lena è tornato al mestiere d’intarsiatore, “come ne havea principio là”, in Firenze. Paulo è professionalmente cresciuto.“Si hé facto bon magistro” e, da discolo che era, non ha più grilli per il capo. Ora “atende al mestere suo”.
Chi firma la lettera (in queste pagine presentiamo il documento integrale) non è uno scrivano. Dal 1462 siede sullo scranno lasciato da Sante Bentivoglio, mandato da Firenze a governare la città emiliana per volere di Cosimo de’ Medici. Giovanni Bentivoglio si adopera perché la “dotta” conosca nuovo prestigio. Vede il declino delle scuole di diritto e potenzia quelle di latino, greco e filosofia, intuisce l’importanza di collegamenti diplomatici con altri Stati. E’, insomma, governatore attivo, e non si prenderebbe la briga della lettera se l’intarsiatore non fosse persona che sta a cuore a Lorenzo. L’alto intervento lascia intendere che “Paulo de Leonardo de Vinci da Fiorenze” conta più sull’Arno che sul Reno. E questo non è un indizio da poco.
Un salto a Firenze,
dove riluce
la famiglia
di Leonardo e Piero
Leonardo da Vinci, dal 1472, non è più allievo di bottega, ma ha passato l’esame che gli consente di entrare a far parte della corporazione degli artisti. Lo ricorda l’iscrizione nella Compagnia de’ Pittori (Firenze, Archivio Accademia di Belle Arti): “Anno domini 1472. Lyonardo di Ser Piero da Vinci dipintore, e’ dare per tutto giugno 1472 sol. Sei per la gratia fatta d’ogni suo debito avessi choll’arte per insino a di primo di luglio 1472, chome in questo, a carte 2 ... soldi 6. E de’ dare pella oferta del di di Sancto Lucha, a di 18 d’ottobre 1472, sol. Cinque, e per ogni anno… soldi 5. E de’ dare pella sovenzione e sosidio dell’arte per ogni anno sol. Sedici, pagando ogni mese sol. 1 den. 4 inchominciando a di primo di Luglio 1472 … soldi 16. E de’ dare per tutto novembre 1472 sol. Cinque per la sua posta fatta a di 18 d’ottobre 1472 ... soldi 5”.
E’ pure entrato nelle grazie della signoria medicea. Il 10 gennaio 1478 - quindi un anno prima dell’invio della lettera del Bentivoglio relativa a Paolo - Lorenzo il Magnifico incarica pubblicamente Leonardo della realizzazione della pala per la cappella di San Bernardo, nel palazzo della Signoria. Il 29 dicembre 1479 ha l’incombenza di fissare l’immagine di Bernardo Bandini, assassino di Giuliano de’ Medici e feritore di Lorenzo, appiccato alla finestra del Palazzo del Capitano.
I Medici vogliono che resti memoria di un traditore della Repubblica. E s’affidano non ad un minore, ma a Leonardo, avendone già commisurato la grandezza. Lo vogliono poi, nel 1480, tra gli scultori nell’accademia del Giardino di San Marco, patrocinata dal Magnifico. Dirà l’Anonimo Gaddiano: “stette [...] col Magnifico Lorenzo et, dandoli provisione per sé, il faceva lavorare nel giardino sulla piazza di San Marco”.
Alla luce di queste benemerenze, la lettera piglia altro senso. Paulo non è uno sciagurato qualsiasi, ma è legato a Leonardo, tanto che il mittente non deve spiegare età, reato commesso, in che prigione sia finito e dove si trovi al presente, perché chi sta leggendo la missiva - Lorenzo il Magnifico - conosce i precedenti del giovane. Basta il nome e il patronimico. Bentivoglio, furbo, spezza anche lance a favore di Paulo, “istimando ch’el dovesse esser facto homo da bene per haver purgati li peccati suoi”. Il pentimento pare sincero: “Lui hè desideroso venire ad repatriare”. Conceda Lorenzo il placet: “E mai die no verrà se non avrà bona licentia de la Vostra Magnificentia et cum soa bona grazia”...
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