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Felice Brusasorzi, mogli e veleni - THE MYSTERIOUS DEATH OF FELICE BRUSASORZI'S WIFE... MAYBE A MURDER? |
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di
Lionello Puppi |
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Assurto ai ranghi ristretti dell’Accademia Filarmonica di Verona, per emblema s’era scelto l’asino selvatico e, per motto, le parole lapidarie e definitive “in miseria felix”, sicché a noi resta la domanda perplessa - alla quale mai sarà dato trovar risposta - se, ad ispirarle a Felice Brusasorzi, sia stata una irriducibile e sfiduciata visione cinica dell’esistenza o una conclusiva riflessione d’amara ironia sulla distanza vertiginosa che separava il nome ricevuto al battesimo dalle disgrazie che gli erano toccate in sorte.
Figlio d’arte (con i fratelli Giambattista e Cecilia di cui, però, presto si perdono le tracce), ignoriamo se codesta condizione l’abbia avvantaggiato o frustrato: certo si è che evitò di praticare la pittura a fresco di cui il padre Domenico era maestro acclamato e ripagato visto che anche un Palladio se n’era servito e ne era rimasto soddisfatto abbastanza da dichiararlo - designandolo col cognome di “Rizzo” (e, altrimenti, sarà “Riccio”; sull’assunzione di quello di Brusasorci o Brusasorzi, che prevarrà e permarrà, s’è fantasticato) - “singolare in queste professioni”, e sanzionava così una fama che il pittore si era guadagnato con la maestosa evocazione della Cavalcata di Carlo V e Clemente VII a Bologna nel 1530 - additata ai posteri da Giorgio Vasari dalle pagine dell’edizione giuntina delle Vite - al piano nobile del palazzo scaligero di Pellegrino Ridolfi: dove si porterà, con altri ventotto appassionati di musica, il 23 maggio 1543, per fondarvi l’Accademia Filarmonica e vi siederà l’anno dopo nel ruolo di principe di quell’esclusivo consorzio, preparandovi l’accesso, assai più tardi, del figlio.
Amava, Domenico - e, forse, su qualche strumento, sperimentava - le architetture invisibili di quell’arte immateriale e, in siffatta inclinazione, Felice dovette seguire le orme paterne: in pittura, però, preferendo misurarsi con la tela delle grandi pale d’altare, delle allegorie trionfali e dei ritratti - che eseguiva con maestria, e ne ebbe lodi - o con la dura lavagna da cui suscitava poesie mitologiche e storie bibliche.
A prestar fede al Ridolfi che, nelle Maraviglie dell’Arte (1648), gli dedica un profilo biografico di quattro pagine (e solo due ne aveva riservate al padre), amava viaggiare e, per certo, toccò Venezia e Firenze. Se dal clima figurativo di quest’ultima - dove lo ospiterà il conterraneo Jacopo Ligozzi, convocato dai granduchi a sovrintendere le Gallerie medicee, e vi incontrerà forse il Vasari, che lo elogerà - trasse la suggestione di delicate grazie manieristiche che gli consentiranno di soppiantare la lezione di Domenico, orientato dalla cultura mantovana ammaestrata da Giulio Romano, nella prima l’“egregius vir Felix Brusasorzius quondam Dominici civis veronensis” s’era preoccupato - è il 12 agosto 1577, e il Nostro doveva aver passato da poco il traguardo dei trentasette anni - di far registrare dal notaio Gerolamo Savina, “in officio aedis monetariae” (cioè la Zecca), l’atto di legittimazione, steso da un suo presumibile committente, Agostino Amadi, in virtù delle proprie prerogative di conte palatino, di un figliolo nato da una relazione di qualche anno prima (“annis praeteritis”) e al quale aveva imposto il nome di Pirro, pensando piuttosto - io credo - alle peripezie onomastiche del figlio di Achille e della dolce Deidamia che alle funamboliche imprese del sovrano epirota.
S’adombra, così, grazie ad una carta d’archivio indiscreta ed emersa per caso, una conturbante vicenda non raccolta dalla storiografia e però foriera del destino di sventura e di morte che avrebbe devastato, quasi una maledizione fatale, le vicissitudini d’amore di Felice. Della donna che l’aveva reso padre sappiamo che si chiamava Isabella e ch’era prole di un Benedetto mantovano il quale, al tempo dei fatti - e sarà stato attorno al 1574 -, si trovava ad abitare con la famiglia a Verona (“Veronae commorantis”); siamo altresì edotti che la donna era nubile né ad altri promessa (“libera et soluta”) e che la decisione di legittimare il frutto della relazione era stata suggerita a Felice dalla volontà di evitare che Isabella potesse essere accusata d’aver concepito il figlio da coniugata e, per ciò, in seguito a rapporto illecito e fuori da regolare matrimonio (“pro coniugata et ob id ex illegittimo coitu et non debito nec ex legittimo matrimonio”) e di sancire a termini solenni di legge che Pirro era figlio naturale (“ipse Pirrhus fuerit et sit filius naturalis ipsius domini Felicis”) e nella condizione giuridica, pertanto, di godere di tutti i diritti, compresi quelli ereditari, spettanti alla progenie venuta da un’unione legale.
E v’è un tocco in più, commovente, tenero, giacché svela il desiderio di perpetuare il ricordo dell’amata nella presenza viva del pargolo che gli aveva dato: se lo prende in casa, il rampollo, lo alleva, lo tiene con sé - siccome provano le anagrafi veronesi del 1593, del 1596 e del 1603 - anche dopo il compimento della maggior età; e, mentre la madre - verosimilmente - verrà reclusa dietro le mura impenetrabili di un convento, ne sottrae la creatura, oltre che all’ospizio dei derelitti, alla vergogna e ai dileggi che toccavano ai nati da padre ignoto, assicurandogli un destino sociale rispettabile e dignitoso entro l’universo aristocratico che, da pari a pari, frequentava. Tuttavia, per evitare a Pirro tanta calamità (e, al tempo stesso, strappare la madre al disonore), Felice avrebbe potuto percorrere una strada ben più agevole, ammogliandosi ad Isabella il cui stato di “libera et soluta” non poneva impedimenti ad un sollecito, e riparatore, matrimonio de iure.
Perché non la percorre? A ben guardare, delle due, l’una: o si trattava di matrimonio che “non s’ha da fare” per la contrarietà della famiglia della giovane; o il Nostro ne era interdetto da una sua condizione di persona coniugata. In tal caso, però, è forza immaginare un’unione, che non ci è altrimenti nota, la quale avrebbe preceduto quella con la donna di nome Toscana che l’anagrafe del 1593 attesta, alla data, consorte del pittore assegnandole l’età di trentatré anni, e sarebbero stati dunque sì e no quattordici all’epoca dei fatti: troppo pochi, pur tenendo conto dei costumi del tempo, per supporla già maritata. Nell’attesa, e nell’auspicio, di prove certe e irrefutabili, propendiamo comunque per questo secondo corno dell’alternativa, anche per la simmetria o - a dir meglio - per la specularità (la relazione con Isabella costava il prezzo dell’infedeltà coniugale; comportava il tradimento di quella consorte innominata e, all’evidenza, non molto più tardi, perduta) che siffatta congettura proietta su ciò che, ineluttabilmente, sarebbe accaduto...
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STUDIO
di Lionello Puppi
Quando la consorte del pittore veronese morì misteriosamente, si parlò di strani incantesimi e stregonerie. Ma, più semplicemente, forse qualcuno l’aveva avvelenata. Subito dopo, l’artista si risposò con una donna giovane e bella. Finì - sembra - per togliersi la vita, straziato dai rimorsi
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