Il dito indice della mano destra sollevato all’altezza del volto e appoggiato alle labbra. Gli occhi ardenti che invitano l’interlocutore ad una muta complicità. E’ il gesto più eloquente, forse il più diffuso nell’ambito delle espressioni non verbali umane, quello del silenzio. Esso appare in numerosi dipinti - tra i quali le opere di Giotto, di Dosso Dossi, di Paris Nogari o le incisioni librarie del Cinquecento e del Seicento -, riferendosi a situazioni diverse.
Se questo segno risulta collegato alla figura di Ermes o Mercurio, che riconosciamo inequivocabilmente per la presenza del caduceo - un bastone al quale sono avvinti due serpenti -, esso allude al silenzio ermetico, cioè alla necessità dell’iniziato di percorrere immagini e testi enigmatici, acquisendo informazioni legate all’alchimia e alla magia, senza poi rivelare a nessun altro ciò che egli ha disvelato.
Altra connotazione del silenzio, la più diffusa, è collegata alla necessità religiosa della meditazione. E’ soltanto in assenza della parola che è possibile salire ai punti più alti del cielo, ascoltando la musica delle sfere, o avviare un colloquio con Dio od essere rapiti come san Paolo, avendo cognizione del Paradiso. Il libro Emblemata (1534) di Andrea Alciati, una raccolta di figurate incisioni e di sentenze morali stese in forma di poesia, presenta, tra gli altri avvertimenti, quello legato al silenzio.
Un saggio - un intellettuale, un religioso - appare in un minuscola stanza nella quale un grande libro in folio è appoggiato ad un leggio. L’indice della sua mano destra è contro le labbra. Scrive l’Alciati: “Lo stolto, se tace, in nulla è diverso dai saggi:/ spia della sua stoltezza gli sono la lingua e la voce./ Perciò tenga chiuse le labbra, e segni col dito il silenzio:/ e si trasformi in Arpocrate, quello di Faro, in Egitto”. Chi era Arpocrate? Una divinità greco-egizia preposta, appunto, alla conservazione del silenzio. Anche un’impresa contenuta a Palazzo Te allude alla necessità politica di tacere o comunque di ponderare le parole e di essere, in questo, fedele come un cane; meglio adottare una strategia guardinga, come prescrive una forte museruola, sotto la scritta cautius, più cauto...
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