IL MISTERO DELL'ALBERO DEI FALLI - LA SOLUZIONE STA NELLA FONTANA
 
  di Maurizio Bernardelli Curuz  
     
 

Un ampio albero sul quale crescono, sorprendentemente, falli. Falli in erezione tra le foglie, in un tripudio priapico del quale sono compartecipi, pur nel litigio per accaparrarsi tanta grazia, alcune donne. Il significato del misterioso dipinto murale è stato profondamente esplorato, negli ultimi anni. Diverse le ipotesi formulate, che vanno dal rito propiziatorio alla risposta politica dei guelfi ai ghibellini, fino a individuare una sorta di sabba stregonesco. La lettura da me condotta si muove invece in direzione di un’opera che celebra un’ambiziosa impresa idraulica, realizzata nel XIII secolo, la quale portò concordia tra i terzieri di Massa Marittima, in Toscana.
Il dipinto fu eseguito come elemento di narrazione allegorica legato alla costruzione della prima fontana del paese, che venne completata nel 1265 e risultò un’opera di grande rilievo, poiché consentiva un rifornimento d’acqua entro l’ambito urbano. Una vera innovazione, considerato il fatto che altre cittadine della Toscana, le quali sorgono sulla cima dei colli, potevano contare, per l’approvvigionamento idrico, su fonti distanti dalle abitazioni: come avveniva nella stessa Massa, appunto - prima dell’importante realizzazione duecentesca entro le mura -, quando la popolazione era costretta a scendere lungo un ripido viottolo, in direzione della fonte di Bufalona.
Un’epigrafe, incisa su materiale lapideo, ricorda che la nuova opera idraulica fu commissionata dal podestà Ildibrandino Malcondine da Pisa, che governava sotto l’egida ghibellina.
“La fontana fu costruita in modo tale che l’acqua venisse raccolta sotto una loggia con tre archi ogivali - scrive, nel libro Il dipinto murale di Massa Marittima, George Ferzoco, lo studioso dell’Università di Leicester al quale è stata affidata l’analisi iconologica del dipinto -. Nel secolo successivo alla sua costruzione fu aggiunto un edificio al di sopra e di dietro la fontana, adibito a deposito per il grano. Nel tempo divenne noto come il palazzo dell’Abbondanza, e, gradualmente, la fontana acquistò un nome simile: la fonte dell’Abbondanza”.
Forse, nei primi decenni del XIV secolo, quando si tentò, a livello toscano, di giungere alla pacificazione tra guelfi e ghibellini anche con la cancellazione di elementi iconografici connessi, in modo evidente, con la violenza degli scontri del passato, l’immagine venne coperta. Negli anni scorsi, in seguito al restauro del palazzo dell’Abbondanza, è emersa, dal muro corrispondente al primo arco della fonte, a sinistra rispetto a chi guarda la facciata, l’immagine di un uccello. I restauratori hanno effettuato un delicata rimozione del materiale sovrastante, portando alla luce il dipinto murale, che era stato realizzato a secco, cioè stendendo a tempera i pigmenti sull’intonaco già essiccato, a differenza dell’intervento di affresco che, come ben sappiamo, avviene sulla malta ancor bagnata.
La visione complessiva dell’opera parietale ha portato immediatamente a costatarne la singolarità: sull’albero di foglie decidue che divide lo spazio semicircolare sul quale fu steso il dipinto - un’alta pianta dai rami flessuosi - crescono due dozzine di falli in erezione, con il glande scoperto e la sacca scrotale in evidenza. Due peni sono presenti nella parte inferiore: il primo tra due figure femminili che lottano per entrare in possesso della preda, tirandosi per i capelli, mentre con l’altra mano cercano di sottrarre il pene alla contendente; un secondo, grosso membro maschile è dipinto dietro la figura femminile sulla quale è solennemente appollaiata un’aquila, che appare nella connotazione di simbolo araldico dei ghibellini...

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SCOPERTA

di Maurizio Bernardelli Curuz

Abbiamo letto e studiato un particolarissimo dipinto murale realizzato nel XIII secolo a Massa Marittima.
Perché tanti organi sessuali tra le fronde? E perché le donne si accapigliano contendendosi un pene e un secchio? Una vicenda narrata dal pittore in tre sequenze che hanno l’acqua come filo conduttore.
Così furono cantate le gesta del podestà ghibellino

 
     
 
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