Quando nel 1558 Giovan Battista dalla Porta scrive il Naturalis Magiae, dove racconta di “alcuni e meravigliosi fenomeni” che si verificano in natura, fra le mille dotte argomentazioni si interroga su “come si possa fare che una cosa nelle tenebre risplenda”.
Si interroga e risponde con una ricetta a base di lucciole distillate e seccate dalla quale si ricava una “polvere magica” assai nota nell’ambiente del teatro per la sua intrinseca natura incline a produrre effetti prodigiosi. Si interroga e risponde ignaro del fatto che qualche decennio dopo Michelangelo Merisi da Caravaggio, genio inquieto dall’intelligenza fervida e sagace, presterà attenzione proprio a quel passo.
Attratto dalle potenzialità dell’inedito espediente, Caravaggio lo applica nella febbrile sperimentazione tesa allo studio della luce e all’impiego della camera ottica della quale - è ormai certo - si avvale per dipingere “dal naturale”. Ciò accade sulla scorta di indicazioni e accorgimenti che trovano un ulteriore ed oggettivo riscontro nel trattato di Dalla Porta, nelle teorie scientifiche promulgate sia dall’Accademia dei Lincei sia da una ristretta cerchia di intellettuali, ambienti con i quali Merisi era a stretto contatto.
Questa è solo una delle ipotesi inedite, curiose quanto affascinanti, proposte da Roberta Lapucci (storica dell’arte e restauratrice, oggi capodipartimento del Settore Conservazione dell’Università Americana Saci di Firenze). “Naturalmente - precisa la studiosa - si tratta solo di una supposizione e come tale, per essere avvalorata, necessita di indagini specifiche e approfondite”.
Per comprendere l’essenza sorprendente della “scoperta” è indispensabile fare un passo indietro e procedere con ordine. Le ricerche più recenti di Lapucci sulle tele caravaggesche hanno rivelato tracce di materiali fotosensibili quali argento, arsenico, zolfo, magnesio e iodio. “Se tali sostanze fossero state impiegate davvero nella preparazione della tela, avrebbero permesso a Caravaggio di fissare temporaneamente l’immagine (sempre mediante l’impiego della camera ottica) sulla tela stessa per un tempo che va da un minimo di cinque minuti ad un massimo di due ore, consentendogli così di lavorare al buio”...
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