IL REBUS DEI TREDICI APOSTOLI - L'identità dell'"intruso" all’Ultima Cena
 
  di Maurizio Bernardelli Curuz  
     
 

Attorno a una tavola imbandita di pagnotte, gamberi, vino e un capretto cotto simile a uno sparuto cane di strada, siedono quattordici persone. E’ un’Ultima Cena, certamente, ma il conto non torna. Gli apostoli devono essere dodici. Più Gesù, al centro. Il gruppo, se configurato con modalità in linea perfetta con le cognizioni cristiane, era quindi composto da tredici uomini, come ben sappiamo.
Un tredici che assume ben presto una valenza simbolica e apotropaica. Un numero porta-sfortuna o portafortuna, a seconda delle diverse tradizioni locali. Induce il vento contristato della Malasorte in quanto, durante la Cena dei tredici, avviene il colpo di scena della dichiarazione di tradimento, che presagisce alla morte e alla separazione. Ma al tempo stesso, soffiano in esso anche i presagi della buona sorte poiché, comunque, quel numero diventa l’intenso ricordo cristologico del momento in cui tutto viene segnato: attraverso la morte si giungerà alla vittoria sulla morte stessa e al passaggio alla dimensione dell’eterno. Invece qui, a Carisolo, in provincia di Trento, siamo a quota quattordici: fuori dall’area superstizione, certo, ma anche all’esterno delle verità acquisite e tradizionalmente fatte proprie dall’arte figurativa...

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STUDIO

di Maurizio Bernardelli Curuz

Perché nella chiesa di Carisolo, in Trentino, i Baschenis dipinsero un seguace di Cristo in più? Chi si era intrufolato nel gruppo dei fedelissimi? E perché la tradizione dei “tredici più Cristo” lasciò traccia nella cultura popolare nordica? Quell’uomo “misterioso” fu chiamato a garantire l’integrità della Chiesa
e la sua continuità nel tempo, al di là di ogni tempesta


 
     
 
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