Attorno a una tavola imbandita di pagnotte, gamberi, vino e un capretto cotto simile a uno sparuto cane di strada, siedono quattordici persone. E’ un’Ultima Cena, certamente, ma il conto non torna. Gli apostoli devono essere dodici. Più Gesù, al centro. Il gruppo, se configurato con modalità in linea perfetta con le cognizioni cristiane, era quindi composto da tredici uomini, come ben sappiamo.
Un tredici che assume ben presto una valenza simbolica e apotropaica. Un numero porta-sfortuna o portafortuna, a seconda delle diverse tradizioni locali. Induce il vento contristato della Malasorte in quanto, durante la Cena dei tredici, avviene il colpo di scena della dichiarazione di tradimento, che presagisce alla morte e alla separazione. Ma al tempo stesso, soffiano in esso anche i presagi della buona sorte poiché, comunque, quel numero diventa l’intenso ricordo cristologico del momento in cui tutto viene segnato: attraverso la morte si giungerà alla vittoria sulla morte stessa e al passaggio alla dimensione dell’eterno. Invece qui, a Carisolo, in provincia di Trento, siamo a quota quattordici: fuori dall’area superstizione, certo, ma anche all’esterno delle verità acquisite e tradizionalmente fatte proprie dall’arte figurativa...
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