Nell’interpretare l’Allegoria di Ercole di Dosso Dossi come un’ironica dissacrazione del mito, i critici hanno sempre manifestato riserve. Lo conferma il titolo stesso dell’opera, vago ed elusivo, cui, non a caso, viene sempre anteposto l’articolo indeterminativo.
Che il quadro abbia per protagonista il semidio è certo: il giovane effeminato ritratto al centro della composizione regge la conocchia, lo strumento di lavoro muliebre cui Ercole fu costretto per amore di Onfale.
L’eroe, invece, viene riconosciuto nell’uomo seduto al margine sinistro del dipinto, intento a lanciare una pietra legata ad una corda: vecchio e svigorito, sfoggia sulla testa canuta un serto di rose che forse rimanda alla vittoria nelle competizioni atletiche, ma che al contempo, per singolare leggiadria poco maschia, è già spia di una femminea mollezza. Intorno, una serie di allusioni ai vizi: una capra ed una donna dal seno scoperto - simboli di libidine -, un cesto colmo di prelibatezze, delle ciliegie e baccelli di piselli, espliciti riferimenti alla sfera erotica nonché alla gola.
La moltitudine di segni ed il carattere esplicitamente ironico del quadro hanno indotto gli studiosi a considerarlo come un arguto divertissement dal significato sfuggente. Eppure, la chiave di lettura è sempre stata a portata di mano: sarebbe stato sufficiente rammentare un episodio della leggendaria vita di Ercole, tramandato da Senofonte e rievocato da innumerevoli scritti latini e rinascimentali...
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