La misteriosa sala della Rocca Sanvitale, affrescata a Fontanellato, in provincia di Parma, dal giovane Parmigianino, per quanto sia stata sottoposta a letture iconografiche volte ad identificare possibili significati occulti - che appaiono fittamente nella Camera della Badessa del Correggio, la quale ne risulta il più vicino incunabolo per scelte compositive e struttura -, rinvia, in realtà, a un terribile fatto privato, a un drammatico evento dalle conseguenze irreversibili che portò infinito dolore alla nobile famiglia emiliana.
Abbiamo affrontato l’intero affresco prima con lettura autonoma e decontestualizzata, individuando cioè i diversi lemmi simbolici da cui l’opera è composta, giungendo poi a un confronto con le ipotesi semantiche formulate in precedenza. La conclusione? L’affresco nacque in un ambito particolarissimo, come accusa nei confronti del Cielo e come dispositivo pittorico di piena assoluzione di una giovane madre che aveva perso il proprio figlio essendo, in qualche modo, responsabile di questa tragica fine. Condivisione piena, pertanto - in seguito alle nostre verifiche iconologiche -, delle tesi avanzate da Gianni Guadalupi e Franco Maria Ricci nella piccola ma preziosa pubblicazione Fontanellato, la Rocca Sanvitale, edita da Fmr.
Tutto l’apparato pittorico-scenografico indica il forte senso di dolore di una donna che è stata assurdamente colpita dal Cielo, proprio come Atteone, il cacciatore il quale - avendo sorpreso Diana nuda, nel bosco - venne tramutato dalla divinità in cervo affinché fosse divorato dai suoi stessi cani. Quale colpa ebbe Atteone nell’imbattersi casualmente nel corpo senza vesti di Diana? E perché, in modo analogo, duramente pagò, attraverso una sofferenza immane, una giovane donna del Cinquecento?...
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