E’ l’irreversibilità del tempo, l’ineluttabile concatenazione dei fatti e l’impossibilità di cancellare ciò che si è commesso - a causa di un sentimento irresistibile - il significato dell’Allegoria dell’Amore, opera di Bronzino nota per la finezza cromatica, l’eleganza del disegno e dell’impaginazione nonché per l’arditezza erotica del soggetto. Il dipinto si riferisce, in particolare, alle conseguenze del legame tra Elena e Paride che, com’è noto, suscitando la vendetta del marito di lei, provocò la guerra di Troia, fonte di lutti infiniti. Ma è anche un invito alla responsabilità, al controllo dei sensi, alla considerazione delle ricadute di una leggerezza, compiuta per assecondare la volontà della natura, che si trasforma da miele in fiele. Bronzino si ispira pertanto, come vedremo, all’Iliade, recuperando alcuni passi del celeberrimo poema e proiettandoli in chiave allegorica. La narrazione è svolta dall’artista attraverso gli occhi di Elena.
Veniamo agli episodi del libro omerico da cui il pittore muove per la realizzazione del quadro. Il primo si riferisce ad Elena che, durante il conflitto, dichiara che non vorrebbe essere mai nata, né aver seguito Paride; il secondo, al dolore di Ettore per i disastri di una guerra provocata dalla superficialità del fratello.
Ecco la conclusione alla quale siamo giunti dopo un’attenta rilettura del dipinto, le cui numerose interpretazioni esistenti non sembrano del tutto congruenti nell’ambito dell’economia dell’opera stessa intesa come testo compiuto. Questa rilettura dell’intera allegoria non lascia, a nostro avviso, margini di dubbio e fornisce un quadro di coerenza tra i diversi elementi della tela, confermati esternamente dal poema.
Siamo partiti, ai fini del rilevamento semantico, dalla presenza di un’azione conflittuale, che appare sul fondale, e dal reciproco disarmo di Venere e Amore, in veste di Cupido. Da un lato - nella parte superiore del dipinto - una donna in lacrime cerca di “stendere un velo” per cancellare ciò che scorge davanti a sé; dall’altra un vecchio barbuto con clessidra - che impersona l’azione inesorabile del tempo - allunga il braccio, rendendo impossibile alla donna stessa di coprire la scena poiché Crono, nonostante il desiderio degli uomini di vederlo arretrare - così da consentire loro di ripercorrere il destino a ritroso, imboccando un’altra strada -, procede implacabilmente nel proprio cammino.
In primo piano osserviamo invece Venere che, furtiva, sottrae la freccia dell’innamoramento dalla faretra di Amore mentre costui, con un’azione pure guardinga, toglie il diadema alla madre, annullandone i poteri. Perché una donna annichilita cerca di coprire la scena con un drappo blu, mentre il Tempo glielo impedisce? Perché Amore e Venere si disarmano?
Il quadro nasce certamente come proiezione del punto di vista di Elena. E’ lei a sperare di annullare ciò che è stato. Non vorrebbe essere mai nata, come dice nell’Iliade, vorrebbe non aver mai abbandonato il letto nuziale, vorrebbe cancellare il primo incontro con Paride, tornare a quel bivio - che già Ercole aveva affrontato in direzione della virtù, negando le profferte del vizio - per permettere al tempo di riavvolgersi su se stesso affinché sia evitata la guerra. Ma l’amore, improvvido quando assume le caratteristiche del grande inganno (le maschere d’uomo e di donna abbandonate a terra), del desiderio demoniaco (la fanciulla dal bel volto innocente, che nasconde una coda dotata di pungiglione e grinfie da chimera, la quale si presenta portando un favo di miele), dell’irresistibile, sensuale concessione priva di ragione (il putto, che reca petali di rosa e una sonagliera alla caviglia) è destinato ad essere fonte del dramma.
Tutto nel quadro concorre a delineare la caduta che Elena ricorda in ogni dettaglio. Bronzino, con i suoi personaggi, giunge puntualmente, a questo proposito, alla raffigurazione dei quattro sensi eccitati che sono stati causa del cedimento: la vista (la nudità di Venere e Amore), l’olfatto (il profumo inebriante delle rose), il gusto (la dolcezza del miele), l’udito (la travolgente allegria dei campanelli). La convergenza dei sensi ha fatto sì che Elena e Paride - com’era stato promesso da Venere, in cambio della mela d’oro - cadessero l’una nelle braccia dell’altro. E qui è l’inganno. L’inganno dell’amore, motivo di infinite rovine, quando i sensi sono più forti della ragione: ragione che avrebbe dovuto indurre la donna a resistere ad ogni tentazione, in virtù del proprio legame nuziale con Menelao.
Elena capisce di aver sbagliato gravemente, di aver provocato dolore, e non solo a se stessa. Ai suoi piedi c’è un guerriero dalla lunga chioma, Ettore, che grida sgomento. Lei vorrebbe cancellare ciò che è stato, agire sul lenzuolo del tempo. Ma Crono ne blocca il disperato tentativo.
L’allegoria di Bronzino, opera qualitativamente apicale del periodo tardo-manierista (1540-46), dipinta per volere di Cosimo de’ Medici, si è tradizionalmente presentata quale nodo gordiano, sul piano iconologico, ed è stata fonte di numerose interpretazioni, tutte caratterizzate da un rapporto di incongruità tra i diversi elementi semantici. Essa è infatti conosciuta con più titoli: Allegoria di Venere e Amore, Il Trionfo di Venere, La lussuria smascherata.
Come detto, spiccano, in primo piano, le tenere figure di Amore e Venere, identificabili grazie agli inconfondibili attributi iconografici. Il giovane Cupido, con la faretra e le ali sulla schiena, si china maliziosamente verso la madre, la quale, voltandosi, gli sfiora le voluttuose labbra. Ella porta sul capo il diadema di perle, simbolo del potere dell’amore, mentre nella mano destra tiene il pomo d’oro della discordia. I corpi avviluppati esaltano l’assoluta bellezza delle morbide e vellutate carni, si mischiano e cedono all’inevitabile bacio ingannatore. Nell’attimo stesso in cui i sensi si accendono, Cupido tenta così di rubare il prezioso diadema a Venere mentre le accarezza la testa; a sua volta la dea cerca di distrarre il giovane, per sfilargli dalla faretra una freccia d’oro, sottraendogli gli strali con cui colpisce il cuore degli uomini. Subito, la mela d’oro che, secondo il mito greco, fu causa e origine della terribile guerra troiana, cattura l’attenzione, suggerisce nuove piste interpretative. I versi cantati da Omero nell’Iliade sono pertanto l’eco da cui diparte lo svolgimento dell’allegoria bronziniana...
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