GLI AFFRESCHI DELL'AMANTE AMATISSIMA. PARMA 1460, PITTURA E PURO SENTIMENTO
 
     
 
La cerimonia dell’amore corrisposto, le frecce, gli inchini, le concessioni della spada e degli allori sotto baldacchini che sembrano tratti dall’antica Roma; e poi loro due, in piedi, in una nicchia, trasformati in divinità; è la celebrazione più alta dell’amore autentico, quello fatale e rapinoso, che pare sortito da un disegno sovrumano; un amore che pretende, proprio perché voluto dal destino - così ben rappresentato, negli affreschi di Torrechiara, dalla cecità di Cupido, che s’eleva appunto al di sopra d’ogni linea umana -, quei supremi onori liturgici dai quali sono circonfusi i semplici, ma splendidi riti iniziatici segreti del conte Pier Maria Rossi e di Bianca Pellegrini.
Lui, spalle larghe e complessione robusta, spirito fine nella conoscenza delle lettere, della matematica e dell’architettura, sposatissimo con una Torelli, che gli ha dato un nugolo di figli; lei, Bianca, filiforme nel fisico, elegante, con il viso tondo e un naso volitivo, come risulta da una medaglia che le fu dedicata dall’incisore parmense Giovanni Francesco Enzola, nel 1457. Tra il conte e Bianca nacque una storia parallela rispetto a quelle delle ufficialità genealogiche, storia che portò alla generazione di un bambino, Ottaviano.
Per la propria compagna morganatica, Pier Maria realizzò due edifici armoniosi e imponenti: il castello estivo della prova, Roccabianca, nei pressi del Po, e quello dell’amore celebrato, a Torrechiara, all’interno dei possedimenti rossiani, poco discosto da Parma, magione che venne poi frequentata durante il periodo invernale. Il tutto con affreschi che risultano testimonianza di due diversi momenti della vicenda sentimentale degli amanti. Nel primo castello, Rossi chiede al pittore la rievocazione della storia boccaccesca di Griselda, caratterizzata dall’accettazione di prove moralmente sovrumane da parte di una donna innamoratissima. Nell’altro edificio viene invece descritto il rito di unione dei due innamorati reali, sotto le frecce di Cupido e i raggi del sole di Cristo.
Partiamo dal rito supremo d’amore, cioè dal secondo atto della storia, che risulta chiaro e luminoso nella Camera d’oro del castello di Torrechiara, “rocca altiera e felice”, costruita tra il 1448 e il 1460, secondo l’iscrizione lapidea dettata dallo stesso Rossi. Tutti i segreti amorosi, qui proiettati in una direzione superiore, sono contenuti nella stanza da letto, sotto il presidio, appunto, del putto volante, colui il quale sancisce la differenza tra il sentimento autentico - vissuto da Pier Maria e Bianca - e le unioni nuziali suggerite da convenienze dinastico-territoriali, che non possono conoscere la ferita inferta dai dardi infuocati di Cupido.
La dichiarazione di una concessione totale ai lumi eterni del sentimento trasforma la camera nel sancta sanctorum di un edificio di culto, giacché l’amore sublime - secondo l’affresco attribuito a Girolamo Bembo - è in grado di attirare all’apice della stanza il sole di Cristo, contrassegnato dal trigramma YHS, in accordo con una visione neoplatonica dell’elevazione spirituale dell’eros che consente di conoscere, ai più alti livelli, il segreto di Dio...

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L’impossibilità di giungere a un matrimonio ufficiale condusse Pier Maria Rossi  e Bianca Pellegrini, che erano già sposati, ad affidare alla Camera d’oro la celebrazione del proprio amore parallelo, più alto di qualsiasi altro legame, in un tripudio di cuori, iniziali, riti di cavalleresca sottomissione e di una concessione totale di sé che portava in direzione di Dio



 
     
 
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