INCA, IL MISTERO DEL SOLE-GIAGUARO
 
  di Maurizio Bernardelli Curuz  
     
 

Il nodo semantico del mondo andino preispanico è caratterizzato iconograficamente da una figura composita, all’interno della quale si possono assistere a variazioni minime: un monstrum il cui massiccio facciale è costituito dal volto di un felino di grossa taglia - un puma o un giaguaro -, da elementi umani come il torso e le braccia, da ali o piume o aquile in molti casi correlate alla presenza di serpenti o di pesci.
Per comprendere il significato sotteso a questa sintesi di icone ibridate dobbiamo cercare il comune denominatore che indica il valore precipuo dell’immagine culturale per poi trovarne gli elementi di differenziazione che caratterizzano le tipologie di azioni, le quali consentono di essere immaginariamente svolte da chi assume l’identità dell’idolo.
Ciò che è in comune a tutti gli animali che compaiono generalmente, tanto nelle maschere rituali o funerarie quanto nella rappresentazione dei principali dei della cultura andina protostorica e inca, è la forza, la capacità d’essere, nel segmento ambientale di biologica pertinenza, dominatore: il giaguaro dai lunghi canini, che caratterizza, con il proprio volto felino, numerose maschere rituali precolombiane, è il misterioso e violento signore del mondo terrestre; l’aquila è assoluta dominatrice, per altezza e ampiezza del volo, regalità e aggressività, del cosmo; il serpente è il sovrano degli spazi inferi e dell’acqua.
L’uomo, grazie alla propria intelligenza e alla capacità di faber, è l’elemento esterno in grado di unire in sé tutte le forze regali della natura, anche se la figura antropomorfa evocata nelle immagini rituali degli Inca e dei popoli che li precedettero non appartiene al mondo dei vivi, ma anch’esso, nell’ambito del potenziamento rituale, è l’antenato o l’eroe mitico, colui che, nel regno della morte, ha raggiunto conoscenza e poteri assoluti e che risulta pertanto in grado di guidare ancora i propri discendenti, il proprio clan, la popolazione di cui è espressione verso scelte che consentono il dominio del territorio, della natura e del tempo. E ciò anche attraverso l’esercizio della morte, l’offerta rituale, il sacrificio di donne, bambini o prigionieri, massimo dono per una divinità che si rivela antropofaga.
L’unione dei tratti di questi animali che, grazie a quella che pare una possibile interazione con le costellazioni australi d’analoga forma, sono in grado di far calare la falce della morte, in ogni istante, su ogni essere, conferisce allo sciamano, al sacerdote o all’Inca il potere di richiamare magicamente su di sé, ai massimi livelli, la forza espressa dalla natura, di vedere al di là delle cose, di interagire con i meccanismi sottesi alla meccanica del mondo, comprendendone il magico respiro.
Alle caratteristiche espresse da ogni singolo predatore che confluisce con frequenza nell’arte pre-incaica, dev’essere aggiunta la forza intrinsecamente divina dell’oro o dell’argento, con i quali i manufatti rituali erano realizzati. Il metallo, come emanazione del sole o della luna - quindi dono della divinità, lacerto del suo stesso corpo - era moltiplicatore della potenza espressa da ogni singolo animale numinoso, che conferiva a chi ne facesse uso la piena assimilazione alle forze del divino. La giustapposizione di tante immagini in grado di agire contemporaneamente sul macrocosmo garantì poteri assoluti all’élite religiosa e politica delle popolazioni andine e, successivamente, degli Inca, che raggiunsero una situazione di controllo assoluto dell’America meridionale, con un percorso compreso tra il 1250 circa e il 1532, anno dell’invasione dei conquistadores.
Poteri spirituali e di precognizione che orientavano le società dell’epoca, tanto nell’ambito del calendario agricolo quanto nelle scelte finalizzate ai destini individuali. La profezia diveniva previsione meteorologica, indispensabile per affrontare con correttezza le opere che avrebbero permesso buoni raccolti.
Sciamani e sacerdoti, oltre a contare sulla presenza di templi che in molti casi erano strutturati come orologi cosmici - nei quali, ad esempio, era possibile, grazie all’orientamento e allo spostamento stagionale del raggio del sole che colpiva il volto d’oro di una mummia mitica, comprendere l’avvento del solstizio o dell’equinozio -, avevano la facoltà di accedere a segreti più alti o più profondi, indossando la maschera mitica e, per i poteri ricevuti dall’assunzione del modello animale, compiere azioni sovrumane, anche mediante l’uso di sostanze stupefacenti che consentivano di vivere, nella lievitazione progressiva, l’effetto del volo.
Superando la cortina del visibile, lo sciamano - i cui occhi avevano lo sguardo fisso provocato dagli allucinogeni, simile a quello di una pantera, ma al tempo stesso le palpebre alate che permettevano l’innalzamento dal piano ordinario della terra - penetrava negli ultramondi, volava sul territorio, scendeva come un serpente al di là della zolla, dove dialogava con gli antenati, impetrando protezione o assumendo informazioni alle quali, per magia, era possibile accedere esclusivamente da un punto che consentisse di varcare le apparenze del mondo.
Lo sciamano ha pertanto esperienza di volo. Predice il futuro osservando il passato. E, soprattutto, essendo a cognizione dei segreti della madre terra, del sole e della luna che figurano sempre come divinità superiori, studiando le costellazioni, agendo a livello di conoscenza degli equinozi e dei solstizi, ha la certezza non solo di attingere informazioni preziose per la vita della comunità e della sua élite, ma di inferire sullo sviluppo stesso degli avvenimenti. Una modalità di astrazione magica, che, come nella scienza, supera l’effetto del fenomeno, della manifestazione, per giungere alla realtà nascosta del motore delle cose...

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di Maurizio Bernardelli Curuz

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