LA MATERIA HA MILLE ANIME
 
  di Fiorella Tacca  
     
 
Stile ha incontrato Fabrizio Plessi nel suo studio veneziano

A quarant’anni dai suoi progetti-sberleffo dedicati a Venezia, la mente torna alle gigantesche spugne rosa calate nei punti strategici della città per assorbire l’acqua superflua. Versione italiana della Pop art americana, del new-dada o del neo-surrealismo magrittiano?
Direi un po’ tutti insieme. Il clima di quei tempi era caratterizzato da una grande libertà creativa. Da ragazzo ho lasciato l’Emilia per venire a studiare a Venezia, e questa città mobile, acquatica, mi ha influenzato parecchio. Ho pensato subito di utilizzare l’acqua come elemento guida del mio lavoro. Mai però un’acqua “naturalistica”, un’acqua consolatoria, ma un’acqua che facesse pensare. Scelsi la provocazione mentale, meccanismo che mi interessava moltissimo: io che tagliavo o inchiodavo fiumi e laghi, e altre pazzie del genere. Producevo tanti flash al magnesio che andavano a illuminare zone buie e segrete della nostra percezione.
Quando ho “segato” la Schelda ad Anversa ho dovuto domandare il permesso alla casa reale belga. La Real Marina mi ha fornito tutto il necessario, un’imbarcazione e marinai per trainare me, su un canottino, che con una sega da falegname tagliavo l’acqua. Alla fine, arrivato sull’altra sponda, ho svolto un’inchiesta chiedendo alla popolazione se preferisse il fiume prima, oppure dopo. All’86% piaceva di più prima. La borghesia era talmente tradizionale, talmente legata al passato, che in fondo anche un gesto così, che non lasciava alcun segno, poteva disturbarla. Il mio lavoro non andava visto solo come un atto estetico, ma andava letto in un senso molto più profondo, sociologico. Noi viviamo di luoghi comuni, di banalità del quotidiano. Smuovere la mentalità delle persone è un’attività che un artista, secondo me, deve esercitare.

L’arte in quegli anni è anche povera, minimale, concettuale. Quali esperienze hanno corroborato il rigore della selezione iconografica e materica plessiana?
Io sono stato molto precoce. Al Liceo artistico e poi all’Accademia ero già una piccola star. Qui c’era la Biennale, c’era Peggy Guggenheim che mi accoglieva come un ragazzino, quasi come un bambino, c’era Edmondo Bacci, uno spazialista, che si era preso cura di me e mi introduceva nei luoghi più straordinari dell’arte. A Venezia ho potuto conoscere i miti del Novecento e fare numerose esperienze.
Considero l’avvento dell’Arte povera un “abbaglio” culturale positivo e interessantissimo. La Pop art stava passando, e io capivo che il mio futuro non sarebbero stati le spugne e i rubinetti. Capivo che i materiali poveri potevano essere un veicolo trainante. Se - e questo è il punto - manipolati e assemblati alla tecnologia. Cosa che in quel momento nessuno aveva pensato. Ma, devo dire, i lavori di Merz, Kounellis, Penone sono stati per me illuminanti...

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intervista di Fiorella Tacca

Stile incontra Fabrizio Plessi nello studio veneziano del grande maestro. Il suo percorso creativo è contrassegnato dalla volontà di elaborare un linguaggio che unisca natura e tecnologia. Dai fiumi tagliati con la sega ai televisori spenti di Colonia, dalla memorabile Roma di Kassel al recente Mare Verticale, una carriera di successi in ogni parte del mondo. E tanti programmi per il futuro



 
     
 
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