L'ARTISTA CHE SPARA PETALI DI ROSA
 
  di Roberto Gramiccia  
     
 

Poteva avere dieci o undici anni, Stefano Di Stasio, quando gli capitò un cosa di quelle che segnano la vita. Era al teatro Eliseo, allorché la madre che lo accompagnava scorse Giorgio de Chirico seduto in platea. Senza esitazioni, ella si avvicinò al maestro. La ragione di quell’ardito abbordaggio, chiedere al “pictor optimus” il privilegio di potergli mostrare i lavori del figlio. Stefano, infatti, a quell’età già si dedicava al disegno con un furore creativo e una qualità di tratto che avevano impressionato la madre e i parenti. Il giudizio di De Chirico, però, era un’altra cosa, ben più autorevole e dirimente degli entusiastici consensi collezionati dal giovanissimo talento in ambito familiare.
De Chirico, che evidentemente era meno antipatico e supponente di come viene descritto, le diede appuntamento nella sua casa-studio di piazza di Spagna alle nove del mattino appresso. Puntualissimi, Di Stasio e la madre si presentarono al cospetto del maestro, il quale, osservati i disegni, non lesinò elogi e consigli. Raccomandò lo studio dei maestri, pronosticando per quel ragazzino un lusinghiero futuro. La madre, che non stava nella pelle per la gioia, ringraziò, e il piccolo Di Stasio emozionato disse a De Chirico: “Fra quei maestri c’è soprattutto lei”. E lui, di rimando: “Io parlavo dei veri maestri”.
Un De Chirico, insomma, sorprendentemente paterno, prodigo di benevolenze e addirittura modesto. Da quel giorno Stefano Di Stasio, che era nato a Napoli (1948) ma che a Roma viveva dall’età di due anni, non ha più smesso di pensare e fare arte, fino a diventare ciò che è oggi, un pittore nel pieno di una maturità operosissima con una carriera prestigiosa alle spalle. A distanza di tanto tempo, l’incontro con il grande maestro rimane nella sua memoria vivo e fondamentale come un imprinting.
Dopo un inizio pubblico, fra il ’77 e il ’78, entro gli ambiti (lo spazio autogestito de La Stanza, in particolare) di un’arte prevalentemente installativa e concettuale, la scelta di Di Stasio, in accordo con la sua originaria vocazione, fu una sola, definitiva e irrinunciabile: quella della pittura. Una pittura di figurazione peculiare e visionaria. La conclusione dell’esperienza delle avanguardie e delle neoavanguardie, con l’esaurimento della spinta propulsiva di un’arte divenuta afasica, estenuata e accademica, e la consapevolezza delle sue capacità di pittore-pittore, non solo nella tecnica ma nella mentalità classica e profondamente “italiana”, rafforzarono la sua scelta anche su un piano per così dire ideologico.
E fu l’esplosione di un immaginario costruito con tinte sensuali e contrastanti, abitato da nuvole e drappeggi, da torce e angeli, da casti amanti e viandanti con bimbi sulle spalle, da rose e fiammelle, da giorni e notti, da campagne e città, da scale e panorami idraulici fitti di misteriosi tubi, da assi portate come croci e catini per serali pediluvi. Ma mai, fin dalla prima mostra alla Tartaruga nel 1980 con Abate, Marrone, Panarello, Piruca, Pizzi Cannella, in cui Maurizio Calvesi dava il buongiorno ai “fantasmi” dell’Anacronismo, mai Di Stasio - che di questo drappello di pittori colti fu considerato un caposcuola - interpretò il suo lavoro come una stanca ripetizione di modelli antichi...

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di Roberto Gramiccia

Stefano Di Stasio affronta i suoi “nemici”, ossia i cultori dell’ovvio, con l’arma dell’inattualità. L’incontro illuminante con Giorgio de Chirico, della cui esperienza l’artista romano è oggi autorevole prosecutore


 
     
 
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