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NEI TRE FILOSOFI IL SEGRETO DELL'UNIVERSO |
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Maurizio Bernardelli Curuz |
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Maurizio Bernardelli Curuz ha dedicato un approfondito studio a uno dei dipinti ermetici ritenuti più impervi nell’ambito della storia dell’arte occidentale, I tre filosofi di Giorgione. L’iconologo, direttore di Stile, è giunto alla scoperta, supportata da centinaia di conferme nei testi coevi e di riscontri iconografici, del messaggio del quadro che rappresenta, detto in sintesi, la ricerca e il ritrovamento del segreto estremo del filosofo ermetico e dell’alchimista: l’individuazione del segreto di Dio come costruttore dell’Universo. All’argomento sarà dedicato un ampio saggio che prossimamente confluirà in un libro. Offriamo in anteprima ai nostri lettori, in modo schematico, le conclusioni dello studio.
La grande pittura ermetica di Giorgione
La complessa comprensione dei soggetti
Non possiamo giungere al pianoro de I tre filosofi di Giorgione, nell’aurora che sospinge una luce preziosa nel cielo, irrorando d’un primo tepore le facciate delle case, giù, nella vallata, senza essere passati per Venezia e per gli occhi inquietati di Giorgio Vasari che, qualche decennio dopo la realizzazione del celeberrimo dipinto ermetico, si trovò davanti al Fondaco de’ Tedeschi - affrescato dallo stesso corpulento e raffinato Zorzo da Castelfranco - totalmente annichilito di fronte agli interrogativi che si dischiudevano al cospetto della pittura giorgionesca.
“Per il che, messovi mano, Giorgione - scrisse Vasari - non pensò a farvi figure a sua fantasia, per mostrare l’arte; che nel vero non si ritrova storia, che abbino un ordine o che rappresentino i fatti di nessuna persona segnalata o antica o moderna, et io per me non l’ho mai intese, né anche per dimanda, che si sia fatta, ho trovato chi l’intenda”. Giorgione gli apparve come uno straordinario stralunato, incomprensibile anche da parte di chi viveva a Venezia, a quel tempo.
Se la qualità risultava palese, i soggetti apparivano eccentrici ed oscuri, comunque non riconducibili, pur col filtro di una vista acuta ed esercitata, sotto il profilo pittorico e iconografico, ad episodi, storie o personaggi assestati nella cultura collettiva. Giorgione, spesso, rappresentava qualcosa d’altro, nascondendolo sotto il velo della realtà ordinaria che allontanasse il curioso e avvicinasse l’iniziato.
Vasari, non avendo afferrato la novità di un ermetismo descritto in termini naturalistici e non dipinto - come avveniva nella pittura centro-italica - come un geroglifico di facile riconoscibilità, ritenne quindi pretestuose le figure di Giorgione poiché dotate di una propria ellittica vita, incomunicanti, personaggi che l’artista avrebbe scelto - così spiegava a se stesso e ai lettori, l’autore delle Vite - esclusivamente per dar corso alle finalità decorative dell’intervento, significanti senza significato emersi assecondando - forse perniciosamente, come appare in sottotraccia nel giudizio dell’aretino - l’esclusivo arbitrio della fantasia. Ma al di là dell’episodio, comunque paradigmatico, del Fondaco de’ Tedeschi, sul quale si raggela nel vuoto interpretativo lo sguardo di Vasari, Giorgione risulta essere un pittore reiteratamente incline al mistero. E lo era già - criptico ed elitario - nei tempi in cui, prima che la sifilide lo portasse via, malamente e nel fiore degli anni vigorosi, mollandolo in una fossa fangosa, egli esercitava in Venezia, rivolgendosi soprattutto a un circolo colto.
La velata oscurità delle opere dell’artista veneto riguarda in modo precipuo alcuni quadri - come la Tempesta o i Tre filosofi - densi di domande senza risposte apparenti, doppiamente lontani perché i corpi dei protagonisti - specie quelli della Tempesta - sono tratti dalla vita di tutti i giorni o, per lo meno, sono reinvenzione naturalistica delle figure allegoriche e fisse dei tarocchi - come ho dimostrato in un mio precedente saggio - inseriti in contesti e situazioni che, in un primo momento, suggeriscono un senso di naturalezza, apparendo in linea perfetta con la quinta naturale, anche se rivelano, a uno sguardo accurato, il tipico spaesamento che nasce nella pittura ermetica; figure rese con il criterio del naturalismo puro - così da apparir vive ma, al tempo stesso, ieroglifiche, recanti cioè un mistero - all’interno di una natura efficacemente rappresentata dal pittore in tutta la sua morbida verità. Verità superficiale che avvolgeva, con i suoi rampicanti, figure riferite a un sapere più alto. Queste figure dovevano apparire come attrici di rappresentazioni della vita ordinaria all’occhio di chi non fosse stato iniziato ai misteri di Ermes, e invece erano chiamate a dischiudere progressivamente i propri messaggi ermetici a chi si fosse mosso, con cognizione di causa, lungo il reticolo di un occulto linguaggio condiviso.
Torniamo allora alla radura dei Filosofi, uno dei luoghi più frequentati da iconografi e iconologi che hanno tentato di carpire il messaggio nascosto, poiché tutti ben sappiamo - e ciò è, dicevo, universalmente riconosciuto - che se ne sta lì, in evidenza ed occulto. Soffermiamoci su quella ”tela a oglio delli tre phylosophi nel paese, dui ritti et uno sentado che contempla gli raggii solari cun quel saxo finto cusì mirabilmente, (che) fu cominciata da Zorzo da Castelfranco et finita da Sebastiano Vinitiano”.
Dobbiamo dire che l’informatissimo Michiel raccoglieva notizie direttamente dai collezionisti o da personaggi ben edotti sulle cronache pittoriche. E comunque il suo lavoro (1525) uscì pochi anni dopo la morte del Giorgione (1510), fatto questo che ci fa riflettere sulla definizione che il Michiel stesso diede del soggetto del dipinto. Nel tempo, infatti, fittamente si è dibattuto attorno al sostantivo “filosofi”, ritenuto - da parte di alcuni - un errore di definizione; ma il termine è in realtà perfettamente pertinente.
Ciò che ha fuorviato molti studiosi contemporanei è la definizione modernamente elitaria del sostantivo, riferito a chi pratica la filosofia. Per i nostri antenati cinquecenteschi, invece, la filosofia non si fermava agli augusti pensatori “accademici”, ma includeva la categoria particolare e, in alcuni casi, trasversale, dei prischi filosofi, i filosofi antichi, i filosofi della Tradizione, cioè coloro che, più o meno noti al grande pubblico, erano stati ispiratori e protagonisti di una lettura del mondo che si basava sulla conoscenza assoluta, vicina al concetto di gnosi. Una filosofia non esclusivamente speculativa e descrittiva, ma operativa, giacché era orientata alla trasformazione della realtà attraverso la conoscenza dei segreti divini. Filosofo era pertanto anche colui che univa la magia e l’astrologia alla fisica, alla metafisica, alla matematica, alla geometria...
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di Maurizio Bernardelli Curuz
I tre uomini rappresentano i tre evi dell'alchimia e dell'ermetismo. Si riconoscono le figure di Mosè, Geber e quella di un giovane che somiglia a Leon Battista Alberti. Nella tavola in mano al filosofo anziano il cuore del dipinto: la quadratura del cerchio e tutte le operazioni geometriche-alchemiche per giungere alla quintessenza, energia che muove il Creato
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