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Il trionfo della Pornoart |
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di Jacqueline Ceresoli |
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Sesso e pornografia nell’arte contemporanea. Natiche, seni, falli, vagine, bocche, lingue, fellatio, liquido seminale, pratiche sadomaso, scene di accoppiamento tra uomini e donne, tra lesbiche, gay e lolite, autoerotismo: questo e altro sono “cronache” di dominio pubblico che non scandalizzano più nessuno, rappresentando la fiction di un mondo che va alla deriva oltre il limite dell’immaginazione, sotto l’egida del disgusto quotidiano. Dagli anni Ottanta al 2001 l’arte contemporanea ha raggiunto vertici di spettacolarizzazione impensabili fino a mezzo secolo fa: dopo “Sensation” e “Apocaliypse”, mostre ospitate alla Royal Academy di Londra che hanno istituzionalizzato il filone scandalistico, fino all’ultima Biennale di Venezia, intitolata “La platea dell’umanità” da Harald Szeemann, la “commedia umana” continua a ispirare generi, alimentando la vena del porno che è nata in America e in Giappone, sotto il marchio di una cultura perbenista. Il genere hard-voyeuristico si è diffuso a macchia d’olio in Europa dagli anni Novanta, e gli artisti che sbattono in faccia allo spettatore zoomate di porno effetto casalingo e amatoriale sono molti, rivelandone crudezze e asprezze ai limiti dell’oscenità. La pornografia nell’arte non è una novità delle avanguardie: si pensi alla pittura vascolare dell’antica Grecia o agli affreschi di Pompei, alle stampe erotiche settecentesche prodotte dalla cultura libertina dell’età dei Lumi, fino alle fotografie osé della seconda metà dell’Ottocento; e, in ogni caso, la pornografia è l’espressione della libertà dello sguardo e del pensiero anticonformista contro ogni convenzione moraleggiante. Nell’arte contemporanea la libertà sessuale - con il gusto della trasgressione, nonché dell’estremizzazione degli istinti, e la “doverosa” spettacolarizzazione dell’intimo - è di moda. L’eccitazione nevrotica della visualità della pornografia è una metafora dell’isteria collettiva, di un pubblico che non si emoziona più di fronte a nulla, come se fosse anestetizzato al dolore e alla gioia, abulico e indifferente ai sensi, con un corpo asettico che soddisfa i propri desideri anche praticando sesso virtuale. L’oscenità è una delle possibili chiavi d’interpretazione della nostra cultura perversamente strutturata, che si realizza più nella comunicazione che nell’evento di per sé. Jean Baudrillard scrive: “Osceno è tutto ciò che mette fine a qualsiasi sguardo, a qualsiasi rappresentazione. Non è solo il sessuale a diventare osceno, c’è oggi tutta una pornografia dell’informazione e della comunicazione, una pornografia dei circuiti e delle reti; non è più l’oscenità di ciò che è nascosto, rimosso, oscuro, è quella del visibile, del troppo visibile, del più visibile del visibile, è l’oscenità di ciò che non ha più segreto, di ciò che è interamente solubile nell’informazione e nella comunicazione” (“L’altro visto da sé”, Costa & Nolan, Genova, 1997) Il manifesto della pittura contemporanea è “Les Demoiselles d’Avignon”, quadro realizzato da Picasso nel 1907: mito dell’arte scandalosa che porta lo spettatore in un bordello di fronte a cinque prostitute, simbolo di una umanità femminile potentissima e arcaica. Questa casa di appuntamenti dai colori stridenti ha sconvolto il pensiero visivo moderno: da allora, le degenerazioni del genere erotico-porno non si contano più. Il triviale assurge ad arte in seguito a Duchamp, e la Pop art convalida l’estetica del quotidiano: così l’argomento volgare si istituzionalizza, e lo scandalo diventa necessario per creare il mito delle avanguardie. Gli artisti contemporanei lavorano sull’immaginario collettivo pornografico, sul sesso mercenario, sulle performance dei transessuali, che sono erotici per la loro artificialità e rappresentati come affascinanti esseri mutanti, alieni, vittime e carnefici di miti e tabù che si esibiscono come fenomeni da baraccone. I corpi maschile e femminile nell’arte pornografica sono contenitori di sesso, segni del travestimento, dell’ambiguità, della mutazione, nonché espressione della corporeità mistificata, ironizzata. Tale linguaggio della fisicità decontestualizzata si trasforma in icona autoreferenziale, talmente ripetitiva da banalizzare i sensi dell’eccitazione fino al grottesco. Tra le estreme del genere “peep show” sadomaso, l’americana Nan Goldin (1953) ha esordito con “Ballad of Sexual Dependency”, un film di ottocento diapositive che compilano un affresco della vita underground newyorkese . Catherine Opie ha esposto al Museum of Contemporary Art di Chicago fotografie di alcune coppie lesbo, mettendo a nudo le ossessioni americane con ironia e sarcasmo. Altra personalità di fama internazionale è Nobuyoshi Araki, la fotografa giapponese nota per scatti hard-estetizzanti ed estenuanti sull’onda del film cult “L’impero dei sensi”. Mario Schifano fu tra i primi artisti italiani a scattare polaroid a qualsiasi scena in movimento trasmessa dallo schermo televisivo, includendo le scene di sesso. Anche Daniele Galliano ha continuato a lavorare sulle immagini in movimento mescolando fotografia, pittura e video, riproducendo le sequenze mediatiche con il mezzo pittorico . Matteo Basilè mescola tecniche e simboli del nostro tempo, rimodellando ogni immagine attraverso la progressiva decontestualizzazione dei temi affrontati; tra i suoi preferiti, la sessualità esasperata, la trasgressione e la pornografia, spiata da un buco della serratura. La domanda è: perché dopo secoli di arte erotica e chilometri di pellicole a luci rosse - annoverando anche il business del sesso virtuale e tecnologizzato - il meccanismo dello “sbatti il sesso in copertina” funziona sempre? La domanda è inutile, probabilmente perché l’uomo non cambia, avendo bisogno di feticci di riconoscimento e tradizioni culturali che avvalorino la propria fisicità, e nel sesso ritrova la sua identità corporea. Tornando agli artisti che attraverso il sesso insistono sulla forza del desiderio e del piacere, sull’energia incontenibile dei sensi, esagerati ed estraniati come elementi scomodi nella nostra società “sotto vuoto”, abbindolata dallo sviluppo telematico, Andres Serrano evidenzia una sessualità minacciosa che ci obbliga a prendere coscienza del nostro corpo “malato” di carnalità. Cindy Shermann si serve quasi esclusivamente del mezzo fotografico e della propria immagine per organizzare all’interno delle opere azioni che sconvolgono per la cinica alterazione della sua personalità, con l’obiettivo di cogliere identità multiple e schizoidi. Annie Sprinkle (il vero nome è Ellen Steinberg), che vive e lavora tra New York ed Amsterdam, ex ballerina e pornostar, ha trasformato le sue molteplici esperienze erotiche in un linguaggio che intreccia filosofie orientali, meditazione, yoga e elevazione del sesso “underground”. Ha scritto più di trecento articoli sul sesso, tra cui “101 istruzioni per l’uso del sesso, ovvero perché il sesso è così importante”, “Promemoria di Annie Sprinkle per il sesso degli anni Novanta”, “Metamorphosex”; inoltre ha creato riviste, cd, newsletter, documentari, esperimenti sonori, libri, film, video, fotografie, siti telematici ed ha inscenato performance hard con l’obiettivo di liberare il sesso da censure oscurantiste, mettendo a fuoco una dimensione della sessualità femminile inedita e contro il “pubblico pudore” . Jeff Koons tra il 1990 ed il 1991 ha prodotto con l’ex moglie Ilona Staller “Made in Heaven”, un film su “Adamo ed Eva nel paradiso dei sensi”, che mette in scena la vita erotica di una coppia osannata dai mass media negli anni del minimalismo. Per Koons la pornografia non si limita a presentare orge: non c’è limite alla sessualità essendo la stessa l’espressione più autentica del desiderio, e il desiderio indice dell’amore, anche spirituale . Tra gli artisti italiani che esplorano la via dei sensi, Betty Bee mescola vita familiare, intima e privata con l’arte; le sue avventure esistenziali assurgono a forme espressive della creatività. E’ nota per una serie di azioni su strada come travestita da... travestito, per la commissione ad un’agenzia investigativa di un pedinamento a se stessa e per altre fiction di realtà individuali vissute come performance. Interessata agli aspetti formali del “peep show” nazionale è pure Antonella Bersani, scultrice di vulve-cuscino, sedie, tovaglie, piatti, puff, cappelliere, gabbie, poltrone e quant’altro a forma di cavità interne del corpo femminile, una serie di orifizi come apologia del “buco” da cui si origina l’uomo: la vulva già vista in posizione frontale con veridicità realistica da Gustave Courbet nel 1866. L’etnologia del sesso coinvolge anche Barbara Nahmad, che da anni dipinge le immagini trovate sulle riviste hard, cogliendo nella descrizione iperrealistica dei particolari la vera essenza della sua poetica corporale . Giulio Durini è un pittore classicista dal punto di vista tecnico, ma contemporaneo per le finalità: eccitare l’occhio dello spettatore mescolando sacro e profano, arte antica e video porno. Riccardo Boldorini è invece un etnologo della visione mentale del corpo come strumento di comunicazione del piacere, sfumato dai colori acidi che si fanno visualizzazione della perversione . Forse gli artisti continueranno a ricreare varianti di forme sessuali come tracce di espressione soggettiva di una comune passione, per vivere nel tentativo di salvare il desiderio assopito sotto coltri d’immagini.
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Nell’ultimo ventennio la spettacolarizzazione del sesso ha raggiunto nell’arte vertici prima impensabili. Tra denuncia e ironia, crudezze e calligrafismi trapela l’ambizione di liberare il desiderio dalla schiavitù dell’immagine
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