"L'uomo deve sapere che null'altro che dal cervello provengono gioie, piaceri, risate e divertimenti e dolori, tristezze, sconforto e lamenti". Ippocrate
Per trasmettere emozioni attraverso la propria opera, l’artista può scegliere di percorrere una moltitudine di vie differenti. Una fra queste è la rappresentazione del volto, o piuttosto della sua espressione: la forma di comunicazione più usata, più semplice e più immediata (vedi il numero precedente di “Stile”). Percepire un’emozione di un altro individuo è essenziale per garantire la sopravvivenza dell’individuo nella comunità. Per questo motivo, negli animali si è evoluto un sistema neurale che si occupa di elaborare gli stimoli a contenuto emozionale. L’amìgdala è un centro nervoso fra i più “antichi” del cervello, ed è parte integrante dell’apparato emozionale. E’ coinvolta in molti stati apprensivi elementari e gioca un ruolo importante nel controllo della paura e dell’ansia (tanto innate quanto apprese), della regolazione del battito cardiaco, della pressione del sangue e di altre risposte fisiche ad eventi stressanti. L’amigdala elabora anche la percezione delle espressioni facciali; altri centri nervosi a livello della corteccia cerebrale (la parte evoluta del cervello) si occupano, invece, dell’identificazione dei volti. Il risultato è che quotidianamente, senza renderci conto, utilizziamo due sistemi parzialmente distinti per percepire gli stimoli visivi che un volto ci fornisce. Il primo - più veloce e meno informativo - raggiunge l’amigdala portando con sé i tratti essenziali per l’analisi dell’espressione facciale. L’altro - più lento ma a più alta definizione - permette il riconoscimento di un viso e delle sue caratteristiche. Recenti studi hanno dimostrato che l’amigdala è scarsamente sensibile alle espressioni provenienti da una foto ad alta definizione anche se esse, con la loro ricchezza di dettagli, producono un’ottima attivazione dell’area che identifica i volti. Poniamo ora a confronto le Veneri e le Madonne del Botticelli con, ad esempio, i volti di Bacon o di Munch: i risultati dissimili che le opere hanno sull’osservatore sono giustificati da quanto detto sopra. Nei quadri di Botticelli, ogni elemento dipinto è ricco di informazioni che, una volta incanalate verso la corteccia cerebrale, sono lì analizzate. La peculiarità e raffinatezza dei particolari tracciati dall’autore della “Primavera” (si veda l’articolo “Botticelli e la musa”, “Stile”, maggio 2003) hanno permesso perfino l’identificazione della sua modella, cosa improbabile se non impossibile da fare con i tratti informi, abbozzati o deformati dall'espressione di taluni pittori contemporanei. Nelle opere degli altri due artisti, invece, gli stimoli sono più lassi, dispersi, poco definiti: perfetti per raggiungere l’amigdala. Le emozioni suscitate in noi da questi due tipi di rappresentazione del volto sono sensibilmente differenti perché poggiano su fondamenti neurali diversi. Infatti, se il volto è rappresentato ad esempio come una maschera di dolore e d’angoscia poco definita ma che lascia trasparire i tratti espressivi, l’amigdala è attivata quasi selettivamente. L’artista, con pochi tratti, provoca quindi l’attivazione di quei centri nervosi che rendono percepibili le emozioni, ignorando volutamente quelli che ci fanno categorizzare il volto. La percezione dello stato di disagio nell'opera dovuto all’attività dell’amigdala, tuttavia, non è facilmente definibile perché manca la completezza dell'informazione, essendo pressoché inattivo l’altro circuito identificativo residente nella corteccia cerebrale: da qui, a mio parere, l'induzione dello stato ansioso procurato nello spettatore da questi ritratti. Con tali osservazioni ci siamo ancora una volta trovati a scoprire come gli artisti riescano a suggerire nuove vie per la comprensione della nostra mente e come, a loro modo e con mezzi a loro consoni, riescano ad esplorare le potenzialità e la fisiologia del cervello.