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Artisti di Sicilia da Pirandello a Iudice. Vittorio Sgarbi: “Cent’anni di sicilitudine”

di Vittorio Sgarbi – Curatore della mostra “Artisti di Sicilia da Pirandello a Iudice”

imgresUn secolo di arte siciliana vuol dire, in larga misura, un secolo di arte italiana. Non è lo stesso per quasi nessunʼaltra regione, non per lʼEmilia Romagna, nonostante Morandi e De Pisis; non per la Toscana, nonostante Soffici e Rosai; non per Roma, nonostante le due scuole romane. La Sicilia del Novecento, sia in letteratura sia nelle arti figurative, ha dato una quantità di artisti e scrittori che hanno contribuito in modo determinante a delineare lʼidentità prevalente della cultura italiana.

Da Giovanni Gentile a Leonardo Sciascia, da Vitaliano Brancati a Tomasi di Lampedusa, da Federico De Roberto a Lucio Piccolo, da Gesualdo Bufalino a Manlio Sgalambro, con una intensità e una densità di proposte che non hanno paragone. Alla verifica delle arti figurative si ha un analogo risultato, con momenti altissimi di pittura civile e di pittura introspettiva, in un lungo percorso che si tenta qui di delineare partendo dai maestri più antichi che si muovono ancora nella sensibilità liberty, come Aleardo Terzi e Totò Gregorietti, presenti con opere di insuperabile eleganza, che non si può esitare a definire europee. Equivalenti siciliani di Bonnard e di Ertè.

Più avanti di Canonica e di Boldini, mostra di essere, nella ritrattistica, Giovanni Nicolini con lʼalgida e malinconica principessa Ennia Lanza. Allo stesso modo declina il gusto déco Tommaso Bertolino in una Dea che si modella sulle invenzioni di Benvenuto Cellini e degli scultori dello studiolo di Francesco deʼ Medici. Bertolino in scultura evoca persino Tamara di Lempicka. Maestro dei maestri, nella Sicilia del primo Novecento è Antonio Ugo, ultimo classico, non tocco dalla tentazione delle avanguardie, come se il tempo si fosse fermato. Gli autori siciliani attivi nei primi trentʼanni del Novecento, sono, oggettivamente, classici e non temono il confronto con i più rinomati francesi, da Bourdelle a Maillol. Declinano un linguaggio più moderno, in dialogo con Arturo Martini, Giovanni Barbera, Silvestre Cuffaro, Emilio Greco, Nino Franchina. Il loro travaglio ricorda quello di Pirandello e di Guttuso trascinati dallʼimperativo: “Il faut être absolument moderne”.

 

Non sembrano esserne preoccupati invece artisti di schietto carattere espressionistico come Alberto Bevilacqua, Leo Castro, Manlio Giarrizzo, Eustachio Catalano, Elisa Maria Boglino, tutti conservatori. A partire da Francesco Trombadori, pure incline a una rinnovata figurazione, tra vedutismo e Valori Plastici (alla quale non è estraneo neppure il notevole e dimenticatissimo Alfonso Amorelli), la pittura siciliana si pone la questione del linguaggio moderno nellʼesperienza futurista di Pippo Rizzo e Giulio DʼAnna, e in quella cubista (e picassiana) del primo Guttuso.

 

Partirà di qui una ininterrotta sequenza di artisti di straordinario interesse, fino al variegato arcipelago dei più giovani con una esuberante creatività molto spesso di primissimo livello. E se almeno uno dei pittori siciliani, Renato Guttuso, è stato forse il più importante pittore di storia del Novecento, altrimenti dominato da maestri volti a una pittura lirica e intimistica, come Morandi, o mitica, come de Chirico; un altro, Piero Guccione, è il poeta più puro del nostro tempo. Fu un grande e dimenticato scrittore, Massimo Bontempelli, a stabilire un accostamento convincente e persuasivo tra Morandi e Francesco Petrarca; ma è altresì vero che la storia di Guttuso e la sua estetica, così estranea alla linea dominante delle avanguardie, si possono intendere come una continuazione, nellʼambito della esperienza figurativa, della poesia civile e del romanzo manzoniani.

 

Nessuno più di Guttuso ha, nel suo tempo, fatto storia, attestandosi come una anomalia, pervicacemente solitaria, della pittura del Novecento italiano. La posizione di Guttuso, criticato per la sua convinta estetica neorealista che si esprime attraverso una vocazione illustrativa senza eguale nella pittura europea da Picasso a Léger, ideologicamente a lui affini, ma pittoricamente più “ricattabili” dalle avanguardie, ha una variante “esistenziale” nella versione realistico-sognante (ma non puramente surrealista) di Bruno Caruso.

Più descrittivo e favolistico, nel suo racconto della quotidianità della vita di contadini e pescatori, è Gianbecchina, sempre pittoresco e talvolta poetico. Sono appunti per una storia ricca e varia che ha momenti di assoluto prestigio, come i capolavori ceramici di Andrea Parini, di Caltagirone, che trasferisce il suo magistero nel Nord Italia, alla Scuola di Nove, o i paesaggi incantati di Francesco Trombadori. E tra i grandi pittori del Novecento, con esiti anche più universali di Guttuso (penso allo stupore di Robert Hughes davanti ai capolavori degli anni trenta che anticipano sorprendentemente Lucian Freud), vi è certamente Fausto Pirandello.

 

Ed è una misteriosa coincidenza che la sua ricerca si intersechi con le nuove indagini sullʼuomo della psicoanalisi. Un posto a parte tocca allʼesoterico e surrealista Casimiro Piccolo, fratello di Lucio, fotografo e pittore di fantasia e originalità, con lo spirito di un Topor o di un Escher. Quasi solitaria, nel linguaggio rigoroso della astrazione, è Carla Accardi in un delirio di arabeschi. Nella scultura, raggiungono vertici significativi, Carmelo Cappello, Pietro Consagra, Ugo Attardi. Notevoli sono anche le prove di Giuseppe Mazzullo e Gino Cosentino.

 

E se nella prima metà del Novecento si registrano in Sicilia maestri di realismo introspettivo, magico ed espressionistico come Lia Pasqualino Noto, Giuseppe Migneco, Pina Calì, Topazia Alliata, Ida Nasini Campanella, Sistina Fatta, fino a Salvatore Fiume, creatore di un linguaggio senza tempo di matrice surrealista, nella seconda, oltre a temperamenti solitari, e senza scuola, come Luigi Ghersi, Albino Trigilio, Quintino di Napoli, Aldo Pecoraino, Ignazio Moncada, si manifestano, con spirito collettivo e una concorde visione della natura, gruppi di artisti, in particolare quelli della Scuola di Scicli, stimolati dal pensiero assoluto di Guccione, come lo sente, fino allʼidentificazione, Stefano Malatesta che si è fatto siciliano, andando a vivere tra Sciacca e Ribera. I risultati sono alti e lʼispirazione è legata alla sacralità del paesaggio, così come appare in Franco Sarnari, Franco Polizzi, Giuseppe Colombo, Giuseppe Puglisi, Salvatore Paolino, Sonia Alvarez, Piero Zuccaro, Carmelo Candiano, Sebastiano Messina, Rosario Antoci, Vincenzo Nucci, Giovanni La Cognata, Salvo Barone, Francesco Coppa, Fabio Salafia. In sintonia con questa dimensione originaria, mitica, numinosa, vanno ricordate personalità forti e intense come Girolamo Ciulla, Giuseppe Modica, Carmelo Giallo. A parte, in una dimensione profondamente intimistica, pur temperato dallʼironia, sta Santo Alligo, che ha portato il piccolo mondo di Roccalumera nel cuore di Torino. In chiave surrealistica si declinano invece Antonino Amore, Salvatore Incorpora, Gaetano Tranchino, e Guido Baragli, con sempre originali variazioni di linguaggi concomitanti. In questa tradizione moderna è originale la ricerca ceramica di Giacomo Alessi, quasi un prolungamento degli elementi della natura. Unʼaltra variazione di apparenza infantile o naïve , ma dʼispirazione concettuale (come indica la sua esperienza formativa negli anni settanta a Torino, in un percorso inverso rispetto a Malatesta), è quella del frigido e sofisticato Salvo, la cui pittura cifrata è impari alle idee che la sostengono e che fanno di lui un eccellente teorico.

Giovanni Iudice Umanità  Olio su tela, 235 x 290 cm 2011 Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano

Giovanni Iudice
Umanità
Olio su tela, 235 x 290 cm
2011
Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano

 

E, anche se espressa con nitore e sem plicità, resta idea. È il percorso opposto a quello di immersione sensoriale, nel paesaggio, nel cielo, nel mare, nellʼazzurro, nel giallo della scuola di Scicli. Non la ragione, ma i sensi. In gran parte di questi pittori, a partire da Guccione, lʼispirazione è lirica, in una trasfigurazione, quando magica e quando spirituale, della natura. E se il principale cenacolo di artisti ha la sua sede nella Sicilia più incontaminata, nellʼarea tra Scicli, Modica e Ragusa, non mancano testimonianze di esistenzialismo metropolitano nellʼarea, densa di contraddizioni di Palermo, a metà strada fra degrado urbano e memoria di una lussureggiante civiltà nella sua stremata decadenza.

 

Dalla fine di un mondo, non diversamente che nel capolavoro di Tomasi di Lampedusa, crescono rigogliose nuove esperienze di diverso carattere ma di univoco segno, dalla frenesia jazzistica di Alessandro Bazan, alla natura selvaggia e tropicale di Fulvio Di Piazza, allʼesistenzialismo sensuale, che si trasferisce dalle persone al paesaggio, di Francesco De Grandi, ai relitti di civiltà industriale esibiti da Andrea Di Marco. Ma il culmine di questo racconto di una Palermo umiliata fino alle radici è nellʼopera di Domenico Mangano che illustra un campione di umanità regredita. Una potenza di vita fuori da ogni regola, in una pantagruelica incontinenza cui si contrappone la lucida razionalità delle indagini sul concetto di avanguardia nel racconto di Elisabetta Sgarbi nutrito da riflessioni estetiche di autori e semplici siciliani, di rarefatta intelligenza. Interessante anche la sperimentazione teatrale di Donatella Capraro e quella estetico-sonora di Alessandro Librio su monte Grifone. A questi documenti preziosi si alternano, nella produzione artistica siciliana, impegnative imprese, dense di pensiero e di spiritualità, pur nella fondamentale conservazione e illustrazione di tradizioni, di affermati fotografi. In particolare Enzo Sellerio, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Giuseppe Leone, Luigi Nifosì, le cui opere sono presenti in mostra non in forma di “scatti solitari” di commovente e lirica verità nella salvaguardia di costumi, feste religiose, consuetudini, ma attraverso i loro libri fotografici talvolta accompagnati da testimonianze letterarie di Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino. O da esegesi di Diego Mormorio.

 

Poche regioni come la Sicilia hanno unʼeditoria di tale rilievo, maturata soprattutto a partire dagli anni sessanta del secolo scorso. A questi libri, seppure con diversissimo spirito, vanno affiancate La cancellatura e altre soluzioni di Emilio Isgrò, geniale artista “negativo”, antipittorico, antifotografico, antiletterario. I suoi “non libri” attestano unʼepoca dʼincomunicabilità e di assenza. Dopo la pars destruens di Isgrò e gli struggenti rilievi dei fotografi, in controtendenza, le due scuole, di Scicli e di Palermo, nella loro organica coerenza, rappresentano anomalie rispetto alla vocazione individualistica degli artisti contemporanei in altre aree di Italia.

 

Ma anche in Sicilia non mancano proposte individuali non riconducibili a idee e a valori comuni, come provano Giuseppe Veneziano, Nicola Pucci, Antonio Sciacca, Pietro Cosentino, Lorenzo Reina, Renato Tosini, Umberto Gervasi, Fiammetta Bonura, Croce Taravella, Piero Roccasalvo Rub, Ezio Cicciarella e le illuminazioni scenografiche da intuizioni storico-artistiche di Pietro Carriglio. Nellʼambito dellʼastrazione, con rigore, si muovono Togo, Lorenzo Viviano e Lillo Messina. Altre esperienze, non riconducibili a tendenze, si riconoscono in Emanuele Floridia, Giacomo Rizzo, Luciano Vadalà, Momò Calascibetta, Francesco Balsamo, Salvatore Provino, Michele Ciacciofera, Sergio Fiorentino, Giovanni Lissandrello, Giuseppe Diara, Angelo Diquattro, Alessandro Finocchiaro, Manlio Sacco, Michele DʼAvenia, Mavie Cartia, Sebastiano Favitta, Giovanni Chiaramonte, Gaspare Palazzolo, Angelo Pitrone. Alludono alla pop art, ma con rigorosa disciplina pittorica, Alessandro Paternò e Giuseppe Burgio. Più evocativo, tra ricerca concettuale e astrattismo è il linguaggio di Antonio Freiles. Una problematica che ritroviamo anche in Francesco Rinzivillo, Daria Musso, Raimondo Esiste ancora una pittura di genere? Ferlito, Giovanna Lentini, Ignazio Schifano e Miriam Pace, arcaici solo nelle abitudini. Emersi in occasione dellʼestensione del Padiglione Italia della Biennale 2011 da Venezia a Catania e Siracusa, ritornano Franco Politano, Marcello Lo Giudice, Arrigo Musti, Carmelo Bongiorno, Daniele Alonge, Antonio Brancato, Tano Brancato, Calusca, Carmelo Nicosia, Dino Cunsolo, Enzo Rovella, Sandro Bracchitta, Ninni Sacco. Contestualmente, la Fondazione Puglisi Cosentino a Catania ha proposto cinque giovani illustratori: Santo Pappalardo, Nadia Ruju, Riccardo Francaviglia, Margherita Sgarlata, Lucia Scuderi, di indubbie qualità. Solitario, nella meditazione di modelli come Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, sta Turi Simeti, frigido e rigoroso. Al mondo della transavanguardia afferisce invece lʼesperienza, precocemente interrotta, di Mimmo Germanà.

 

Ma una singolare testimonianza di profondissimo impegno individuale, pur nellʼambito di convincimenti comuni, e meditando allʼimpegno etico di Antonio López García, è quella maturata da Giovanni Iudice, pittore in equilibrio fra realismo magico e neorealismo, al quale si deve lʼopera più impegnativa dipinta in Sicilia dopo La Vucciria di Guttuso, unʼopera corale, nella quale si rappresenta il destino degli emigranti dallʼAfrica sulle coste siciliane tra Lampedusa e Gela. Quella umanità rassegnata, incapace di decidere il proprio destino, rappresenta il fallimento della speranza cento anni prima evocata nel Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo. Il cammino percorso dal quel popolo si è interrotto. E il viaggio verso la speranza si è rivelato, per il popolo dei disperati, un viaggio verso la morte o verso il nulla.

 

Iudice lo racconta con freddezza, senza apparente coinvolgimento emotivo. Per il suo valore simbolico, lʼopera è stata esposta nelle sale dellʼAssemblea Regionale Siciliana, a Palazzo dei Normanni. Alla visione distaccata, realistica, di Iudice si ispirano Ilde Barone, Marco Bunetto, Gianni Mania, Attilio Giordano, Ettore Pinelli, Emanuele Giuffrida, in opere di eloquente desolazione. Ma nessuno vede il mondo dalla parte dei morti come Cesare Inzerillo in una sintesi fra le catacombe dei Cappuccini e la Classe morta di Tadeusz Kantor. A Inzerillo si deve la concezione drammatica del Museo della Mafia di Salemi, esempio di dolente arte civile proposto alla Biennale di Venezia nel 2011. Innalzano invece, chiedendo ammirazione e destando meraviglia, in una esaltazione neobarocca, Vito Cipolla, maestro di antico mestiere e, soprattutto, il suo allievo Giuseppe Ducrot, attivi nel cantiere della rinata cattedrale di Noto. Di questo ritorno a una concezione eroica della scultura per opere pubbliche, in continuità con una grande tradizione, è esempio lʼopera di Carmelo Lizzio, dotato di un formidabile mestiere. Ultimo degli statuari monumentali dʼispirazione neocinquecentesca.

 

A esempi anche più antichi si ispira Domenico Militello nella solitaria prova del crocifisso per lʼeremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina. Uno spirito poetico, coltivato tra le mura domestiche ed esaltato fino al parossismo di superstizione, ironia e feticismo, è nelle belle opere di Marilena Manzella e di Elisa Nicolaci. Anomala e solitaria, in una euforia del vuoto come reazione a un ritorno alla vita dopo una pausa mortale, è lʼopera di Marco Urso, giovanissimo, inarrestabile, tormentato, che dipinge i turbamenti della sua mente in una Sicilia intesa come non luogo, infiammato dal suo delirio, a Favara. Allʼurlo disperato di Marco Urso risponde lʼarmonia solitaria, nel mondo delle idee, di Franco Battiato. Tante vite, tante esperienze al centro del mondo in una isola fuori dal mondo.

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