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Bonera, lo splendore e l’enigma

di Tonino Zana

Ho conosciuto Alberto Bonera in una bella casa di Brescia. Suonava il piano. Suonava una sua composizione. Poco prima, a tavola, tra considerazioni difensive della tradizione e del ritorno all’ordine naturale e morale della vita, aveva giocato a rievocare le voci dei vivi e dei morti, per esempio, del sindaco per sempre Bruno Boni e del cardinale Ruini.
Immediata e forse imprecisa la rievocazione di un rinascimentale fuori tempo, di un intellettuale nascosto. Molto comodo. Di più, dalle conversazioni è emersa la stagione della docenza, l’amore per la filosofia, una altalenante riluttanza gestita tra una barricata di timidezze e sortite requisitorie.
Alcuni giorni dopo, al chiaro del giorno, nella compostezza borgotrentina, cittadina e paesana, Bonera s’è presentato, finalmente, privo di ogni sua velatura. Ha aperto i tempi del nudo, delle Venezie, dei ritratti, il tempo della metafisica calda dell’autoritratto, disvelando il percorso antico tra il chiarismo di Pedrali e la tessitura degli enigmi del Novecento, tra il formale pieno e l’informale senza gravità.
Bonera ha accolto l’etica dell’enigma, intesa quale giusta pausa del dubbio e della riflessione di fronte a un mistero razionale e spirituale, davanti a raffiche di risposte insuperabili e indeclinabili. Davanti a risposte totali, di persone che anelano e si disperano al cospetto dell’assoluto, accompagnandosi, innocentemente, alla pretesa di innestarsi in esso. Bonera ha rinunciato alla furbizia di imporre l’enigma all’altezza permanente di una lettura di vita e di un impegno esistenziale. Direi di una militanza politica travestita di interpretazione ideologica e non raramente partitica. Per Bonera, insomma, l’enigma è l’occasione per appassionarci al mistero, ma non deve, l’enigma, sciogliersi nella confusione, nel limite imposto dall’ideologia affinché si identifichi nella risoluzione dell’enigma stesso.
Neppure, Alberto Bonera, è tenero verso l’enigmatica metafisica, vicina di porta del nichilismo. Di quella metafisica senza Dio, fine a se stessa, già morta nell’ombra geometrica e piatta di certe piazze dell’Eur, di ceti interni senz’anima nei quali il torsolo di una mela è messo sotto osservazione più dell’emozione e dello spirito delle persone. Il silenzio è di Dio e dunque è degli uomini.
Il silenzio, per Bonera, è di origine monacale, l’occasione, quando non la ricerca, di scovare Dio poiché Dio ama il silenzio, ama la propria dominanza, derivandone generosità. Bonera rifugge dalla follia del Sessantotto, riconosce la confusione delle frustrazioni individuali elevate a ricerca intellettuale più che a risoluzione terapeutica. Anno malato, il Sessantotto, deriva alimentata, fuori rotta spirituale.
La lunga premessa intorno all’esistenza di un male manifestabile per enigma, per confusione, per rappresentazione formale dell’incomprensibile, per sfregio del reale, che è il creato, fornisce la controffensiva boneriana di una tessitura di valori completamente incastrabili nel decalogo del Vecchio Testamento, in un aggiornato codice morale e umano del timore di Dio, del rispetto alle regole, di onore al merito, di una percezione e ricreazione del bello come dono del Signore, come lode. La bellezza è lo sguardo di Dio. L’arte il mezzo per identificarla, narrarne l’enigma. Stavolta sì, l’enigma.
Bonera dipinge ogni stagione della vita. Studia il colore per comparazione intellettuale e religiosa, tendendo alla luce. Il colore è luce, ed essa è la metafora di una terra di salvezza.
Il Nostro sceglie i soggetti del creato. Il cielo e la terra, innanzitutto, sottoposti alla pressione dei gesti umani. Quindi, un paesaggio lavorato, esaltato dalle pulsioni industriali, dai fumi e dalle fabbriche; poi, in una lentezza meditativa, esistente nelle nicchie della provincia profonda, i paesaggi dei campi e dei casolari, delle stradine e dei ritorni a casa, assenti i contadini, immaginati nella presenza dei muri e dei fiori, delle piante e delle nuvole.
Si annota un’ingannevole blasfema immanenza in Alberto Bonera, in questa sottrazione di umanità deposta nei legni e nei muri delle piante e dei casolari. E’ una blasfemia apparente. Osservando gli altri soggetti del suo album pittorico-intellettuale, compaiono le persone. La primordialità della persona, nel nudo edenico, nelle posizioni delle ore, dei desideri, dei minuti in cui si sono configurate nel vivo della fantasia e del reale, nello sguardo del viso e nel pudore delle spalle. Sono corpi, finalmente, di carne. Di matrone temperate negli accampamenti di Abramo, delle giovinette pagane, figlie delle figlie di Abramo, delle Maddalene del Cristo, delle puttane irridente – e presto redentissime -, delle nuove vergini trasognate nel tempo che verrà, appena l’ultraconsumismo avrà depositato i libri mastri del fallimento, ordinando ovunque il ritorno alla rinuncia, al consumo primario della povertà, monetaria e carnale.
I nudi di Bonera sono vestiti di una pudicizia, a sua volta prigioniera di una splendida paura. Splendida, appunto, per via di quella timidezza che la esorcizza.
La femmina, a parte i cretini, incute soggezione, rispetto, forse un’esagerata proiezione del proprio ego, forse la resistenza ad immaginare l’amore per la madre, direbbero i nipotini di Freud. Per noi, gente del Dopoguerra, è l’ignoto carnale, la collina del desiderio, la concavità del serpente, il timore di uno scoppio di bomba nel posto in cui il tatto si perde nel vuoto. Bonera non disinnesca, Bonera didascalizza, con i nudi, le bombe delle femmine e si siede ad ascoltare concessioni e dinieghi. Non disponibile, lo si vede nella maturità colorata della materia, a troppi dinieghi adolescenziali. Un doppio no, probabilmente frainteso dall’impaziente Bonera, lo costrinse a un esilio pretestuosamente ragionato, con causa, effetti e movente. Con cento alibi.
Quindi, il Nostro propone i ritratti dei grandi, le fisionomie vestite della commedia umana quando si innalza a genio e riscatta il proprio ridicolo rotolare verso la consumazione.
Infine, recentemente, Bonera ha mandato all’aria la corrispondenza orale con il suo io allo specchio. L’ha sputtanato, ha begato con lui e s’è messo al centro di un’antologica apprezzata ai Santi Filippo e Giacomo a Brescia.
C’era tutta la gente della città. La sua e la nostra gente, il povero e il ricco, lo sfigato e il fortunato, ognuno colpito da un’ombra. Intorno ad Alberto ci siamo ritrovati a plaudire una classe umana, una genialità stilistica, una sapienza letteraria, una persona intorno alla quale meditare sugli splendori e le miserie della nostra terra.

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