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Botticelli sul cassone delle nozze esaltò le virtù delle donne eroiche


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 SANDRO BOTTICELLI, Storie di Lucrezia.1490-1500, tempera su tavola, 80 x 178 cm, Boston, Isabella Stewart Gardner Museum


SANDRO BOTTICELLI, Storie di Lucrezia.1490-1500, tempera su tavola, 80 x 178 cm, Boston, Isabella Stewart Gardner Museum

SANDRO BOTTICELLI, Storie di Virginia, 1490-1500, tempera su tavola, 86 x 165 cm, Bergamo, Accademia Carrara

SANDRO BOTTICELLI, Storie di Virginia, 1490-1500, tempera su tavola, 86 x 165 cm, Bergamo, Accademia Carrara

Nelle tavole con la Storia di Lucrezia e la Storia di Virginia Romana, eseguite per un cassone presumibilmente destinato alla camera nuziale di Giovanni Vespucci, Botticelli celebra le virtù della castità e della rettitudine civica; un amalgama tematico desunto da fonti romane arcaiche e già frequentato dall’artista in alcune composizioni secondarie. Lucrezia e Virginia vengono citate da Petrarca e Boccaccio quali exempla di pudicitia non estranei tuttavia, a implicazioni politiche: già Livio aveva notato come entrambe le eroine fossero cadute vittima di abusi da parte di tiranni e come la loro cruenta fine avesse innescato la rivolta cittadina contro un potere ingiusto; i drammi delle due protagoniste, squisitamente intimi, venivano dunque eletti a paradigmi universali, emblemi di un pericolo più vasto, tale da ledere la salute di interi popoli.

La glorificazione, da parte di Botticelli, di Giunio Bruto, il vendicatore di Lucrezia, avvalora del resto un’interpretazione in senso civico –oltre che privato – della composizione, peraltro densa di dettagli allegorici. In un unico spazio si addensano tre momenti distinti della tragedia: a sinistra, viene ritrattata la violenza perpetrata da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo ai danni della donna; sul lato opposto l’atto del suicidio di Lucrezia; al centro, Bruto espone il cadavere della vittima fomentando l’insurrezione contro il potere. In ciascun episodio non mancano dettagli iconografici tratti dalle Sacre Scritture o da miti romani: i fregi dei portali marmorei rappresentati alle due estremità della tavola illustrano rispettivamente le storie di Giuditta, simbolo della salvezza civile, e di Orazio Coclide, personaggio leggendario che difese strenuamente Roma dall’insediamento etrusco. Infine, nella scena centrale, si staglia una colonna classicheggiante alla cui sommità è posta la statua del David, mentre la decorazione dell’arco trionfale è dedicata alle gesta di Muzio Scevola. Un fiorentino del XV secolo non avrebbe esitato a percepire in questi dettagli un’allusione alla liceità della rivolta contro la dittatura, con esplicito riferimento alla cronaca del tempo. Che aveva visto l’esilio di Pietro Il Fatuo e la successiva istaurazione della Repubblica savonaroliana. Neppure la Storia di Virginia Romana è immune da accezioni politiche già ravvisate da Petrarca: “Virginia appresso e’l fero padre armato/ di disdegno e di ferro e di pietate / ch’a sua figlia et a Roma cangiò stato/ l’una e l’altra ponendo in libertate”. Botticelli traduce visivamente il concetto, dando vita ad una composizione strutturalmente complessa e dinamica. Anche in questo caso, gli episodi si svolgono all’interno di una grandiosa architettura: a sinistra, il ratto dell’eroina da parte di Marco Claudio; al centro della tavola, sotto un monumentale catino absidale, il lussurioso decenviro Appio Claudio che, al termine di una convulsa diatriba, dichiara Virginia sua schiava: il tiranno appare come falso sacerdote della legge, perfida inversione della figura di Cristo seduta in maestà. L’ultima scena vede l’assassino della protagonista da parte del padre, disposto a sacrificare la vita della figlia pur di preservarne la castità. La preponderanza attribuita alla ribellione civile in confronto all’esiguo spazio lasciato alla tragedia conferma ulteriormente l’ipotesi che la tavola si riferisca ai travagliati eventi della politica fiorentina quattrocentesca.

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