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Invenduto a New York Caravaggio super-periziato. Curuz : “E’ il caos creato dai vecchi caravaggisti”

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E’ rimasto invenduto, in una sessione di forte disinteresse dei collezionisti americani per gli Old master, Il ragazzo che monda un frutto, presentato il 28 gennaio 2015, da Christie’s, a New York, al Rockefeller Plaza, uno dei pochi dipinti attribuiti a Caravaggio che tornavano sul mercato. Ma a che condizioni? L’arrocco dei caravaggisti di seconda generazione – quelli giunti dopo Longhi – ha creato soltanto caos attorno all’autografia del maestro. ” Questo è il chiaro frutto del fatto- ha commentato Maurizio Bernardelli Curuz che, con la collega Adriana Conconi Fedrigolli, ha scoperto e studiato, nella bottega del maestro di Caravaggio, Peterzano, cento disegni riconducibili all’attività matura di Merisi- che molto storici si basano sulla tradizione o su percezioni extrasensoriali. Dovevano ripartire dalla tecnica e sono rimasti ad attardarsi per decenni su particolari insignificanti. Per stabilire l’autografia di Caravaggio non si può dire, come ha fatto la Gregori, che Caravaggio non ha mai disegnato. Sarebbe come dire che prima di diventare un grande musicista, Mozart non ha mai eseguito le scale, su una tastiera. Esistono invece, e la collega Conconi Fedrigolli e io li abbiamo individuati, elementi costanti che, al di là dei noti segni portati alla luce da Longhi, persistono nella produzione di Caravaggio. Tra questi elementi le puntature di mascherine. Credo che fare storia dell’arte per diritto feudale appartenga a un glorioso passato, che deve essere chiuso”. Uno degli elementi che rende incerta l’attribuzione del primo Caravaggio romano è il fatto che lavorava in collaborazione con altri pittori, per poter “far cassa”. “Lui era specialista in “teste” – prosegue Bernardelli Curuz – secondo i cronisti dell’epoca viveva grazie a tre teste dipinte al giorno. La rapidità nella stesura dipendeva, molto probabilmente dall’uso di cartoni-mascherine, che aveva portato con sè da Milano o rielaborato da vecchi disegni scolastici. Il resto veniva completato dai colleghi. Bisogna pertanto ripartire a considerare gli elementi tecnici. Ma i romantico-crociani continuano a pensare che Caravaggio sia un Dio sceso dal cielo. In realtà egli utilizzava tecniche semplicissime ed efficaci, che aveva messo a punto proprio a Milano”. Il prezzo base del quadro era piuttosto basso (5 milioni di dollari ), evidentemente sia per richiamare sul quadro un folto pubblico di collezionisti con elevate capacità di spesa che per le oggettive difficoltà di fissare, su questo soggetto un’autografia assoluta, nonostante la convergenza dei caravaggisti più ascoltati dal mercato. L’opera è un olio su tela di 65,4 x 52,9 centimetri. Di questo soggetto, esiste una decina di versioni. Quelle attribuite al maestro caravaggino sono due; questa, che non presenterebbe tracce di underdrawing -cioè disegno sottostante alla stesura – e quella della casa reale d’Inghilterra, dipinto sotto il quale sono state trovate tracce di disegno.
La testimonianza iconografica sulla produzione da parte di Caravaggio di un soggetto analogo,  viene dal cronista Mancini, contemporaneo di Merisi, il quale riferì che, durante il primo periodo romano, l’artista dipinse un ragazzo morso da un ramarro e un altro giovane che toglieva la buccia di una pera (“ e per vendere, un putto che piange per essere stato morso da un racano che tiene in mano, e dopo pur un putto che mondava una pera con il cortello ”; Considerazioni sulla pittura , c. 1617-21, quoted in The Age of Caravaggio , op. cit. , p. 220).
Il biografo di Caravaggio Giulio Mancini (1559-1630) riporta che il giovane artista dipinse questa composizione mentre viveva nella casa di monsignor Pandolfo Pucci da Recanati, che l’artista aveva sprezzantemente soprannominato “Monsignor Insalata” a causa della sua abitudine di servire pasti costituiti interamente di insalata. Mancini scrive che durante questo tempo, Caravaggio dipinse copie delle immagini devozionali e opere destinate ad essere vendute sul mercato libero.


Caravaggio realizzò allora più versioni dei suoi soggetti per soddisfare la domanda del mercato, una pratica che avrebbe abbandonato più tardi nella sua carriera. Si è tentati di identificare il dipinto, o un’altra versione autografa di esso, come il “ragazzo che sbuccia una mela”, menzionato in una lettera che descrive le opere confiscate allo studio del cavalier d’Arpino nel 1607 da papa Paolo V per il nipote, cardinale Scipione Borghese, grande collezionista, ma qui il termine “tavola” non lascerebbe intendere perfettamente se lo scritto si riferisca al piano d’appoggio del giovane o al sopporto del dipinto. Un’altra versione di questa composizione è stata registrata in una lettera del 1608 da Lorenzo Sarego di Perugia nella collezione di Cesare Crispolti. Nella lettera , Sarego descrive al cardinale Scipione Borghese di Roma i dipinti nella tenuta di Crispolti, tra cui: “… un dipinto di Michelangelo Caravaggio, vivente, che è una figura di un giovane visto dalla cintura in su, che si stacca una pesca. In olio “(Archivio Segreto Vaticano, Carte Borghese 54/5). Oggi, almeno dieci versioni della composizione di Caravaggio sono note. Il presente lavoro, così come la versione della Collezione Reale di Hampton Court, sono generalmente considerati i migliori esempi superstiti, “e non c’è motivo di supporre – scrivono gli storici di Chriestie’s – che solo una versione autografa sopravviva”.


Il Ragazzo che monda un frutto, all’asta da Christie’s ha una provenienza illustre, essendo appartenuto a Sir Joshua Reynolds, nel tardo 18 ° secolo. Reynolds ha esposto il lavoro a Haymarket nel 1791, con l’attribuzione a Murillo. L’opera passò poi nella collezione del conte di Inchiquin, che aveva sposato la nipote di Reynolds. Nel corso del secolo successivo il dipinto ha trovato collocazione in numerose collezioni fino a quando è apparso nella vendita Christie della collezione Hart, nel 1927, con l’attribuzione a Le Nain. Nel 1952, il dipinto apparteneva a SF Sabin, ed è stato esposto al Park House, infine, con la corretta attribuzione a Caravaggio (Londra 1952,). Roger Hinks è stato il primo a pubblicare il presente lavoro come la versione originale citata da Mancini (1953). Mentre il suo status autografo è stato contestato da alcuni nel corso degli ultimi decenni, molti studiosi sostengono l’attribuzione a Caravaggio, tra cui Sir Denis Mahon, Barry Nicolson, John Gash, Luigi Salerno, Mina Gregori e Beverly Louise Brown.

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