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C’e’ un’enciclopedia su quelle pareti


Il mese di OttobreGrazie ad un intervento di restauro durato quasi dieci anni, coordinato da Andreina Draghi, nel Monastero dei Santi Quattro Coronati al Celio di Roma è stato riportato alla luce un capolavoro inestimabile di arte pittorica, ignorato per secoli: uno straordinario ciclo di affreschi risalenti alla prima metà del XIII secolo, dall’insolito (per un edificio religioso) tema laico-allegorico, che si dipanano per oltre trecento metri quadrati nella parte superiore dell’Aula gotica del complesso monastico, a ornare le due ardite campate a crociera.
Si tratta di uno splendido apparato decorativo, reperito sotto una coltre di tempera azzurro-lilla, che immediatamente si è meritato l’appellativo di “Cappella Sistina del Medioevo” e che sembra aver riaperto la questione intorno alla reale primogenitura del rinnovamento della lingua pittorica italiana, rivoluzionando le convinzioni fin qui storicizzate che assegnavano il primato nella pittura duecentesca alla scuola fiorentina, la quale aveva la sua massima esemplificazione negli affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi.

Si tratterebbe insomma dell’individuazione di un’inedita lezione stilistica tutta romana, dispensata nientemeno che ai campioni dell’arte toscana Cimabue e Giotto, e che, peraltro, parrebbe avvallare la teoria avanzata anni fa da Federico Zeri che aveva riconosciuto nella chiesa superiore di Assisi la mano del pittore romano Pietro Cavallini, piuttosto che quella dello stesso Giotto.
Un importante volume in uscita da Skira (realizzato con il sostanziale contributo di Dexia Crediop), raccoglie le conclusioni scientifiche del restauro e della scoperta del ciclo, offrendo una mappatura completa degli affreschi che lo compongono oltre che un’analisi storico-critica sia dei contenuti iconografici, sia delle scelte tecniche e stilistiche, andando a riscrivere un intero capitolo della storia dell’arte in età medievale.
L’apparato scenografico che colpisce lo sguardo dell’osservatore riunisce una virtuosistica invenzione narrativa alla superba vitalità cromatica: lo sviluppo iconografico racchiude una sorta di summa, di antologia dello scibile, attraverso la proposta di un repertorio completo di soluzioni figurative, che insistono sulle personificazioni allegoriche, ma che attingono a piene mani anche dall’aneddotica della vita quotidiana, dove spiccano soluzioni restituite con efficace realismo. La decorazione, che si snoda orizzontalmente lungo le pareti delle campate, appare delimitata lateralmente da bordure ricche di motivi floreali e vegetali.

 
Nella campata meridionale si ritrova, entro archi inflessi formati da code di delfini, la sequenza delle allegorie dei dodici Mesi e delle attività agricole che li contraddistinguono, a partire dalle quali si sviluppa un sistema figurativo in verticale che propone dapprima i Vizi, connotanti l’attività umana esemplificata dalle occupazioni agricole svolte durante l’anno, e, al di sopra di una trabeazione con mensole di taglio prospettico dove poggia un campionario di volatili, le figure delle Arti liberali, proposte secondo l’antica divisione del trivium e del quadrivium, in base alla quale era organizzato il sistema del sapere medievale.
Il raccordo tra le pareti e la volta si risolve con una composizione piuttosto articolata: nei pennacchi sono affrescati quattro Talemoni e al disopra viene affrontato il tema delle Stagioni, effigiate come figure maschili, mentre nei costoloni delle volte sfilano i tre Venti, che, secondo il modello senechiano, caratterizzano ogni stagione. Al di sopra, entro tre cerchi concentrici, come una specie di diagramma cosmografico, sono raffigurati in successione un Paesaggio marino, che plausibilmente stava ad indicare i confini del mondo secondo il modello classico, lo Zodiaco, di cui rimangono in realtà solo cinque segni
– Acquario, Capricorno, Pesci, Toro e Scorpione -, posti in corrispondenza delle relative stagioni, e le Costellazioni, di cui però la caduta dell’intonaco della volta ha determinato la perdita del ciclo fatta eccezione per Andromeda.
La campata settentrionale, contraddistinta dalla presenza di due nicchie affrescate internamente, presenta un infittimento degli elementi figurativi: spiccano numerose personificazioni delle Virtù e delle Beatitudini raffigurate in abiti militari ma non armate, che recano sulle spalle le figure dell’Antico e del Nuovo Testamento e dei Santi distintisi nell’esercizio della Virtù raffigurata. La teoria delle virtù è interrotta al centro dall’immagine di Re Salomone, preceduto dalle figure veterotestamentarie e seguito dai rappresentanti dell’Ecclesia. Il programma iconografico prosegue nel registro superiore con le immagini di Mitra tauroctono e di due figure maschili, che ricordano l’immagine delle personificazioni dei Fiumi. Al culto pagano di Mitra si contrappongono le immagini di respiro cristiano, il Sole e la Luna, simboli di Gesù Cristo e della Chiesa.


Come scrive nel suo saggio Andreina Draghi, “è dunque affrescata una sorta di summa etica che palesa la natura limitata dell’uomo in uno spazio e in un tempo governati dall’ordine divino; la difficoltà del percorso, costellato di conflitti, per giungere alla conoscenza di Dio; la funzione insostituibile della Chiesa nell’indirizzare e governare questo tragitto travagliato e inquieto”.
Dal punto di vista stilistico, i dipinti presentano in un linguaggio unitario elementi classici, bizantini, meridionali e gotici francesi, e anche importanti analogie con gli affreschi della Cappella di San Gregorio nel Sacro Speco di Subiaco, risalenti al 1228, e soprattutto con le immagini che decorano la Cappella della Cripta del Duomo di Anagni (1231) ascrivibili al cosiddetto Terzo Maestro di Anagni, ovvero all’insieme di pittori che costituivano il suo laboratorio, formidabili per la forza espressiva e la sintesi con cui costruiscono la composizione.
Il ciclo dei Santi Quattro Coronati, dunque, può essere collocato in una posizione immediatamente successiva del percorso stilistico che aveva intrecciato le manifestazioni artistiche di quelle località (dove i cantieri erano di committenza papale, o comunque assai vicina a questa cerchia), sebbene rispetto agli altri due cicli presenti numerose divergenze, quali una rilevante immissione di elementi appartenenti alla tradizione classica, un senso nuovo dello spazio e una profonda capacità narrativa, profondamente gotica. Con molta probabilità, la realizzazione risale ad un periodo compreso tra il quarto e quinto decennio del XIII secolo, ed è considerabile come esito urbano della vicenda pittorica provinciale di Subiaco e Anagni, che conoscerà il suo sviluppo a Roma con Pietro Cavallini e a Firenze con Giotto.
Tra l’altro è singolare osservare che, nonostante il ciclo sia stato eseguito all’interno di un monastero, la complessa iconografia che lo attraversa è di tema laico. Vi si ritrova infatti un repertorio figurativo allegorico nel quale, per la prima volta, si illustra una summa enciclopedica del tema delle Virtù, dove in particolare viene esaltata la Giustizia, quella papale, in una sorta di risposta agli affreschi della Porta di Capua realizzati su commissione dell’antagonista per eccellenza, Federico II.

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