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Cervello pittore


di Luca Francesco Ticini

Luca Francesco Ticini, autore di questo articolo, è vicepresidente fondatore del Comitato per la promozione delle neuroscienze di Trieste, membro dell’Institute of Neuroesthetics di Londra e Berkeley (California) e della Società italiana di neuroscienze. La passione per l’arte lo ha condotto all’University College of London per approfondire i temi del rapporto fra le diverse forme artistiche e la fisiologia del cervello. E’ ideatore di una mostra di prossimo allestimento che approfondirà questi argomenti, con collaborazioni internazionali e l’apprezzamento della Presidenza della Repubblica.

L’essere umano, già dall’alba della Preistoria, ha dimostrato di essere un ottimo artista. La sua fantasia creativa ha sempre trovato espressione nell’arte fin dai tempi più antichi, quando dipingeva sulle fredde pareti delle caverne e modellava piccole veneri di creta. Poiché la pittura, la scultura, la musica e le altre forme d’arte sono un prodotto così esclusivo dell’uomo, vale la pena approfondirle per comprendere meglio la nostra natura. A questo scopo, recentemente è nata la “neuroestetica”, una nuova disciplina che si propone di indagare a tutto campo sull’uomo rivolgendosi, in particolare, alle diverse espressioni artistiche in rapporto alle neuroscienze. Capire di più sul rapporto fra l’arte e la nostra mente (e quindi il nostro cervello) è molto importante se consideriamo che grazie ad essa siamo in grado di provare emozioni, immaginare, costruire associazioni e, naturalmente, creare o apprezzare un lavoro artistico.

La pittura come strumento d’indagine
I neuroscienziati, fino ad ora, hanno accumulato un vasto repertorio di conoscenze sulla fisiologia e sull’organizzazione del cervello, soprattutto per quanto riguarda la vista. In quest’ambito, siamo pienamente coscienti del fatto che l’artista figurativo, mentre dipinge, esplora ed utilizza le potenzialità del proprio cervello, talvolta sfruttandone anche i limiti. L’opera pittorica, ossia il risultato di questo studio, è così divenuta un originale strumento d’indagine scientifica ed una nuova finestra per ammirare la meravigliosa bellezza del nostro cervello.


Variabilità e percezioni comuni.
Di fronte ad un’opera d’arte di qualsiasi genere, ognuno di noi ha una diversa esperienza estetica. I sentimenti, i ricordi, il piacere che possiamo percepire, possiedono un forte carattere individuale perché collegati a diverse componenti: genetiche, ambientali e formative. Mentre tale variabilità rimane ancora un campo pressoché sconosciuto, le ricerche hanno identificato il processo d’origine di alcune percezioni elementari e comuni in ognuno di noi. Esistono, infatti, diverse aree che si attivano in modo analogo in tutti gli esseri umani quando sono di fronte al medesimo oggetto. Questa base comune ci pone di fronte all’arte sullo stesso piano interpretativo permettendoci di comunicare impressioni ed emozioni profonde che talvolta non siamo in grado di esprimere a parole. In questo modo un’opera, come per esempio la “Pietà” di Michelangelo, supera le barriere temporali e culturali e diventa universale.

In futuro…
Oggi la neuroestetica si occupa principalmente d’arte, ma senza dubbio in futuro prossimo affronterà anche altri campi come la religione, la morale e la giurisprudenza. Si cercheranno così, per vie nuove, le risposte a vecchie domande fondamentali per l’uomo che cerca di capire se stesso, il suo passato ed il suo futuro.

L’immagine scomposta
Le immagini che percepiamo non sono per nulla una riproduzione fotografica mentale del mondo, bensì un’attiva elaborazione ed interpretazione della luce che, una volta riflessa dagli oggetti, è proiettata sulla rètina, all’interno dell’occhio. Qui, i segnali luminosi sono convertiti in impulsi elettrici. Attraverso vie differenti l’immagine è scomposta nelle sue caratteristiche come il “colore”, il “movimento”, la “forma” e lo “spazio”. In seguito, le informazioni ricavate raggiungono alcune aree cerebrali specializzate nella loro diversa elaborazione. Successivamente, il tutto è ricomposto nella percezione complessiva che siamo abituati a vedere. La produzione artistica di un pittore o di uno scultore è necessariamente legata a questi processi cerebrali e, nel caso in cui sia compromesso il funzionamento di una zona del cervello, anche la percezione ad essa relativa è persa. Per esempio, se il cervello perde per qualche motivo la capacità di elaborare il colore, il valore estetico di molti dipinti, come ad esempio un quadro impressionista, diminuisce grandemente. Molti artisti moderni, nei loro tentativi di semplificazione, hanno diviso l’esperienza visiva in elementi come il “colore” e la “forma” in un modo sorprendentemente simile a quello usato dal nostro cervello nel trattare l’informazione. Quindi, la gran parte delle regole dell’arte sarebbe determinata dalla fisiologia cerebrale che l’artista esplora inconsciamente.

Il colore, simbolo “costante”
Il colore, oltre a permetterci di acquisire conoscenza sull’ambiente che ci circonda, ci consente di apprezzare molte opere d’arte. Tuttavia, come disse Picasso, il colore è un simbolo ed è generato dalla mente come frutto di un processo complicato che è un’interpretazione delle relazioni fra i segnali che provengono dai recettori sulla rètina. Il colore ci aiuta a conoscere le caratteristiche delle superfici degli oggetti che ci circondano, anche quando si trovano in condizioni di diversa illuminazione. In primavera, quando camminiamo in un bosco o in un parco cittadino, siamo abituati a vedere le foglie degli alberi “verdi” a mezzogiorno come al tramonto. Ciò ci sembra ovvio, ma non lo è. Infatti, in ognuna di queste situazioni la luce che illumina le foglie non è la stessa, così come non lo è la luce che riflettono: ciò che percepiamo è sempre il verde, anche quando durante il tramonto è presente molta più luce rossa. La costanza del colore oggi è molto studiata dai ricercatori, perché senza di essa gli oggetti non manifesterebbero sempre il medesimo colore ma, nell’arco della giornata, ne assumerebbero di diversi.

Che emozione una fragola gialla
Durante la vita d’ogni giorno, siamo abituati ad associare un colore ad una determinata forma. Di conseguenza, siamo capaci di identificare le cose che ci circondano in modo più immediato: una fragola è sempre rossa e una banana è sempre gialla. Che cosa avviene nel cervello umano se coloriamo gli oggetti in modo diverso dall’usuale? Quale reazione ci provoca vedere una fragola gialla o una banana rossa? Il nostro cervello risponde a queste novità con sorpresa perché non trova riscontro di ciò che vediamo in alcuna rappresentazione nella memoria. Alcuni artisti come Matisse e Derain, colorando spiagge, monti e palazzi con tinte “sbagliate”, liberarono il colore dalla forma a cui è comunemente associato, riuscendo a dargli un potere espressivo ed emozionale maggiore. Nelle loro opere pittoriche essi hanno inconsciamente fornito ai neuroscienziati un interessante spunto per indagare sulle reazioni del nostro cervello in queste condizioni e le sue elaborazioni nei confronti di forme e colori.

“Quando finisco il blu, uso il rosso”
E’ una celebre affermazione di Picasso. Il maestro catalano dipinse alcune opere solo con il colore blu, che, per riuscire a dar forma e tridimensionalità agli oggetti, utilizzò nelle sue diverse gradazioni. L’artista sfruttò, quindi, le differenze di luminosità, dimostrando quanto questa sia importante nella percezione della realtà. La fisiologia ci spiega il motivo per cui la presenza del solo blu non compromette il riconoscimento del soggetto rappresentato: la percezione dell’organizzazione spaziale e della forma dipendono quasi esclusivamente dalle differenze di luminosità e non dai colori. Il cervello, inoltre, considera separatamente queste caratteristiche elaborandole indipendentemente in aree ben separate. Per questo motivo anche in arte la luminosità ed il colore giocano due ruoli distinti.

La forma astratta
L’arte moderna, in generalmente tende all’astrazione, cercando, come scrisse Mondrian, di allontanarsi dalla “bellezza complicata della forma”. Il processo d’astrazione si sviluppa attraverso tappe successive di ricerca che portano gli artisti a comporre opere caratterizzate sempre più da linee rette e colori primari: rappresentazioni della forma e del colore impossibili da ridurre ulteriormente. Mondrian, chiedendosi quali fossero i costituenti essenziali delle forme, giunse alle linee verticali e orizzontali, che divennero la prevalente caratteristica delle sue composizioni: la linea come punto di partenza per costruire le forme e punto d’arrivo della loro scomposizione. Mondrian anticipò, a sua insaputa, ciò che i fisiologi scoprirono cinquant’anni dopo: l’esistenza di particolari neuroni che rispondono selettivamente a quel tipo di linee (rette) e che per questo sono considerati i mattoni di base per la percezione della forma.

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