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Prospero Antichi o Prospero Bresciano – Stile, opere, biografia ed errori relativi all’amicizia con Caravaggio

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Era bresciano l’inseparabile amico di Caravaggio, come lui pittore, e complice di ogni sua birbanteria nei vicoli, nelle taverne e nei bordelli della Roma a cavallo tra Cinque e Seicento? Prospero – così si chiamava – è ritenuto originario di Brescia da alcuni studiosi, come ad esempio Evelina Borea e Giovanni Previtali, curatori della riedizione delle Vite di Giovan Pietro Bellori (Einaudi, 1976). Un’ipotesi errata. Il sodale di Michelangelo Merisi di cognome faceva Orsi, di pseudonimo Prosperino delle Grottesche, ed era romano. L’equivoco nasce dalla presenza nell’Urbe, nello stesso periodo, di un altro Prospero artista, questi sì bresciano: Prospero Antichi.

L’Antichi (secondo fonti diverse, il cognome sarebbe invece Scavezzi) era uno scultore di qualità, assai richiesto dalla committenza. Nato attorno alla metà del XVI secolo, forse allievo del Sansovino, egli – racconta Giovanni Baglione – “venne giovinetto a Roma, e diedesi a studiare le belle opere di questa Città così antiche come moderne, e ciò fu nel Pontificato di Gregorio XIII, dove egli fece gran profitto. Indi applicò l’animo alla dottrina dell’anotomia sì che valente huomo egli ne divenne, del che testimonio fanno quelle belle Notomie, che di lui girano così grandi, come piccole, e in questo genio grandemente prevalse, e con buon disegno vi espresse alcune figurine tanto graziose, e belle, che da gl’intendenti desiderar più non si potea”.

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Prospero Antichi (o Antonio Carra), San Lorenzo. Brescia, chiesa di San Lorenzo

 Prospero Antichi e Leonardo Sormano, Mosè. Roma, fontana dell’Acqua felice

Prospero Antichi, i Leoni dell’obelisco di piazza San Pietro

Prospero Antichi, Angeli reggenti torcieri. Città del Vaticano, Cappella Paolina

Sisto V in preghiera, incisione (dell’autore?) da un modello o bozzetto di Prospero Antichi

 

In qual modo fosse divenuto un asso dell’anatomia, ce lo spiega nei suoi Elogi Historici Ottavio Rossi. “Prospero Bresciano rubbava corpi morti e degli smembrati dalla giustizia e portandoseli a casa se ne serviva per immagini del suo studio. Nondimeno piaceva il suo umore al papa, e benché tutti aborrissero il suo studio non v’era chi non lodasse la sua virtù, che prendeva vita immortale dalla orribilità degli estinti cadaveri”.

Tipo originale, il nostro Prospero. Ed un bel caratterino. Così, ancora, Ottavio Rossi: “Di costumi fu ruvidissimo in maniera che, ritiratosi in Roma, e lavorando nelle Logge del Vaticano, schivò la stessa conversazione di suo padre, che apposta partitosi di Brescia era andato a vederlo e per rallegrarsi della famosa virtù”.

Già, la famosa virtù. Egli – aggiunge Rossi, forse con un po’ di esagerazione – “emulò la gloria de’ maggiori scultori del mondo”. Dopo aver eseguito, tra l’altro, gli angeli, reggenti torcieri, per la Cappella Paolina, la sua prima commissione di prestigio, nel 1585, fu quella per la tomba di Gregorio XIII, in San Pietro, “con una figura – scrive Baglione – più grande del vivo in atto di benedire il Popolo, molto vivace con altre figure intorno tutte di stucco, con animo di porre quei modelli in marmo o in metallo”. Un’intenzione che non si concretizzò, purtroppo: gli stucchi rimasero tali, senza mai trasformarsi nel più nobile materiale a cui sembravano destinati.

Fu quindi la volta, nel 1586, dei quattro leoni in bronzo sui quali poggia l’obelisco di piazza San Pietro. Filippo Magi vi ha rintracciato la firma dell’autore, “Brixianus”, interpunta di stelle. Se Cesare D’Onofrio definì gli animali “orrendi, con otto corpi et otto code, piuttosto somiglianti a lucertole”, Mario Dell’Arco ha sostenuto, a difesa di Prospero, che “quando furono posti in opera erano leoni come tutti gli altri. Nel prosieguo del tempo, vuoi l’assestamento dell’obelisco, vuoi la scossa di terremoto, vuoi il cedimento dei quattro astragali alle spalle, tutto il peso ha finito per gravare su di essi: sicché il loro corpo s’è diviso in due corpi simmetrici”.

Nel 1587 partecipa alla realizzazione del bel Presepe della Cappella Sistina in Santa Maria Maggiore. Dello stesso anno è il progetto del Mosè, destinato a segnare drammaticamente la sua esistenza.

Rileggiamo insieme la cronaca di Giovanni Baglione. “E lavorò anche una statua grande maggiore del naturale di un Moisè, che fu posta nella nicchia in mezo alla facciata della mostra dell’acqua Felice a Termine; ma in ciò non diede gusto a veruno, tanto più che da lui gran cose si aspettavano; e la cagione dell’errore fu, che lo volse lavorare colcato in terra, dove egli non poteva scorger le vedute, e le alterazioni de’ siti; e con tutto, che fusse avvertito da gli amici, punto non dava lor fede, e così dalla sua ostinazione rimase ingannato, e fece stupire tutti li professori del disegno, che un huomo tanto studioso, come egli era, commettesse un errore così grande, massimamente nella scoltura, che ha le sue misure, le quali non possono errare, se non per non voler prezzare il consiglio altrui, e per mera caponeria dell’artefice. Et in questa statua perdé egli tutto l’honore che haveasi acquistato per li tempi andati in tante, e sì nobili fatiche. Prospero nondimeno voleva con grand’hostinatione a tutti mostrare che questa statua era proporzionata, e bella, ma finalmente scorgendo che ciascheduno ne diceva male, di sì fatta maniera accorossi, che gli venne un humore malinconico, il quale atterrollo, e in breve il mandò all’altra vita; e morissi in casa del Signor Fulvio Orsino, amatore de’ Virtuosi”.


Una versione avallata da Ottavio Rossi (il quale parla di una figura che “riuscì sproporzionata nell’altezza”, per cui lo scultore “morì di travaglio ne i vint’otto anni”), che contribuisce a tratteggiare il profilo di un artista testardo, dalla personalità difficile, e certo non troppo fortunato nei momenti cruciali della carriera.

In realtà, il resoconto appare piuttosto fantasioso. In particolare, l’esistenza in vita di Prospero Bresciano è documentata sino al 1592, anno in cui egli fece causa ad un tizio, Orlando Lando, per il furto di un grosso quantitativo di cera e di bronzo che gli erano serviti per l’esecuzione dei famosi leoni dell’obelisco.

Così dichiara l’Antichi nella querela, riportata dal Bertolotti nel suo Artisti lombardi a Roma: “Mi ritirai in casa del sig. cardinale Santa Croce bona memoria per quattro o cinque dì et in questo spatio detto M.o Orlando mi rubbò dalla mia camera lì al monte di S. Spirito circa 200 libre di cera roscia, havendo pure fatta fare una chiave falsa che apriva la detta camera. (…) Per di più, questo Orlando vendette l’una parte di questa cera a M.o Ludovico Ciciliano (si tratta di Ludovico del Duca, il fonditore in bronzo delle sculture, ndr), il quale riconobbe detta cera esser mia perché era stata di quella che haveva servito per modello delli quattro leoni della guglia di San Pietro. (…) Et in quel tempo che noi tragettammo detti leoni ci avanzò a me et a detto M.o Ludovico circa a tre migliara di metallo in più pezzi, et perché questo Orlando haveva già la prattica della fondaria che era un rinchiostro et luogo murato, serrato a chiave, ci robbò da 50 libbre di detto metallo in più pezzi che lo vendette ad uno che fa bottega di ottonaro”.

Ma torniamo alla vicenda del Mosè. Se non corrisponde al vero che Prospero sia morto di crepacuore per il naufragio dell’ambizioso progetto, sicuro è che la sua luminosa stella si offuscò irrimediabilmente. La commissione gli fu tolta, ed affidata a Leonardo Sormano, il quale “corresse” la statua e la completò. Altre due sculture – effigianti i santi Pietro e Paolo – destinate alla Cappella Sistina di Santa Maria Maggiore, di cui l’artista bresciano aveva predisposto i modelli, furono traghettate – il San Paolo con certezza, il San Pietro con ogni probabilità – sempre allo zelante Sormano.

L’Antichi visse ancora qualche anno, forse sino al 1599. “L’ultimo suo lavoro – annota Nava Cellini – sembra sia stato il modello di un Crocefisso per la chiesa del Gesù, che non fu da lui fuso per la sopravvenuta morte (sfortunato fino alla fine, insomma…), ma in seguito fu adoperato da Paolo Sanquirico per il Crocefisso bronzeo della Cappella Sacchetti in San Giovanni dei Fiorentini. La bellezza di quest’opera – continua la studiosa, – morbida per passaggi chiaroscurali e naturalistica nell’anatomia, testimonierebbe efficacemente dell’eccellenza di Prospero nel modellare e del suo indirizzo stilistico veneto-lombardo”.

Va aggiunto che il Nostro si sarebbe misurato pure con il linguaggio pittorico. Controversa è l’attribuzione di un ciclo di affreschi nel Palazzo Donato a Murano, nonostante Anton Maria Zanetti, nel suo Della pittura veneziana, affermi: “Io credo che questo sia quel Prospero istesso che lodasi molto dal Baglione come buon artefice in far figure di stucco e di marmo”. E se il Boschini lo definisce “valoroso pittore in Venezia”, ecco la recentissima scoperta di Simona Cappelli, che alcuni mesi fa ha assegnato all’Antichi la Madonna del Silenzio, tavola conservata alla Galleria Corsini di Roma ed ispirata a un disegno di Michelangelo. Si conosce poi un’incisione, da lui firmata, con l’immagine di Sisto V in preghiera, ma potrebbe trattarsi di una stampa eseguita da altro autore sulla base di un suo modello o bozzetto.

Esisterebbe, per concludere, una traccia dell’attività scultorea di Prospero Bresciano nella terra natale. Egli contende infatti ad Antonio Carra la paternità della statua di San Lorenzo sulla facciata della chiesa omonima di Brescia.

L’altro Prospero era famoso

come pittore di grottesche

 

Prospero Orsi, l’amicone di Caravaggio, era un abile autore di grottesche. Il celeberrimo cesto di frutta di Michelangelo Merisi venne realizzato dal maestro lombardo proprio ridipingendo una di esse, come emerge dalle radiografie del capolavoro

 

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