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Che meraviglia, queste copie sono originali

intervista di Enrico Giustacchini

Claudio Strinati, Soprintendente ai Beni artistici e storici di Roma, è il curatore – con Rossella Vodret – della mostra “Guercino e la pittura emiliana del ‘600. Capolavori dai Musei romani”, in programma a Palazzo Zabarella di Padova.

guercinoUn Guercino che si credeva una copia e che invece si rivela di mano del Maestro. Un “Ritratto di giovane” mai fino ad ora esposto al pubblico e per il quale si è fatta strada – e con valide ragioni – l’attribuzione ad Annibale Carracci. Perfino un dipinto famosissimo come la “Beatrice Cenci” “promosso” quasi certamente quale autografo di Guido Reni. Professor Strinati, ci può dire che sta succedendo a Roma?
Succede che finalmente opere sino ad oggi sepolte nei depositi comincino ad uscirne. E che, ad attenderle, ci sia il laboratorio del restauratore. Prendiamo il Guercino cui lei faceva riferimento. Si tratta del “San Girolamo in atto di sigillare una lettera”, conservato dagli anni Venti all’Accademia dei Lincei e ritenuto una copia di scuola bolognese della nota tela della Collezione Patrizi. Invece, quando il quadro, nei mesi scorsi, è stato “recuperato” e sottoposto a restauro proprio in vista dell’esposizione di Padova, è emerso che ci si trovava di fronte non ad una copia, ma ad una seconda versione originale del Maestro. L’attribuzione è stata resa possibile dall’intervento di ripristino di un’opera alquanto rovinata, e appesantita da ridipinture che ne alteravano radicalmente la qualità complessiva; ed è stata confermata a seguito di accurate verifiche documentali effettuate su inventari secenteschi ed ottocenteschi.
Si tratta di una versione più o meno importante di quella della Collezione Patrizi?
Altrettanto importante, direi. Diversa – in particolare per la tipologia di stesura cromatica – ma non inferiore: anzi.
La mostra di Padova – che verrà riproposta a Roma, a Palazzo Barberini, in primavera – mette a confronto la produzione di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino con quella degli altri pittori emiliani del XVII secolo. Ed è a tale contesto che vanno riferite le ulteriori, clamorose novità in fatto di attribuzioni.
Esattamente. Lei ha citato il “Ritratto di giovane”, che tradizionalmente si assegnava al Tintoretto e che ora si è propensi a ritenere invece di Annibale Carracci. In mostra c’è però pure quella “Adorazione dei pastori” attribuita via via nel tempo a Jacopo Bassano, ad un anonimo pittore di scuola veneta, ad Annibale e quindi ad Agostino Carracci. Oggi ci sentiamo di riconfermare l’ipotesi che l’autore sia Annibale, anche se attendiamo in argomento la conferma degli specialisti. E c’è, infine, una terza nuova proposta attributiva ad Annibale Carracci, che riguarda una “Madonna con il Bambino”.
Novità rivoluzionarie pure per quanto concerne un quadro popolarissimo quale il “Ritratto di Beatrice Cenci”. Una tela assurta a mito del Romanticismo, che in questa figura di adolescente, condannata e giustiziata per aver ucciso il padre colpevole di mire incestuose nei suoi confronti, aveva individuato una vicenda emblematica della tragicità della vita e del destino. Ma, altresì, una tela senza padroni, ritenuta copia di un artista di scuola reniana, e neppure di gran pregio. Fino a quando…
…fino a quando, anche in questo caso, gli esiti del restauro non hanno mutato decisamente la prospettiva. Riportata alle condizioni originarie, la “Beatrice” ha palesato strepitose doti esecutive, che hanno fatto subito gridare al capolavoro, e ad un capolavoro il cui autore non poteva essere un allievo o un imitatore, ma lui, il Maestro, Guido Reni in persona.
La mostra – rivelazioni eccezionali a parte – si segnala pure come efficace bussola con cui affrontare il viaggio alla scoperta di un pittore, qual è Guercino, forse non ancora conosciuto ed apprezzato secondo i suoi meriti, almeno dal grande pubblico.
L’artista è rappresentato in mostra da dipinti di notevole livello. Oltre al “San Girolamo”, citerei almeno la “Allegoria della Pittura e della Scultura”, la tarda, monumentale “Flagellazione”, e soprattutto il “Saul contro David”. Un quadro, questo, dove Giovan Francesco Barbieri tocca probabilmente il vertice massimo della creatività; un’opera che definirei “illuminante” di un intero percorso. La critica si è da sempre divisa su una questione di fondo: la maturità del Guercino – caratterizzata da un avvicinamento agli schemi classicisti, tra levità tonali ed essenzialità di forme – fu decadenza od evoluzione del genio? E’ proprio davanti al “Saul contro David” che io mi sento di rispondere: fu evoluzione, e che evoluzione.
E pur tuttavia, si continua ad opporre alla figura del Guercino quella del suo maggior rivale, Reni, per dire di un classicismo – il classicismo reniano – in contrasto con il “romanticismo” del Barbieri. E’ d’accordo con tale interpretazione?
Non si può non esserlo, se per classicismo intendiamo concentrazione sull’immagine più che sul racconto, espressione di un sentire prevalentemente contemplativo. E’ indubbio che Guercino si proponga invece quale “pittore-oratore”, mosso nella propria attività da un pressante gusto per la narrazione. Un gusto, un piacere che permane anche nella maturità. E’ un fatto di inclinazione, più forte delle mode, delle opportunità e delle influenze.
Un altro aspetto che l’evento espositivo individua è quello che attiene alla bottega del Guercino. Una bottega di ottimo spessore.
E’ vero. Guercino vanta validi discepoli. In mostra c’è ad esempio un dipinto di Cesare Gennari, uno dei tre nipoti-seguaci – gli altri furono Lorenzo e Benedetto – del Maestro. Si tratta di una fra le sue poche opere certe – la firma è “riapparsa” sulla tela durante il restauro -: una “Allegoria della Pittura” che rimanda inevitabilmente al confronto con il dipinto di analogo soggetto del celebre zio, la già ricordata “Allegoria della Pittura e della Scultura”.
E come esce, il nipote Cesare, da tale confronto?
Direi benone. Certo, la pittura di Cesare Gennari non può prescindere in alcun modo da quella del Guercino, suo faro-guida – come ci tramandano i biografi – sin dalla tenera infanzia. Egli è il più classico e fedele dei discepoli, insomma: e tuttavia è un buon discepolo, che ha assorbito tecnica e poetica del Maestro, entrando al meglio nello spirito dello stesso.
La mostra suggerisce, mi sembra, un’idea di Guercino come artista certo assai originale, ma tutt’altro che isolato dal contesto storico e ambientale in cui si trovava ad operare.
Infatti, e non soltanto per la vivacità della bottega. L’ambiente emiliano – e bolognese in particolare – costituì un fertile retroterra culturale, mentre molti illustri pittori coevi gli fornirono un’inimitabile occasione di confronto. A Palazzo Zabarella il visitatore può trovare – accanto a quelli della sua scuola – lavori di artisti quali i già citati Reni e Carracci, e poi Passarotti, Albani – con la “Flora con putti” -, Lanfranco – con la bellissima “Sant’Orsola” -, Domenichino, e la “Maddalena svenuta”, attribuita a Guido Cagnacci. Fra tante firme prestigiose, Giovan Francesco Barbieri riuscì comunque sempre a primeggiare. Oggi lo definiremmo un pittore “cult”. La sua fortuna durò a lungo, se è vero che a quasi un secolo di distanza, nel 1707, un altro Maestro bolognese, Giuseppe Maria Crespi, gli dedicò un commosso, partecipato omaggio eseguendo la copia della “Vestizione di San Guglielmo”. Anche l’opera di Crespi, sublime testimonianza del generale riconoscimento dell’estro guerciniano, può essere ammirata alla mostra di Padova.

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