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Claude Monet, il filmato autentico dell’artista che dipinge all’aperto. Ecco i suoi segreti tecnici


Questo è l’unico filmato che ritrae il pittore impressionista Claude Monet (1840-1926) mentre dipinge en plein air, nel suo giardino presso Giverny.
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Come dipingeva Claude Monet?  Qual era la tecnica di Monet? E la tecnica degli impressionisti? Come sono le pennellate degli impressionisti? Le modalità tecniche del grande pittore impressionista non possono essere sottovalutate in uno studio comparato che porti alla conoscenza del rapporto tra “modalità del fare” e prodotto finale. L’équipe di Stilearte, accanto a testimonianze e fonti, ha considerato la visione diretta di filmati, spezzoni e documentari che hanno come oggetto il maggior pittore impressionista, il grande occhio, la grande retina. E i risultati sono piuttosto interessanti. Nello spezzone di un antico filmato  risulta molto chiaro l’approccio alla tela del pittore ed emerge la postura assunta di fronte alla tela e la posizione della mano sul pennello, in grado di originare quelle “macchie” di colore che hanno la funzione, nella giustapposizione tonale delle stesse, di creare un movimento notevole all’interno della struttura del dipinto. Come appare dal filmato – e come è testimoniato, in modo convergente da dipinti in cui Monet è soggetto dell’opera – l’artista impugnava il pennello verso la parte estrema, quella più sottile, utilizzandolo pertanto come una bacchetta.

La distanza dall’impugnatura bassa, vicino alle setole, gli permetteva di raggiungere una minor incisività disegnativa a favore di un composizione sfocata, per macchia. La somma dei tocchi di pennello, guidato alla distanza, creava quella voluta imprecisione del segno che si componeva invece in maniera perfetta. alla distanza. Il pennello brandito come un fioretto, permette infatti di usufruire del disordine creativo provocato da una certa oscillazione e di sfocare, in una visione ravvicinata, il dipinto, affinché la somma delle sfocature divenga invece, a una certa distanza, messa a fuoco, dinamica e perfetta. L’uso di un pennello dal manico lungo – oltre ad evitare a Monet una controproducente precisione disegnativa – aveva anche la funzione di fungere da distanziatore che consentisse all’artista di stendere i colori e di vedere immediatamente l’effetto della stesura, senza dover continuamente arretrare per controllarne il punto di  messa a fuoco.

Frutto, questo, di un notevole esercizio che porta al raggiungimento di un obiettivo di estremo equilibrio sotto il profilo dell’ergonomia pittorica. Sotto il profilo della scelta del pennello possiamo notare, attraverso l’ingrandimento dei dipinti, che Monet, ma pure gli altri “compagni di strada” non usavano con frequenza setole rastremate – cioè il pennello con setole tagliare a forma di coda – ma prediligevano pennelli con setole quadrate e compatte, che hanno lasciato rettangoli e quadrati sulla superficie pittorica, che ci componeva così di tasselli di colore, simili, per intenderci, a quelli dei mosaici. Tasselli che non sono comunque giustapposti, ma che vengono poi strisciati e allungati. I dettagli venivano realizzati poi di punta o di costa, laddove l’intervento richiedesse una pennellata più minuta.

 

Se Monet impugnava il pennello verso l’estremità opposta al blocco delle setole, Van Gogh lo racchiudeva tra le dita in un punto più vicino alle setole stesse – come reggiamo una penna, per scrivere – e ciò perché la matrice formativa di Van Gogh è fortemente connotata dal disegno. Per disegnare è necessaria una precisione ottenibile soltanto se ci si avvicina alla punta della matita. Molti segni della pittura vangoghiana procedono infatti come accostamento di linee cromatiche, rette, flesse, ondeggianti, come “fantasmi della matita”. Egli utilizzava infatti una tecnica (olio su tela), mosso ancora dalle modalità d’approccio al disegno. Quindi: impugnatura ravvicinata e segno netto, leggibile. Ma torniamo al grande occhio monetiano e al rapporto mano, pennello, tela e ai tempi di stesura.  Da quanto risulta dalle fotografia o dai filmati, Monet tendeva a collocarsi non di fronte al soggetto da riprendere, ma di lato, formando un angolo retto ai cui due estremi erano collocati da un lato la tela e dall’altro il paesaggio da osservare, mentre Monet si collocava come vertice dell’angolo stesso.  Tela e oggetto della ripresa non si trovavano sulla stessa linea – e non era soltanto una questione di superare un possibile impedimento visivo causato dalla sovrapposizione tra tela e paesaggio. Monet guardava,  a destra di sé,  il soggetto da dipingere; elaborava rapidamente una sintesi – che non è mai fotograficamente mimetica come nella visione frontale – e riportava, di fronte a sé, l’impressione, attraverso il colore.

Diverso è l’atteggiamento di chi pone la tela tra sè e il paesaggio da riprodurre. Poichè questa posizione visiva consente di raggiungere più una precisione topografica che una rielaborazione dell’immagine permessa dalla visione, dallo stacco e dal successivo riporto della pennellata sul supporto.

Il video è diviso in due segmenti:  nella prima parte possiamo vedere l’artista mentre parla con un gentiluomo; successivamente possiamo ammirare Monet mentre dipinge le ninfee a lato del bacino artificiale, un soggetto per il quale l’artista è noto.



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