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Claudio Avigo

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Claudio Avigo, Notturno a Milano

Claudio Avigo, Notturno a Milano

Claudio Avigo, Tetti di Brescia dal Castello

Claudio Avigo, Tetti di Brescia dal Castello

Riflessione, contemplazione, introspezione. Su questa linea muovono le opere di Claudio Avigo (1972-1999), il cui lavoro fu proposto al pubblico negli snodi essenziali, a dieci anni dalla tragica morte, nell’antologica Paesaggi dell’anima, organizzata allo Spazio Aref di Brescia, dal 31 ottobre al 29 novembre del 2009.
Tele che dimostrano maturità e solidità, anche a partire dagli esordi, dall’aura post-impressionista, alle radici più antiche che affondano nell’humus vangoghiano fino ai dipinti che raccontano l’implacabile sublime – nel senso terrifico, burkiano del Romanticismo – delle moderne periferie urbane sigillate nell’involucro dell’oscurità. Basti pensare a Notturno a Milano e a Paesaggio di notte, in cui l’artista coglie il vigore disumanizzante e straniante del modello novecentesco, dove l’umana creazione diviene prigionia per il proprio costruttore, indice e suscitatrice di una civiltà alienata.
Luoghi che narrano, in ossimoro, la desertificazione della città e la solitudine dell’uomo (che si specchia in Fabbrica abbandonata o in Centrale termica, artificiale gigante addormentato che pulsa scandendo il trascorrere del tempo); mostri che divorano gli spazi individuali, montagne intrise di nero fumo che sfiatano malinconia.
Proprio questo è uno dei punti di forza del pittore: il trasferimento dei moti dell’anima sull’inanimato, sulla fisionomia urbana. Un’immagine del presente che necessita di essere mutata; e tale mutamento non può avvenire, per Avigo, che dopo l’esplorazione degli abissi. Sensazioni che tornano nelle vedute della natura le quali rimpastano la materia informale, traendo pastosità e succhi sulla linea che va da Moreni a Morlotti, come testimoniano i Paesaggi informali del 1998.


E proprio il 1998 è l’anno della svolta. Le cromie cambiano, i blu post-crepuscolari lasciano il posto al marrone, all’ocra, all’avorio di Fabbrica e Tetti di Brescia dal Castello. E cambiano anche i materiali. Sacchi di iuta, pezze di jeans, cartonati, rafforzano le tele dipinte. In questo caso sono Schifano e Burri le fonti sulle quali Claudio Avigo avvia la propria ricerca per trarre il necessario nutrimento che preluderà ad opere dotate di grande espressività. Una ricerca purtroppo bruscamente interrotta dalla prematura scomparsa del giovane artista.

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