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Clemente e le “storie” palpitanti


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di Enrico Giustacchini

Dopo aver intervistato nei numeri scorsi Enzo Cucchi, Sandro Chia e Mimmo Paladino, incontriamo ora l’arte di Francesco Clemente, in occasione della grande retrospettiva del pittore allestita nelle sale del Museo archeologico nazionale di Napoli. “Stile” ne ha parlato con Eduardo Cicelyn, curatore dell’evento.

d_6Francesco Clemente espone al Museo archeologico nazionale di Napoli. Quali sono state le ragioni che hanno condotto alla scelta di tale sede?
Credo che la ragione più forte sia stata il suo desiderio di tornare a Napoli. Anzi, direi di essere finalmente anche a Napoli. E’ paradossale, ma questa sarà la prima mostra di Francesco Clemente nella città dove è nato. La scelta del Museo archeologico è maturata nel luglio dello scorso anno, quando Francesco decise di accogliere il nostro invito e venne a visitare gli spazi espositivi disponibili. In fondo, per i napoletani, il Museo è l’Archeologico. Quando diciamo “Museo” nominiamo sì un luogo, quel luogo, ma anche indichiamo comunemente il centro della città. Ed è chiaro poi che il prestigio e la fama del Museo archeologico esercitano un fascino indiscutibile. Infine, nell’ambito dei lavori di ristrutturazione dell’edificio, erano state recuperate quattro grandi sale centrali, completamente autonome, che apparivano perfette per una mostra di arte contemporanea.
Ci può raccontare in sintesi i criteri utilizzati per l’allestimento e le caratteristiche delle opere in mostra?
La mostra si articola in quattro sale che l’artista ha voluto non comunicanti. Si tratta di una retrospettiva non gigantesca, considerando il numero delle opere esposte, che sono 14, ma di grande impatto visivo, per dimensioni e complessità tecniche e formali delle tele selezionate insieme con Mario Codognato. Tutte le opere provengono dallo studio dell’artista e sono state scelte con lui. Ci sono gli anni Ottanta, i Novanta, due nuove tele ancora mai esposte, dipinte tra il 1999 e il 2000 in New Mexico e quattro arazzi in jeans del 2001. Il Clemente di questa mostra napoletana offre un’immagine più cupa e a tratti anche più drammatica di quella a cui siamo stati abituati. E soprattutto, studiando le grandi superfici delle opere esposte – come si è provato a fare nel catalogo che accompagna la mostra -, ci appare con tutta evidenza che la pittura di Clemente ha accumulato negli anni, sovrapponendole e mescolandole, una mole di conoscenze e capacità tecniche che gli consentono una straordinaria libertà formale e stilistica.

Clemente è uno dei protagonisti della Transavanguardia. Che cosa lo accomuna agli altri artisti del movimento, e quali sono invece le peculiarità più rilevanti?
Lo accomuna l’uso dei mezzi tradizionali dell’arte, la scoperta o riscoperta del senso antico del fare, il ritorno al quadro come dimensione originaria e fondante dell’espressione artistica. I protagonisti della Transavanguardia condividono questo medesimo desiderio di tornare in studio a dipingere. Tra loro, Clemente sembra però il più consapevole che tra vita, storia, concetto e rappresentazione i confini siano stati abbattuti per sempre. La sua pittura si lascia attraversare da una infinità di motivi che costruiscono storie e concetti in modo palpitante e vitale dentro un tessuto di rimandi cifrati di spessore sapienziale. Non più semplicemente quadro e superficie dipinta, la tela di Clemente si offre come una profondità fluttuante tra esperienza vissuta, riflessione e rappresentazione.
Si è parlato del complesso della sua produzione come di un “monologo interiore”, che si esprime “con la cadenza imprevedibile del flusso della coscienza individuale”. Vuole chiarire ai nostri lettori questo concetto?
Mi pare che Clemente sviluppi un’idea molteplice dell’individualità, e che si tratti soprattutto di una mancanza, di vuoti, buchi, orifizi, pori, insomma di uno svuotamento, di un alleggerimento dell’io che si replica all’infinito anche attraverso il motivo ricorrente dell’autoritratto, dove ancora predominano le cavità orbitali, la bocca, le narici. Se nel flusso joyciano l’individuo si espande fino a disperdersi, frantumandosi nell’esperienza vissuta, il monologo di Clemente è quasi un ritrarsi e un implodere nella trasparenza penetrabile del segno che diventa segreto, inaccessibile ed erotico.


Tra i principali motivi ispiratori del lavoro di Clemente vanno considerati l’arte classica, quella orientale – fondamentale la sua lunga esperienza vissuta in India -, ma anche le immagini della cultura popolare contemporanea, dal cinema alla Tv. Come si concilia tale “eclettismo”?
Credo che Clemente sia un pittore moderno. L’eclettismo è la condizione culturale moderna. Non si può non essere eclettici. Il pittore vive il suo tempo e le immagini del suo tempo. La straordinarietà dell’opera di Clemente, la sua grandezza di pittore, è nell’aver creato un vocabolario visivo che gli consente una sintassi nuova e la possibilità di parlare una lingua universale, profondamente sua ma comprensibile in tutto il mondo.

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