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Così venivano puniti gli alunni-pittori nelle accademie dell’Ottocento

Venturoli_Valutazioni

Venturoli_Esami

Valutazioni giornaliere degli studenti; Esito degli esami; 1891-92. Bologna, Fondazione Collegio Artistico Venturoli

di Jessy Simonini

I documenti esposti riportano le valutazioni giornaliere e gli esiti degli esami di un ciclo di allievi del Collegio Venturoli; il periodo preso in esame è l’anno scolastico 1891-1892, durante il quale erano collegiali gli alunni Capri Cleto, Masotti Giovanni, Pasquinelli Alberto e Romagnoli Giuseppe.

I registri delle valutazioni giornaliere sono un resoconto costante e quotidiano del comportamento degli alunni, ai quali ogni giorno veniva assegnato un voto dallo zero al cinque per la condotta in Collegio. Si passa da Giuseppe Romagnoli, ligio al dovere, a cui vengono assegnate colonne su colonne di “5” (nonostante qualche occasionale e momentaneo cedimento), al “turbolento” Masotti, nella cui colonna non è infrequente l’annotazione “punito”, che appare sopra uno “0”.

La valutazione, come si è detto, era quotidiana, e si può capire che il contatto fra il valutatore e gli alunni era particolarmente stretto e costante. Le turbolenze, i voti particolarmente bassi, non devono stupirci: i ragazzi, del resto, vivevano l’esperienza del Collegio in una fase particolarmente complessa delle loro vite, indicativamente fra i 12 e i 20 anni, nel pieno dell’adolescenza. I voti di “contegno e diligenza” sono dunque spesso accompagnati da note come “insolente”, “empio”, “sfacciato”, oppure vengono riportati episodi singolari, come per esempio quelli di alunni che si addormentano durante la lezione.

Abbiamo notizia di una certa magnanimità da parte dei docenti del Collegio: sono rarissime le espulsioni e le punizioni non ci sembrano particolarmente severe. L’utile tesi di Francesca Serra, “Vita e Didattica dell’arte nel Collegio Venturoli” conservata nel Collegio stesso, riporta che le punizioni più frequenti erano “essere relegati nella propria stanza per un giorno interno, talvolta a pane e acqua” o “nel rinunciare ad una delle varie passeggiate che il Rettore organizzava abitualmente”. Ma nel migliore dei casi era sufficiente una lettera di scuse per giustificarsi del comportamento inadeguato, letta magari davanti al resto della classe.

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Giovanni Masotti (1873 – 1915), Leonardo da Vinci dipinge la Gioconda. Bologna, Fondazione Collegio Artistico Venturoli

 

Osserviamo una sostanziale identità fra le valutazioni del comportamento degli studenti e i risultati degli esami finali di quell’anno. Dalle materie d’esame emerge chiaramente l’idea di un sapere che integra gli insegnamenti artistici con lo studio di materie come “composizione italiana”, “storia della letteratura italiana”, “francesce – scritto e orale”, “storia artistica” e “storia politica”.

 Veduta di uno degli studi del Collegio Venturoli. Nell'angolo il modello dell'angelo della tomba Borghi Mamo della Certosa bolognese, di Enrico Barberi (1850 - 1941)

Veduta di uno degli studi del Collegio Venturoli. Nell’angolo il modello dell’angelo della tomba Borghi Mamo della Certosa bolognese, di Enrico Barberi (1850 – 1941)

Brilla, in tutte le materie, il Romagnoli; meno brillante, ovviamente, il Masotti, che sarà poi, in futuro, legato ad ambienti anarchici e socialisteggianti. Che la turbolenza collegiale sia in qualche modo una prefigurazione della sua futura storia personale? Ad ogni modo il sapere fornito dal Collegio era un sapere trasversale. Profondamente diverso da quello impartito presso l’Accademia di Belle Arti. Lo riporta Modonesi, con un piglio decisamente critico e competitivo, in una pagina del Diario del Segretario del 1887: “Nient’altro mi resta da dire dunque dirò come meglio posso quanto l’istruzione sia necessaria per gli artisti. Al nostro tempo la maggior parte di quelli che intenderebbero chiamarsi col nome d’artisti, escono dall’Accademia con un’ignoranza da inorridire. Appena sanno dipingere credono di essere artisti valenti e di non aver più bisogno di nulla. Quello che hanno imparato per loro basta e in questo modo ne han da saper molto! Hanno lasciato gli studi di belle lettere per dedicarsi all”arte appena terminato il corso elementare e dopo non ne hanno voluto più sapere. Come possono dunque riuscire valenti delle persone con tale istruzione? Si può dire che sanno appena leggere e scrivere e poi si lamentano se non ritrovano soggetti da trattare. Per forza bisogna che questo succeda; non hanno cognizione né storia né di al un’altra scienza quindi si attengono alla pura e semplice copia dal vero. Qual meraviglia se l’arte perisce e la pittura decade! Mancano quelli che la dovrebbero mantenere nel suo alto grado di nobiltà e in cambio si perdono a. Rappresentare mille minute volgarità (…), ne viene di conseguenza che non possono essere che puri veristi; ma il verista non si può dire artista giacchè questi non si limita alla copia del vero, ma esterna nei suoi lavori quella bellezza la quale, appunto perché concepita nella mente, dicesi ideale è la rappresenta scegliendo nel vero quei tipi e quelle forme che meglio rispondono all’idea che aveva vagheggiato nella mente…”

Gli studenti che frequentavano il Collegio ne uscivano con un’istruzione più solida e più organica rispetto ai loro colleghi dell’Accademia. Del resto, i docenti e i mezzi di cui disponeva il Collegio erano notevoli, certamente superiori rispetto a quelli dell’Accademia. Il Collegio era dotato di una ricchissima biblioteca e di un “Gabinetto di fisica e di Storia Naturale”, che consentiva anche lo studio di materie scientifiche. Nessuna divisione snowiana fra le “due culture”: ma un sapere integrato, innovativo, aperto a varie espressioni intellettuali.

L’ambiente, che si configurava come una “famiglia”, forniva numerosi spunti intellettuali e di arricchimento culturale per alunni davvero privilegiati, dotati di molte più possibilità e di una notevole libertà di espressione, elementi davvero rari e inusuali alla fine del XIX° secolo.

Ringraziamo l’editore e l’autore. Il testo è contenuto nel catalogo della mostra
Angelo Venturoli. Una eredità lunga 190 anni. tenutasi al Museo Civico di Medicina (Bologna)

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