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Come e perchè l’arte contemporanea spiazza oggetti e pubblico? La risposta al MoMA


di Stefano Maria Baratti

Dal 22 Agosto 2015 al 28 Febbraio 2016, il MoMA di New York ospita una mostra retrospettiva  intitolata “Take an object” (“Prendi un oggetto”) che passa in rassegna una serie di opere che – a partire dalla fine degli anni cinquanta fino agli inizi degli anni sessanta – ripercorrono alcune tematiche fondamentali dell’Arte Pop, Minimal Art ed Arte Concettuale basate sul linguaggio di defamiliarizzazione proposto nel 1964 dal taccuino di  Jasper Jones, dove l’artista annotava: “Take an object / Do something to it / Do something else to it. ” (“Prendi un oggetto, facci qualcosa, facci qualcosa di diverso”). Con questa frase, Jones da il via  ad un fenomeno che diverrà il leitmotiv di un’intera generazione di artisti e critici che adotteranno come motivo ricorrente un linguaggio di disengagement dalla prospettiva del luogo comune e dalla percezione degli oggetti del quotidiano.

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Nell’ambito di questo orientamento, Jones  teorizza il concetto di defamiliarizzazione  come principio di organizzazione che soggiace alla pulsione creativa di una tensione continuamente rilanciata tra oggetti e linguaggio, messa in scena del quotidiano e indifferenza annichilente e sclerotica della forza dell’abitudine. Secondo  l’artista americano, il pubblico automatizza tutto ciò che si ripete e che si ripresenta alla sua coscienza, essendo incapace di mantenere una percezione alternativa degli oggetti.  In tali frangenti, l’arte è un linguaggio che serve semplicemente a farci vedere le cose con occhi diversi, e riesce a farlo grazie a tecniche stilistiche e strutturali precise. Così facendo,  Jones da vita ad un fenomeno che permette di andare per un momento oltre lo scontato giudizio sulla banalità del quotidiano  per analizzarne un’implicazione ulteriore.

Lungi dall’essere un movimento a senso unico, la defamilializzazione dell’oggetto, da funzione pratica a prospettiva emotiva, coagula in sé la funzionalità e la spiritualità, il reale ed il simbolico, tramite una metamorfosi che decodifica  la triangolazione semiotica  significante- significato- referente, manifestando una sorta di nuova “conoscenza interna” dell’oggetto.

 

Mentre Warhol opera una sorta di elevazione all’ennesima potenza del cliché pubblicitario, a quello che è stato definito “Il luogo comune del luogo comune”,  Jones defamiliarizza il sintagma “scarpa” da un’unità formulare fissa, che veicola un giudizio preformato  di “calzatura formata da una suola che protegge il piede nella parte inferiore e da una tomaia che lo copre nella parte superiore” a  potenziale artistico, liberando l’oggetto dal proprio contesto abitudinario e funzionale e trasferendo sia forma che contenuto a forze ambivalenti  in cui si manifesta la “dualità essenziale delle cose”.

 

Come nelle opere di Warhol, la questione dello stereotipo rappresenta il primo, vero confronto dell’arte con i luoghi comuni del consumismo americano postbellico,  il messaggio di Jones  è proprio quello di “rinfrescare” la nostra visione delle cose, di spostare il nostro modo di percezione dall’automatico e pratico all’artistico, riutilizzando ed avvalorando materiali che provengono dai margini quasi invisibili dell’indifferenza del quotidiano: indumenti, arnesi, giornali, lampadine, scatole, sedie, bric-à-brac di ornamenti su mensole di camini, tavole e scaffali diventano il coagulante di un pout-pourri di tecniche, metodi e forme al quale apportano il loro contributo Robert Rauschenberg , Niki de Saint Phalle, Betye Saar, e Katsuhiro Yamaguchi.

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