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Come e perché nacquero i nudi di gruppo di Vanessa Beecroft


Nella civiltà del “corpo virtuale”, Vanessa Beecroft estremizza la nuda veritas delle sue modelle, tra eredità biologica – nel rito di massa di un apparire privo di pudore – e segni dell’evoluzione culturale del costume, verso quella forma-limite, che passa attraverso il totale controllo del corpo – quindi attraverso un suo rifiuto di base – in direzione di un modello morfologico altissimo, etereo, metafisico. Tutto parte dai corridoi di Brera, dove, negli anni della formazione, la Beecroft incontrò “ragazze speciali, che somigliavano ai personaggi dipinti da Piero della Francesca, a quelli dei film di Godard o alle modelle di ‘Vogue’; ma avevano un’impressione che mi ricordava quelle delle sante”.

Vanessa decise pertanto di invitare quelle giovani donne alla presentazione del suo “Libro del cibo”, viaggio all’interno di un rapporto complesso con la base materiale dell’esistenza. “Nel retro della galleria – racconta ancora la Beecroft – c’erano diversi vestiti, tutti provenienti dal mio guardaroba. Vintage, scarpe, biancheria dal colore dei miei disegni. Fu quello il primo modo di colorare le ragazze”. Il pubblico mostrò segni di disagio, a fronte di quella coloratissima invasione. Sicché l’artista comprese che l’attenzione si era spostata, dal libro e dai disegni esposti, al nucleo di una performance. Da quel momento inizia il nuovo percorso di Vanessa, connotato dall’utilizzo di modelle – scelte, agli esordi, tra le non professioniste – impostate dall’artista nella prima conformazione della performance e lasciate libere di agire, successivamente, in una totale naturalezza che scompagina il progetto iniziale. La Beecroft parte generalmente da disegni nei quali rappresenta corpi femminili. Quindi, in molti casi, cerca un’aderenza della fonte disegnativa con la modella facendo indossare parrucche colorate alle giovani donne. I volti, in genere dotati di un languido pallore, sono anch’essi connaturati alle fonti del disegno. La Beecroft dichiara infatti una predilezione per “volti delicati e pallidi, un’apparenza angelica che nasconde forza e volontà”, “nel riferimento a un disegno naif e infantile”.

Quindi, ecco i corpi nudi, la cui forza biologica entra in contrasto con le espressioni distaccate del volto. “Provocare, spingere in avanti i limiti della società o vedere cosa succede se si toccano certi tabù, sono stimoli per la mia creazione artistica. Ma la ragione prima del mio lavoro rimane comunque poetica, introspettiva, psicoanalitica, sociale, formale, cromatica, compositiva…” ha detto l’artista in un’intervista curata da Marcella Beccaria e pubblicata nel catalogo “Vanessa Beecroft, Performances 1993-2003” edito da Skira. E più avanti: “L’idea mi viene di solito in modo spontaneo, senza una metodologia precisa. Riassumo l’idea in una proposta e la passo al direttore di produzione che la trasforma in un progetto. Il progetto include il coinvolgimento di diversi collaboratori: fotografo, operatore, truccatore, costumista, casting che seguo a distanza. (…) Non si prova: il giorno in cui di solito incontro tutti per la prima volta è il giorno in cui avviene la performance”. Alle ragazze sono state impartite diverse regole – non parlate, non interagite con gli altri, non ridete, non muovetevi teatralmente, non muovetevi troppo velocemente, non muovetevi troppo lentamente, siate semplici, naturali, distaccate, siate inapprocciabili, non siate sexy, comportatevi come se foste vestite e se come se non ci fosse nessuno nella stanza, ecc. – che consentono di ottenere il totale “straniamento” della loro presenza.

L’inizio della performance è caratterizzato da un progetto di ordine – alle ragazze viene assegnato un numero scritto sul pavimento, quindi una posizione precisa nell’ambito della corale disposizione – secondo una collocazione del gruppo su una linea quadrata, circolare o comunque simmetrica. Alle modelle spetta poi di creare, nel “rompete le file”, un disordine naturale, privo appunto di teatralità, fino ad importare negli ambienti un’idea di nudità metafisica, fortemente suggerita anche dalla scelta dei corpi e dalla “tessitura” dell’epidermide. “Dal 1985 – ha scritto Germano Celant nello stesso catalogo – è attratta da questo tipo di diafanità epidermica che, tramite bulimia e anoressia, porta a un controllo volontario del corpo tramite il digiuno, la nutrizione e l’esercizio fisico estremi. La volontà di regolamentare l’assunzione del cibo, al fine di non perdere il controllo del corpo si trasferisce in ‘Despair’, il diario che stende ossessivamente, giorno per giorno e ora per ora, per l’urgenza di elencare le materie alimentari assunte. (…) Il diario spiega la situazione del tutto nevralgica del cibo nell’universo della Beecroft”. Il diario è pertanto un elemento estremamente illuminante per comprendere la genesi delle performance dell’artista dedicate al corpo, e, in modo quasi esclusivo, ai corpi femminili, sui quali si proietta.


Tutto muove dal rapporto tra decadimento del corpo ed apparenza eterna delle modelle, tra fisica e metafisica. Particolarmente illuminante su questi moventi è la“Performance VB53” realizzata al Tepidarium del Giardino dell’Orticultura di Firenze nel 2004.

Nell’incantevole cornice del Tepidarium, progettato da Giacomo Roster nel 1880, l’artista dispose ventuno modelle nude, alcune di carnagione chiara e altre di colore, su un cumulo di terra scura. Le figure esili, i corpi sinuosi, l’esplicita nudità si contrappongono al terreno umido e sporco. Le ragazze sono disposte in un gruppo dapprima compatto, tutte in posizione eretta, che si scompone lentamente: le modelle si lasciano cadere accasciandosi sulla terra, venendo a contatto con essa, sporcandosi. Nel percorso della mostra la vista d’insieme si alterna ai ritratti a figura intera di ragazze dalla chioma lunghissima o dai capelli raccolti, come fossero fiori e germogli di piante. Secondo le parole dell’artista: “La terra è un riferimento alla land art, molto scura e umida, come la terra ricca dei campi coltivati. (…) La performance contrappone la purezza dei corpi femminili, la loro nudità, con il colore sporco della terra e la sua materia. Alcune modelle saranno simili a gigli e altre simili a patate”. Anche qui, come in tutti i lavori di Beecroft, il corpo è protagonista, spesso nudo o con pochi accessori, scarpe dai tacchi vertiginosi, calze o parrucche. La bellezza femminile è indagata nelle sue molteplici sfaccettature, nella sua fisicità, forza e fascino, nel rapporto con l’arte del passato, con il cinema, con le grandi donne della storia. Corpo, bellezza e identità si riferiscono nella performance di Firenze in particolare a Botticelli, a Filippino Lippi e si intrecciano con motivi autobiografici e con suggestioni derivanti dallo spazio circostante, con rigorosa attenzione all’impianto scenografico e figurativo che rende le performance concettualmente più vicine alla pittura che all’azione performativa. (fbc)

 

UN VIAGGIO TRA LE OPERE DI VANESSA BEECROFT

 

 

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